giovedì, 6 Maggio, 2021
Politica

Quale maggioranza per la ricostruzione

L’Italia è l’unico Paese europeo in cui, in piena pandemia, si agitano ipotesi di crisi di governo. Come se si trattasse di una passeggiata.

L’esperienza insegna che le crisi di governo si sa come cominciano e non si sa come finiscono né quando danno vita ad una nuova maggioranza.

Ipotizzare una crisi al buio in piena emergenza economico-sanitaria è un gesto di follia assoluta perché precipiterebbe il Paese in un vuoto di potere e in una confusione che sarebbe davvero letale.

Questo non significa che il Governo sia intoccabile. Tutt’altro. Ma chi immagina cambiamenti di maggioranza deve tener conto di molte variabili.

Il Conte 2 è in carica dal 5 settembre, quasi 8 mesi. Si regge su una maggioranza ampia alla Camera ma esigua al Senato. L’alleanza tra Pd 5 stelle, Leu e Italia viva, nonostante alcune intemperanze di Renzi, ha retto abbastanza bene.

Lo scoppio della pandemia ha caricato sul Presidente del Consiglio un peso che sarebbe stato di difficile gestione per qualsiasi navigato politico di professione, figuriamoci per un avvocato che è stato catapultato a Palazzo Chigi il 1° giugno del 2018.

Errori e incertezze nella gestione dell’emergenza ce ne sono stati, ma il costo più alto che l’Italia sta pagando deriva soprattutto da scelte sbagliate in tema di sanità avvenute nel corso degli ultimi due decenni.

La domanda che bisogna porsi è una sola: per gestire la ricostruzione del Paese che maggioranza serve e dove si trova?

Andiamo con ordine. Serve una maggioranza che sia compatta e senza incertezze su alcuni punti fondamentali.

Innanzitutto il rapporto con l’Europa. Poiché è dalle istituzioni europee che devono venire i sostegni più consistenti alla ripresa è indispensabile che le forze di maggioranza siano convintamente europeiste, senza se e senza ma, e che abbiano autorevolezza, duttilità e tenacia nei difficili negoziati che l’Italia sta conducendo a Bruxelles. Lo spettacolo offerto dai partiti italiani nel Parlamento europeo è stato sconcertante e non lascia ben sperare. Chi pensa di affrontare la battaglia in Europa con slogan, totem e tabù e col manicheismo-frutto spesso di ignoranza- che demonizza a turno questa o quella istituzione europea fa solo del male all’Italia.

Occorre competenza, lucidità, fermezza, idee chiare e tanta capacità diplomatica nel negoziare per ottenere il massimo possibile. Dire dei No pregiudiziali a MES a Coronabond o altro, senza a neanche sapere bene di cosa si sta parlando, è irresponsabile propaganda.

Chi sono i partiti più europeisti da questo punto di vista?

Il Pd, Italia viva, +Europa, Azione di Calenda e, con qualche esitazione marginale, anche Liberi e Uguali.
Ma c’è anche Forza Italia che, nonostante qualche indecisione di Berlusconi, è saldamente su posizioni europeiste staccandosi dall’oltranzismo sovranista di Meloni e di Salvini che non ascolta le più prudenti posizioni di Giorgetti. Il vero problema sono i 5 Stelle che negli ultimi due anni hanno avuto frequenti sbandamenti sui temi europei e che continuano a prendere posizioni pregiudiziali sul MES – come fecero in passato su Tav, Ilva e Tap – col rischio di difficili cambiamenti di rotta dell’ultimo minuto.

L’altro tema su cui serve una maggioranza compatta e senza incertezze riguarda la politica economica e industriale per uscire dalla recessione. L’Italia ha bisogno di essere governata da forze politiche che non inseguano miti di decrescita o miraggi di assistenzialismo e di statalismo a tutti i costi. Dopo aver tempestivamente aiutato chi è in forte difficoltà, per la ripresa occorre puntare sul rafforzamento della
struttura industriale e produttiva che è duramente colpita dalla crisi.

Insieme ad una urgente opera di sburocratizzazione che dia più libertà di investire e realizzare opere pubbliche, serve una visione di politica industriale moderna, coraggiosa, basata sulla competenza,
sull’efficienza e sull’innovazione. Quali partiti sono in sintonia con questa impostazione? Nessuno lo è pienamente. E questo è un bel problema. Chi si avvicina di più? In varia misura e in ordine di maggiore coerenza: Azione, Più Europa, Forza Italia, Italia Viva, Pd, Giorgetti nella Lega. E anche su questo punto l’incertezza maggiore è nel M5 stelle che oscilla tra assistenzialismo e statalismo e mostra scarsa attenzione alla cultura del mercato e dell’impresa.

Cosa concludere da questa analisi? Che l’Italia non dispone né di una maggioranza più meno compatta sui temi europei (Pd, Iv, Forza Italia, +Europa, Leu messi insieme non arrivano a 250 seggi alla Camera e a 130 al Senato) né di una maggioranza omogenea sulla visione della ricostruzione. Per quanto possa sembrare paradossale la soluzione dipende da Conte. Tocca a lui che formalmente è espressione dei 5 stelle, chiarire le idee al Movimento e fargli prendere decisioni precise sull’Europa e sulla visione della ricostruzione economica.

Anche a costo di spaccature. È l’ora delle scelte e i 5 Stelle devono decidere da che parte stare senza più ambiguità. Il populismo è morto sotterrato dall’emergenza economica. Se ne facciano una ragione.

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