martedì, 9 Agosto, 2022
Il Fisco e la Legge

La guerra in Ucraina pesa sul commercio internazionale

Avvocato de’ Capitani, la guerra in Ucraina prosegue e non se ne vede la fine; qual è stato l’impatto del conflitto sul commercio internazionale?
Ne abbiamo parlato proprio pochi giorni fa in ICC Italia grazie a un webinar con i colleghi ucraini che si sono occupati della candidatura all’UE, con i rappresentanti delle due ambasciate e con il Sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano. L’impatto, evidentemente, è stato devastante per chi aveva rapporti diretti con la Russia e l’Ucraina. Più con la prima che con la seconda, in realtà, salvo ovviamente nelle zone occupate e nei porti, dove addirittura abbiamo assistito al blocco di alcune navi di proprietà italiane e alla sottrazione del relativo carico, per non dire delle distruzioni.

E chi pagherà per questi danni?
Sarà molto difficile ottenere il risarcimento dei danni subiti. Certo interverranno contributi di ricostruzione e investimenti pubblici di ampia portata, ma oggi è ancora troppo presto per avere una prospettiva del futuro in Ucraina; la guerra è in pieno svolgimento e bombardamenti e incursioni missilistiche mirano proprio a incrementare il senso di insicurezza della popolazione. Prendo atto, tuttavia, di una decisione della Corte suprema ucraina che ad aprile ha negato alla Russia l’immunità giurisdizionale, ammettendo che gli ucraini che hanno subito danneggiamenti e perdite a causa dell’invasione possano rivalersi sui suoi beni.

Non è una gran consolazione, rispetto alle perdite di vite umane e alle tragedie cui assistiamo tutti i giorni, ma crede che anche le imprese italiane che abbiano subito danni potrebbero avvantaggiarsi di questa giurisprudenza?
La questione è molto delicata, e richiama quanto noi stessi abbiamo vissuto in relazione ai crimini nazisti commessi in Italia: la nostra Corte di Cassazione aveva in effetti negato alla Germania la sua immunità giurisdizionale, ma dopo il ricorso tedesco la Corte internazionale di Giustizia ha poi ribaltato quel verdetto e, pur ribadendo il primato della Costituzione, la nostra Corte costituzionale non ha potuto fare altro che auspicare un’evoluzione del diritto internazionale che tenga in maggior conto la prospettiva delle vittime.

Torniamo ai rapporti commerciali: è stato tutto così inaspettato, come si poteva immaginare che in così poco tempo i rapporti politici e commerciali con la Russia si deteriorassero?
La situazione è effettivamente precipitata, creando problemi ad ambo i lati: al nostro export, che in Russia sfiorava gli 8 miliardi di euro, concentrati principalmente nel settore delle macchine ed apparecchiature industriali, prodotti tessili ed alimenti; ed evidentemente, certamente nel medio periodo, anche all’import, che come è noto dipendeva soprattutto dalle materie prime e dai prodotti di metallurgia.

Alcuni segnali di decoupling, tuttavia, già si percepivano, come, tra le altre, una legge approvata dalla Duma nel dicembre 2020, che ha ridotto le tutele della proprietà intellettuale delle imprese straniere in Russia, o il rifiuto della Russia di riconoscere i lodi arbitrali internazionali. Ma dobbiamo riconoscere che anche dall’Ovest non sono mancate le espressioni di insoddisfazione per il corrente assetto: basti pensare alla crisi del meccanismo di risoluzione delle dispute al WTO, o al fatto che nemmeno gli USA, come la Russia e la Cina, hanno sottoscritto gli accordi sulla Corte penale internazionale, per non parlare delle guerre dei dazi, o del ritiro degli americani dagli accordi TPP, nel 2017.

Il multilateralismo, insomma, non se la passa bene già da un po’. Che prospettive intravede, quindi, per il commercio internazionale con i Paesi dei diversi “blocchi”?
Pessime, ovviamente, per quanto concerne i rapporti con la Russia, visto che quelli che sino a poco tempo fa sembravano ottimi partner non sembrano più interessati a partecipare al gioco, ne rifiutano le regole di base e la sensazione è che la questione non sia legata solo alla figura del Presidente. Non è affatto detto, insomma, che il colpo di stato di cui ogni tanto si legge qualche ipotesi potrebbe immediatamente riportarci indietro nel tempo.

E con la Cina?
Anche se la situazione appare più tranquilla è evidente che esiste un problema di affidabilità: le aziende percepiscono la tensione di fondo legata alla situazione di Taiwan e le conseguenze che una crisi nel Pacifico potrebbe avere sulle catene di approvvigionamento. Ne abbiamo già avuto i sentori durante la pandemia e con la crisi dei semiconduttori. È inevitabile che molti stiano valutando un accorciamento di queste catene, o quantomeno una loro ristrutturazione per garantirsi un cuscinetto di sicurezza.

A parte i danni immediati, possono nascerne opportunità anche per l’Italia?
Direi proprio di sì: la correzione di alcuni squilibri della globalizzazione, che all’inizio del Millennio è stata lasciata correre senza molte regole – pensiamo ai diritti dei lavoratori e all’inquinamento – può certamente creare occasioni nel mondo più vicino, e anche in Italia. È il cd. reshoring, di cui, appunto, si parlava in realtà già prima della guerra. Se vuole, possiamo metterla così: la marea di capitali che è stata investita in Estremo Oriente è oggi in almeno parziale ritirata: ritraendosi cercherà nuovi spazi, e rispetto al passato è probabile che gli investitori terranno maggiormente in considerazione il contesto politico e giuridico dei Paesi di destinazione.

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