martedì, 24 Novembre, 2020
Politica

Cosa ci aspettiamo dall’America, dopo le elezioni

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Chiunque vinca le prossime elezioni presidenziali, gli Stati Uniti non potranno essere più quelli che abbiamo conosciuto nell’ultimo decennio.

E per molti motivi.

Cominciamo dalla politica internazionale, che è quella che ci interessa più da vicino.

Troppe incertezze, scelte contraddittorie e occasionali senza una visione strategica complessiva del ruolo dell’America nel mondo: tutto questo ha pesantemente indebolito la presenza Usa nei vari scacchieri internazionali.

Nell’America interventista di Obama sono state a cuor leggero appoggiate le ben note “primavere arabe” repentinamente diventate autunni della democrazia, destabilizzazioni di equilibri consolidati e occasione per scorribande di despoti e bande terroristiche. Nuove potenze nucleari, di fatto o quasi, si sono affacciate minacciose senza che fosse loro posto un argine concreto.

Durante l’isolazionismo di Trump la destabilizzazione del Mediterraneo e del Medio oriente è cresciuta a dismisura e l’assenza di un ruolo forte degli Stati Uniti ha lasciato campo libero alle incursioni della Russia, che è arrivata ad avere perfino una base aerea in Libia, e al movimentismo della Turchia che ormai gioca con disinvoltura e arroganza la sua partita spregiudicata, incurante degli obblighi derivanti dall’appartenenza alla Nato.

L’America ha fatto dietrofront dall’Iraq e dall’Afghanistan, si è fatta strappare dal tandem Putin-Erdogan la gestione della crisi in Siria. Ha assistito silente alla forte espansione della Cina in Africa e, con la Belt and Road Initiative, in Europa. E solo in extremis ha alzato una invalicabile barriera contro il 5G di Huawei e ha cercato di richiamare i Paesi europei a scelte più avvedute per ridurre la pressione cinese. Non ha saputo costruire un rapporto stretto né sul piano economico né su quello strategico con l’Europa, e non ha saputo dare un ruolo più forte alla Nato. Non è riuscita a trovare una linea efficace nei confronti del Venezuela prima di Chavez e poi di Maduro. Unico successo importante è stata la costruzione intorno ad Israele di una cordata anti-Iran che, stringendo rapporti diplomatici con Gerusalemme e isolando i palestinesi, costringe Hezbollah e il suo protettore Teheran a più miti consigli.

L’America che verrà dovrà decidere se ritirarsi definitivamente nei propri confini, raffreddare ulteriormente le relazioni con l’Europa o tornare ad essere il principale protagonista della scena mondiale.

Nel primo caso, progressivamente l’America perderà peso e lascerà campo libero all’espansionismo cinese, al rigurgito revanscista della Russia che non vede l’ora di tornare ad essere la “grande madre” dell’oriente europeo con due piedi ben piantati nelle acque del Mediterraneo. In questo scenario agli Usa non basterà essere forti in economia e puntare tutte le carte sulle guerre commerciali: nel volgere di qualche lustro la presa della Cina e della Russia renderebbero più difficoltosi gli stessi rapporti dell’America con un ‘Europa tentata di trovare una partnership con i nuovi potenti vista l’ostilità o l’indifferenza dell’amico americano.

Se, invece, gli Usa vorranno essere protagonisti degli equilibri mondiali, dovranno creare una forte alleanza con l’Europa e con questo asse diplomatico, militare ed economico (si tratta di due mercati che sommati raggiungono 800 milioni di persone) tornare al centro del gioco politico mondiale e impedire che potenze non democratiche possano diventare arbitri del futuro della Terra.

Ma l’America dovrà cambiare anche al suo interno. Non potrà più essere attraversata da spaccature etniche, religiose e sociali che, approfondendosi, rischiano di far saltare il collante storico della società americana e di far avvizzire quella che è sempre stata la ricchezza culturale degli Usa: la convivenza delle diversità e l’attivazione di un ascensore sociale che consenta una tendenziale eguaglianza delle opportunità mescolata a meritocrazia ed efficienza.

La riduzione degli squilibri sociali è fondamentale per evitare che la società americana si spacchi e indebolisca la sua stessa capacità di tenuta.

Nell’ultimo decennio l’America ha continuato ad essere all’avanguardia nella ricerca, nell’innovazione tecnologica, nell’elaborazione culturale delle sue grandi università ma ha rinunciato ad esercitare il suo ruolo di faro dei valori fondanti della tradizione liberale e democratica che ha ispirato la costruzione della civiltà occidentale.

Un’America più presente nel mondo, più forte ed autorevole, più coesa al suo interno e più orgogliosa di essere il baluardo della libertà e della democrazia è quella che il prossimo Presidente degli Stati Uniti dovrà cercare di realizzare. Altrimenti…

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