mercoledì, 23 Ottobre 2019
Matteo Salvini
Politica

Il rischio più grave

La fine delle ideologie, la dissoluzione dei partiti, la scomparsa dell’opinione pubblica sostituita dal tribalismo dei socialmedia -spesso truccato ed eterodiretto- hanno creato un gran vuoto nella politica, orfana di punti di riferimento

Essa è diventata prateria per avventurieri, manipolatori, demagoghi senza scrupoli e populisti cui del popolo non importa nulla. In questo contesto di desertificazione della politica sono riapparse le categorie peggiori della politica manichea: il nemico, il male, il traditore.

Gli ultimi 6 anni della vita politica italiana hanno visto montare un’onda anomala incontrollabile di risentimento sociale, di rifiuto dei linguaggi e dei metodi della democrazia dialogante, sfociati spesso in odio, in luddismo istituzionale (vi ricordate le richieste di impeachment contro il Presidente Mattarella in occasione della formazione del Governo giallo-verde?).

Insomma, si è persa la bussola e si è andati avanti a colpi di consensi arraffazzonati che cambiavano direzione allo stormire del primo vento.

Abbiamo assistito all’orgia della rottamazione, al travolgente successo di Renzi travolto in poco tempo dalla cocente sconfitta sul referendum costituzionale e dal dimezzamento del PD.

Abbiamo visto l’avanzata costante, anch’essa travolgente, del Movimento 5 Stelle e delle sue molteplici anime accomunate dal “gran rifiuto” dell’esistente, dalla negazione di ogni certezza della scienza, delle regole dell’economia di mercato, degli equilibri strategici internazionali, dalla demonizzazione dell ‘avversario e delle elite in nome di un populismo governato da una piattaforma gestita dal una società privata e sotto la bandiera di una purezza e verginità apodittica del Movimento creato da Grillo.

Un anno fa il pericolo maggiore per l’Italia sembrava proprio questo coacervo di no e di settarismo neomanicheo anche se permeato di nobili ideali sinceramente coltivati da molti seguaci della predicazione grillina. Contro questo esercito vincente, nella campagna elettorale del 2018 Silvio Berlusconi, indossò i panni di un novello Carlo Martello che nel 732 aveva fermato l’avanzata dei Mori in Europa, annunciando che avrebbe sconfitto i 5 stelle.

Le cose sono andate diversamente.

A molti sembrò che con il 32% degli elettori votati alla causa dei 5Stelle l’Italia si sarebbe avventurata sulla strada di un conflitto sociale esasperato, di un giustizialismo degno di Torquemada, di un rifiuto del passato, con il rischio far saltare le alleanze internazionali dell’italia, la struttura industriale del Paese, bloccando cantieri, termovalorizzatori, grandi eventi sportivi e via di questo passo.

In questo scenario apocalittico, il successo riportato da Salvini sembrava solo un travaso di voti da Forza Italia al partito che Bossi aveva creato e distrutto e che il leader con la felpa aveva rianimato stando sempre per strada, nelle piazze e dando la stura ai temi più cari alla destra: ordine, sicurezza, rifiuto dei diversi, il tutto espresso con un linguaggio brutale ma efficace.

Formato faticosamente il Governo Conte è invece successo qualcosa di imprevedibile. La predicazione di Salvini, munita dei poteri istituzionali del responsabile della sicurezza interna, ha innescato un effetto moltiplicatore sul consenso della Lega.

Salvini ha detto con brutalità quello che una parte dell’elettorato percepisce di pancia e quello che un’altra parte dell’elettorato pensa confusamente per colpa degli errori e del massimalismo miope della sinistra: basta con gli immigrati, con gli zingari, con chi agita le nostre paure con la sua presenza. Il motivo di successo di Salvini è stato solo questo: fare da transfer alle paure irrazionali degli italiani, enfatizzarle, farle esplodere e tranquillizzare poi tutti dicendo: ora ci penso io.

Molti italiani si sono sentiti sollevati psicologicamente da questo ruolo di sciamano e guaritore impersonato dall’onnipresente ministro dell’Interno e hanno deciso di seguirlo ovunque egli andasse. Il consenso raggranellato da Salvini mandando in pensione anticipata meno di 300.000 persone è stata poca cosa rispetto al potere di attrazione esercitato dal tema degli immigrati e della sicurezza.

Salvini ha aggiunto a questo cocktail anche l’immagine di difensore dell’economia di mercato e delle attività imprenditoriali minacciate dai 5 stelle. E così ha conquistato anche le simpatie prevalente di piccoli e medi imprenditori.

Da qui la terza travolgente ondata degli ultimi anni che alle elezioni europee ha portato sugli altari il leader leghista e nella polvere i 5 stelle.

E adesso?

Il rischio più grande non è apparsa più la politica dei 5 stelle, dimezzati nel giro di un anno e storditi dalla sconfitta, ma la marea montante di consensi vero Salvini che ai temi della destra (legge, ordine, sicurezza e rifiuto del diverso) ha -erroneamente- aggiunto la lotta contro l’Europa, in piena sintonia sia con Trump che con Putin, e la rivendicazione di un potere personale sempre più forte e senza regole.

A quel punto il rischio peggiore per l’Italia è diventato lui.

Come abbia fatto Salvini a non accorgersene è la dimostrazione della evanescenza di questi nuovi leader che confondono il fiuto animalesco per guadagnare voti in fretta e furia con la vera capacità politica che consiste nell’avere una visione armonica e non dissonante dei problemi e di saper gestire il consenso con equilibrio e senza tentazioni personalistiche.

L’Italia non è -ancora- l’Argentina. Ma, a differenza degli argentini, gli italiani anche quando si appassionano a un leader populista si disincantano con una rapidità estrema. I grandi leader delle correnti democristiane questo lo sapevano bene e -al momento opportuno- sapevano moderarsi o uscire di scena da soli.

Salvini è vittima di se stesso della sua frenesia di cavalcare le tigri delle paure di destra, è schiavo della sua voglia incontrollata  di  aizzare il nazionalismo (oggi lo chiamano sovranismo) di chi si sente minacciato dagli altri e non dai propri errori, è in preda alla s irresistibile ansia di mettersi sotto gli ombrelli protettivi dei potenti della Terra (alla faccia del nazionalismo…) e di maneggiare  la polvere pirica  dell’intolleranza ignorando le norme internazionali e rischiando far esplodere i fuochi d’artificio non sopra ma sotto il pulpito dei suoi comizi.

Gli italiani non hanno una mentalità assicurativa in senso mutualistico (ognuno pensa che i guai succederanno sempre agli altri e non è disposto a condividere il rischio pagando un’assicurazione) ma hanno uno spiccato senso della minaccia incombente. Non appena essa dall’orizzonte sale verso lo zenith corrono ai ripari, confusamente forse, come potrebbe succedere con l’ipotetico governo Pd-M5S, ma rifuggono dalle avventure.

Siamo un popolo di scontenti e di incendiari per piccoli bivacchi, pronti a darsela a gambe e a chiamare i pompieri non appena si comincia a sentire odore di bruciacchiato.

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