mercoledì, 7 Dicembre, 2022
Il silenzio delle parole

Rilettura di un classico di destra

Un anno fa un amico che stimo mi propose la lettura di un testo assai provocatorio, un’occasione utile alla riflessione, di quelle che vanno sempre cercate e accettate. Leggere il diverso, o addirittura l’avversario, è sempre un valore, significa leggere quella prospettiva da cui il mondo viene letto, quella diversa visione, le sue premesse culturali o di difesa di una condizione sociale o di tradizione data, più banalmente, oltre la conoscenza, significa studiare il “nemico”.

Ma c’è del “vero” in tutte le cose, e saper leggere significa anche costruire una cartina di tornasole sulla debolezza delle posizioni o delle esperienze della tua parte culturale o politica, e, usare la forza del pensiero dell’avversario ai tuoi fini è un metodo di lavoro impagabile. Si fa così nelle arti marziali, usare la potenza dell’avversario nei suoi punti di squilibrio per batterlo, sempre consapevoli, guai a distrarsi, che il principio fondativo è anche a lui noto.

Il breve testo di cui sto facendo menzione, Frammenti di diario intimo, lo riporto qui di seguito in corsivo, fu scritto in epoca lontana, da Henri Frédérick Amiel, il 12 giugno 1871:

“Le masse saranno sempre al di sotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell’Uguaglianza, che dispensa l’ignorante d’istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi.

Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga”.

È evidente che le premesse culturali e politiche del testo sono quelle di un ultra-conservatore aggressivo, di un reazionario, dove la dialettica liberalismo-socialismo, storicamente prematura, è del tutto assente. L’autore fa pura opposizione ad ogni ricerca di eguaglianza nata dall’albero delle rivoluzioni democratiche d’America e d’Europa, processo politico e sociale che da oltre un secolo batteva la società occidentale e le sue coscienze.

Leggendo rifletto, e colgo che la partita fra destra e sinistra, fra conservazione e progresso, è tutt’altro che chiusa e non lo è su tante questioni, fra queste:

modello di welfare state laburista, che ancora oggi non può non fare i conti con l’irrazionalità dell’indebitamento pubblico senza controllo e con modelli di organizzazione conservatori di ausilio al sociale, primo fra tutti quello di Bismark in Germania, nella seconda parte dell’800, che propose l’uso razionale e a bassi costi delle strutture pubbliche per coordinare le spinte filantropiche presenti nella società; ma non possiamo non pensare a quello caritativo e di beneficenza locale e universale della Chiesa Cattolica; modelli che, insieme ad altri da studiare, potrebbero aprire scenari d’integrazione al welfare state;

modelli contemporanei d’integrazione pubblico-privato realizzabili con successo, con qualificazione dei servizi pubblici locali, riduzione della spesa pubblica e dei costi tributari e tariffari a carico del cittadino, flussi di capitale privato e incremento dell’occupazione;

confronto fra democrazia formale e sostanziale, rileggiamo in tal senso, fra altri, Noberto Bobbio e il socialismo liberale, dove “merito” ed “eguaglianza” possono dialogare virtuosamente, in controtendenza ad una visione classista della società;

totalitarismi rossi e neri, ne conosciamo le ragioni nella storia profonda del ’900, ma le attuali logiche di guerra e barbarie ne ripropongono il tema con evidente attualità;

demagogia e populismo, derive delle democrazie contemporanee negli apparati degli stati ma anche dentro la crisi dei partiti politici, in Italia ma non solo, dove l’organizzazione democratica è bloccata e favorisce una selezione al contrario delle classi dirigenti, opposta al valore, all’esperienza, al merito.

Quindi, questo è il punto: le verità non sono mai tutte da una sola parte e i giochi sono sempre aperti; si affacciano alla Storia nuove forme della politica, a cominciare dal comu-capitalismo cinese, che imprevedibilmente ha tanto a che fare con il tradizionalismo confuciano, dalle forti radici in quel popolo, e che per tutto il secolo breve fu considerato nemico del sol dell’avvenir proposto dall’imperante Partito Comunista.

Concludo: leggendo le poche righe del diario intimo di Amiel due cose sono divenute a me chiare: non è mai stato serio pensare che la Storia fosse finita; leggere l’avversario ideologico produce sempre nuove libertà, nuove capacità di produrre pensiero e azione.

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