martedì, 24 Novembre, 2020
Cultura

L’illogica scelta di mettere la cultura in un angolo

Sponsor

Awelco

A fine febbraio il virus ci ha travolti senza avvisare, privandoci della possibilità di immaginare soluzioni per limitare i danni.

L’unica strada percorribile per arginare in tempi brevi il dilagare dei contagi è stata individuata nel lockdown. Questa la decisione presa dal governo e imposta agli italiani, che con spirito di sacrificio hanno dato una risposta orgogliosamente corale. Da “untori” siamo diventati un modello per gli altri Paesi.

In quell’occasione, un settore estremamente vulnerabile come quello culturale ha mostrato tutta la sua fragilità. Il Covid-19 non rappresenta l’elemento scatenante della crisi, ha fatto da semplice cassa di risonanza a un sistema che era già stato dilaniato da politiche inadeguate, da una gestione inefficiente, dalla scarsità di investimenti e dallo scollamento sempre più evidente dell’intero settore dai suoi fruitori.

Eppure la pandemia ha rappresentato per molti un’opportunità per “riabilitarsi”, riconoscere le proprie debolezze e porvi rimedio. 

In quei giorni, artisti, operatori culturali, maestranze dello spettacolo si sono stretti insieme e, mai come prima, hanno mostrato la loro forza, spinti dalla passione per la propria professione e dal desiderio di costruire un futuro più solido. Il mondo della cultura è sceso in campo rendendosi indispensabile.

“Cosa sarebbe stato di noi in un momento come questo, senza libri, film e musica in cui trovare rifugio e sostegno? Cosa sarebbero le nostre società senza coloro che le hanno create? Senza artisti. Siamo quindi ancora più determinati a proteggere il nostro bene più prezioso: la nostra fede nella solidarietà e il potere della cultura”, così lo scorso aprile in un OpEd congiunta i Ministri della Cultura di Italia e Spagna e il Ministro di Stato tedesco per la politica estera culturale.   

Ma è stato fatto molto di più, il sistema culturale si è messo in discussione e ha individuato delle soluzioni. 

Diversi gli esempi virtuosi di ripartenza, tra i tanti, il Napoli Teatro Festival Italia 2020 che in tempi record ha riattivato la macchina organizzativa per la realizzazione dell’evento che da tredici edizioni impreziosisce l’estate campana, Primavera dei Teatri, la kermesse calabrese che quest’anno ha spostato la primavera a ottobre, Romaeuropa Festival che da trentaquattro anni rinnova l’offerta di teatro contemporaneo nella capitale. 

Senza considerare le singole strutture che durante il lockdown hanno sperimentato modalità alternative di spettacolo dal vivo, per poi individuare spazi non convenzionali nel periodo estivo, preparandosi, intanto, a riprogrammare il cartellone in vista di una ripartenza autunnale.

Nessun luogo, quanto gli spazi destinati alla cultura, appare sicuro. Gli enti culturali hanno approntato tutte le misure necessarie a garantire la sicurezza del pubblico e degli addetti ai lavori. I più fortunati sono riusciti a portare in scena due spettacoli; il 26 ottobre è entrato in vigore l’ultimo Dpcm che ha sospeso l’attività di cinema e teatri per un mese. 

Diverse le iniziative già attivate, come la proposta dell’Ansa di mettere a disposizione dei teatri e degli enti culturali italiani le sue piattaforme digitali per ospitare spettacoli e manifestazioni che saranno realizzate fino al prossimo 25 novembre. «Ci è sembrato doveroso – ha detto il direttore dell’agenzia Luigi Contu – sostenere gli sforzi di coloro che in questo periodo così buio della vita culturale del Paese non intendono fermare la loro attività».

Proposte certamente significative che però non possono essere la cura, ma anzi, rischiano di diventare un palliativo che allevia i sintomi ma non risolve il problema: la cultura nuovamente messa in un angolo. 

Apparentemente, però, questa seconda ondata di chiusure non è come la prima perché enti e operatori culturali non sono soli, ma godono di un più ampio sostegno da parte del pubblico.

Una vicinanza mostrata anche, e soprattutto, perché questa volta la decisione di sospendere le attività culturali risulta davvero priva di fondamento.

L’AGIS – Associazione generale italiana dello spettacolo ha condotto un’indagine per dimostrare la sicurezza di teatri e sale. Dal 15 giugno al 3 ottobre sono stati monitorati 347.262 spettatori che hanno preso parte a spettacoli di vario genere con una media di 130 presenze a evento. Il risultato è di un solo caso di contagio segnalato dalle Aziende sanitarie territoriali. 

«Da quando abbiamo riaperto, lo scorso giugno, non si è mai verificato un cluster nelle sale cinematografiche – afferma Mario Lorini, presidente dell’Associazione nazionale esercenti cinema -. È un dato certo, perché i cinema tracciano gli spettatori per 14 giorni. Ci sono tutti i presupposti per definire cinema e teatri i luoghi più sicuri della socialità: le grandi volumetrie delle sale, il distanziamento ben organizzato, la visione dello spettacolo vissuta come un momento spirituale in cui le persone non parlano, ma assistono fermi e in silenzio». 

Una scelta, pertanto, che avvalora la tesi di chi sostiene che le misure non sono il risultato di un’analisi chirurgica e settoriale, ma più che altro “sparano nel mucchio”. Un’operazione che, complici anche l’insofferenza e la sfiducia, aumenta il malcontento degli operatori culturali in particolare, e dei cittadini in generale. Le manifestazioni di questi giorni, tralasciando di commentare lo svolgimento di alcune di esse, ne sono il segnale.

Da un punto di vista meramente economico e occupazionale, poi, va ricordato che il Sistema Produttivo Culturale e Creativo rappresenta una ricchezza: dà lavoro a 1,55 milioni di persone (il 6,1% del totale degli occupati in Italia). 

Dal Rapporto 2019 “Io sono cultura – l’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”, elaborato da Fondazione Symbola e Unioncamere, emerge che il Sistema Produttivo Culturale e Creativo, fatto da imprese, PA e non profit, genera quasi 96 miliardi di euro e attiva altri settori dell’economia, arrivando a muovere, nel complesso, circa 265,4 miliardi, equivalenti al 16,9% del valore aggiunto nazionale. 

Il tema cultura non può essere più bypassato, ma va discusso seriamente e in modo produttivo.

Un’occasione da non sprecare, come punto di partenza, potrebbe essere la Giornata Nazionale dello Spettacolo dal Vivo, prevista per la mezzanotte del 25 novembre dall’ATIP – Associazione Teatri Italiani Privati: una mobilitazione di 24 ore, di protesta e di confronto costruttivo, che coinvolgerà operatori del settore, politici, personaggi, artisti e maestranze, giornalisti. Si parlerà della necessità di ridisegnare i criteri del Fondo Unico per lo Spettacolo, di prevedere maggiori tutele per i lavoratori e di individuare strumenti fiscali ad hoc che non siano mero assistenzialismo da parte dello Stato. Ma anche argomenti attuali come la sicurezza degli spazi, il rapporto del teatro con la tv, la scuola, il pubblico e le differenze tra teatro pubblico e privato.

Articoli correlati

Riduzione del debito pubblico possibile solo con la fiscalità europea

Raffaele Bonanni

Alcide De Gasperi, l’europeista del futuro

Carlo Pacella

Metropolgate

Elisa Ceccuzzi

Lascia un commento

Questo sito web utilizza i cookies per migliorare l'esperienza di navigazione. Se continui ad utilizzare il sito ne assumiamo che tu sia concorde. Accetta Maggiori Informazioni