giovedì, 27 Febbraio, 2020
Politica

Legge elettorale: regola del gioco o arma politica

Usare le leggi elettorali non come regole del gioco valide nel tempo ma come arma politica per strappare la vittoria agli avversari è un malcostume che genera pure calcoli sbagliati.

Tra i tanti record negativi che il nostro Paese sta accumulando negli ultimi anni c’è quello dell’eccessivo numero di leggi elettorali cambiate.

Le leggi servono per tradurre i voti espressi dai cittadini in seggi parlamentari e consentire la formazione di maggioranze stabili di governo in modo da creare un perfetto equilibrio tra la rappresentanza e la governabilità.

Le varie leggi elettorali fin qui succedutesi non hanno centrato né l’obiettivo nobile del mix di rappresentanza e governabilità né quello meno nobile di favorire la maggioranza che le ha approvate.

Dal 1946 al 1994 siamo andati a votare con un sistema proporzionale.

Nel 1994 entrò in vigore la riforma che introduceva una quota maggioritaria (75%) e lo sbarramento al 4% con un complesso meccanismo chiamato “scorporo”. Il grande politologo Giovanni Sartori, scherzosamente, la definì “Mattarellum”, dal nome del primo firmatario, l’attuale Presidente della Repubblica.

Da allora si è affermato il vezzo di “latinizzare” i nomi delle varie proposte di leggi elettorali: Porcellum, Consultellum, Italicum, Democratellum, Verdinellum, Speranzellum, Grechellum, Provincellum, Legalicum, Rosatellum e, buon ultimo, Germanicum.

Ovviamente non tutte sono andate in porto e alcune non hanno passato il vaglio della Corte Costituzionale come l’Italicum.

Ma veniamo a quelle che sono state applicate. Il Mattarellum fu sostituito nel 2005 dalla legge ideata dal leghista Calderoli, uno dei più scaltri costruttori di norme elettorali. Fu da lui stesso definita una porcata perché costruita per sconfiggere gli avversari della sinistra con un sistema proporzionale e un premio di maggioranza per la coalizione che prendesse più voti.

Dichiarato incostituzionale dalla Consulta nel 2013, il Porcellum venne sostituito dall’Italicum: valido solo per la Camera perché il Senato veniva eliminato dalla riforma costituzionale firmata Renzi e prevedeva, nel caso che nessuna coalizione avesse ottenuto il 40%, un ballottaggio tra le due più forti con un premio di maggioranza che avrebbe assegnato alla vincitrice del 54% dei seggi. Nel 2017 la Corte Costituzionale dichiarò illegittimo il ballottaggio delle coalizioni. E così l’Italicum è stato sostituito dal Rosatellum, con cui abbiamo votato nel 2018: sistema misto, un terzo maggioritario, un terzo proporzionale e soglia di sbarramento al 3%.

Pd, 5 Stelle e Iv hanno raggiunto un accordo quasi definitivo per una nuova legge elettorale che cancella la quota maggioritaria e fissa uno sbarramento al 5%.

Perché tanto fervore nel produrre leggi elettorali? Non certo perché il nostro parlamento è popolato da tormentati politologi alla ricerca costante del sistema elettorale migliore.

Diciamo la verità: ogni legge elettorale, da 27 anni in qua, è stata concepita con l’idea di poter avvantaggiare la maggioranza che la votava. Ma gli effetti sono stati negativi proprio per le maggioranze che in qualche modo pensavano di aver cucito un bell’abito su misura.

Il Mattarellum, sostenuto dalla sinistra, fece vincere Berlusconi; il Porcellum, voluto dal centro-destra, alla sua prima applicazione vide la vittoria del centrosinistra guidato da Prodi. Il Rosatellum di ispirazione renziana, nel 2018 segnò il tracollo del Pd e il trionfo dei 5 stelle e della Lega.

Insomma, usare le leggi elettorali non come regole del gioco valide nel tempo ma come arma politica per strappare con espedienti la vittoria agli avversari è un malcostume che genera pure calcoli sbagliati.

Gli artefici della probabile nuova legge elettorale cerchino un saggio equilibrio valido nel tempo e non inseguano scorciatoie per danneggiare gli avversari col rischio di fare male i conti.

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