mercoledì, 5 Ottobre, 2022
Società

Inps: norme inapplicabili per Ape sociale degli edili

Previdenza, salta vertice governo-sindacati

Sulla previdenza nuovo stop nei rapporti tra sindacati e Governo.
Mentre l’Inps chiede chiarimenti sulle norme di prepensionamento dei lavoratori edili. Per l’istituto c’è un problema di interpretazione, in altri versi, per accedere ad Ape sociale e taglio di età da 36 a 32 anni, vale il contratto o il profilo professionale del lavoratore?
Attualmente a parità di mansioni, un lavoratore può essere incluso nell’Ape e un altro no, perché nell’edilizia ci sono sovrapposizioni contrattuali, che vanno da un inquadramento come metalmeccanico – pur lavorando in un cantiere -, ad uno come edile. Si tratta di un nuovo rompicapo che cade in un contesto di crescenti difficoltà.

Norme inapplicabili

Che il post-Quota 102 e il percorso della riforma sia destinato a complicarsi lo dimostrano anche altre notizie. Ieri come se non bastasse con il rinvio del vertice, è emerso come l’Inps proceda con estrema difficoltà nell’applicare la norma che consente l’anticipo di età per i lavoratori edili grazie alla riforma dell’Ape Sociale. L’Istituto “non riesce a tradurre in una circolare applicativa” la norma che riduce da 36 a 32 gli anni di contribuzione necessari per i lavoratori edili per accedere all’Ape sociale (a partire dai 63 anni di età) norma che al momento non riesce a decollare. C’è un problema burocratico venuto a galla nelle ultime ore: non ci sarebbero indicazioni di codici Istat da abbinare alle mansioni edili gravose. Nel caso dell’edilizia sono inclusi alla riduzione di età, tutti gli operai come indicati nel contratto collettivo nazionale. Quindi vale il contratto e non il “profilo professionale”. Solo che in questo modo a parità di mansioni, un lavoratore può essere incluso nell’Ape e un altro no. Nel merito dei casi ci sono i “ponteggiatori” o i “coibentisti”, che spesso sono in bilico nelle contrattualizzati come metalmeccanici e in quanto tali inclusi nella vecchia Ape sociale con 36 anni di contributi, ma esclusi in quella con 32 anni che prevede l’essere in possesso di contratto da edile. Un problema che dimostra la complessità della riforma delle pensioni intrecciata con quella del lavoro, due settori governati da troppe leggi e norme, con riforme fatte a metà o che si sovrappongono.

Le divergenze tra i partiti

Il tema pensioni ritorna a gravare nei rapporti tra i partiti della maggioranza che non riescono a trovare una linea d’azione comune. Il primo effetto si è visto ieri con il rinvio della riunione sindacati-Governo, dove proprio l’esecutivo doveva dare delle risposte alle richieste di Cgil, Cisl e Uil su giovani, donne e previdenza
complementare. La Uil protesta a muso duro.

L’allarme dei sindacati

Il segretario confederale della Uil Domenico Proietti si lancia nella polemica: “La motivazione addotta, e cioè il non aver ancora affrontato in sede tecnica il tema della flessibilità è infondata e pretestuosa.
Furono proprio i rappresentanti del Governo a chiedere di fare una riunione politica”, scandisce Proietti “dopo i primi incontri tecnici sui temi dei giovani, delle donne e della previdenza complementare.
Inoltre, nell’incontro tecnico di giovedì scorso, sono stati i rappresentanti del governo a proporre di fissare la successiva riunione tecnica dopo quella politica del 7 febbraio”. La Uil, quindi ora, “si aspetta che il Governo riprenda subito il confronto per definire, in vista del prossimo Def, soluzioni positive alle attese dei lavoratori e delle lavoratrici”.
Cauta la reazione di Roberto Ghiselli, segretario confederale della Cgil. “Gli incontri tecnici finora sono stati utili ma interlocutori specie sulla flessibilità in uscita”, osserva l’esponente sindacale, “Ora serve arrivare a una fase più stringente e a un confronto politico in cui il governo passi dalla disponibilità a fare una riforma a proposte vere. Su cui misureremo il nostro atteggiamento unitario”.

Le nuove complicazioni

Per il Governo la discussione si complica perché le posizioni tra i partiti sono distanti, la Lega, aveva riproposto Quota 100 (almeno 38 anni di contributi con un’età anagrafica minima di 62 anni) come misura tampone, ma poi è stata decisa Quota 102 (in pensione a 64 anni con 38 di contributi), come soluzione ponte di un anno, una scelta mal sopportata dai sindacati perché considerata penalizzante per i lavoratori. A dicembre, inoltre, dopo lo sciopero generale deciso da Cgil e Uil, su fisco e pensioni, il Governo ha ricucito i rapporti puntando su un ampliamento del programma pensionistico di Ape sociale e Opzione Donna, inoltre si è deciso di ridurre l’età pensionabile per i lavoratori edili e i ceramisti, in attesa di mettere mano al tema più importante, quello di una maggiore flessibilità in uscita così come chiesta dai sindacati. Per Cgil, Cisl e Uil, in pratica: “Occorre una riforma strutturale del sistema, che permetta il pensionamento o dopo i 62 anni di età o con 41 anni di contributi, – senza penalizzazioni sugli assegni – e trattamenti più favorevoli per chi fa lavori gravosi e di cura”. La proposta è rimasta senza risposta. Dal mancato vertice di ieri dovevano arrivare le prime indicazioni concrete su cosa intenda fare il Governo. Si parla di un aggiornamento al 15 febbraio io tempo di limare alcune indicazioni. Il rinvio tuttavia ha messo in luce anche una spaccatura nella coalizione che potrebbe avere ripercussioni sui lavori e progetti del Governo. I partiti non dialogano ma anche ciò che trapela dal Ministero delle finanze è troppo poco per i sindacati. Il Mef non si è espresso sui costi, in termini generali rimane solo l’invito per una riforma che possa essere gradita ai sindacati e sostenibile per il governo.

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