mercoledì, 28 Ottobre, 2020
Politica

Il voto. Ecco cosa si giocano Conte, Salvini, Meloni, Di Maio, Zingaretti e Renzi

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Sono tante le partite in ballo. Il referendum e le regionali inevitabilmente si incrociano. Ed è inevitabile che se ci dovesse essere un risultato opposto ai desiderata della maggioranza giallorossa, gli effetti non tarderanno a mancare. Vediamo il campo di gioco dei diretti interessati. Cos’hanno da perdere e da vincere.

CONTE Da qualche tempo, in perfetto stile doroteo, si è defilato. Dopo il ruolo di “custode unico” della stabilità dello Stato e della sicurezza sanitaria, ha dosato il protagonismo mediatico, ed è riapparso in pompa magna solo, qualche giorno fa, per annunciare la perfezione (assai dubbia) dell’avvio dell’anno scolastico. Naturalmente ha detto che l’esito del voto non inciderà sugli equilibri governativi, ma se la partita delle Regionali dovesse finire 5 a 1, ma anche 4 a 2, qualcosa di inevitabile accadrebbe. E come se non bastasse, se il no dovesse recuperare, appaiandosi quasi al sì (segno di un cambiamento radicale degli umori della popolazione), raccogliendo di fatto, il messaggio della Meloni (“voto sì, ma se vince il no, il governo va a casa”), il rimpasto sarebbe forse la soluzione più morbida e meno dolorosa.
Dalla sua il premier ha soltanto la gestione del Recovery Fund, un importante strumento di pressione per amici e nemici, con l’obiettivo di succedere magari ancora una volta, a sé stesso (Conte-3).

SALVINI Rispetto alla personalizzazione delle regionali emiliane, memore della sconfitta, questa volta, pur continuando i suoi rituali bagni di folla (leadership fisica), ha affrontato la campagna elettorale mantenendo un profilo più basso. Ha accettato i candidati, secondo il noto patto di Milano, degli alleati (Puglia, Marche), e ha lasciato il protagonismo militante ai suoi (ad esempio, la Ceccardi). Il primo problema di Salvini è confermare il primato della Lega dentro il centro-destra, insidiato dall’avanzata graduale ma costante di Fdi, che sta riconquistando i voti di destra, a scapito proprio del Carroccio, che un tempo erano patrimonio di An. Con una Lega primo partito, il centro-destra resterebbe, infatti, uno schieramento a trazione sovranista.

MELONI Oltre a recuperare i voti che la Lega, dopo l’esperienza gialloverde, sta perdendo, sembra non riuscire ad aumentare, andando oltre lo steccato tradizionale, restando un partito collante del polo. Nel Centro-Sud, lo si è visto chiaramente, la Meloni sta tentando di riconquistare quel ruolo che Salvini le aveva tolto. Ma se il Carroccio, da Roma in giù, non ha una classe dirigente simile a quella consolidata e preparata (sul piano amministrativo) del Nord, Fdi non ha una classe dirigente all’altezza della Meloni. Troppi avanzi del passato, delle antiche correnti di An, e troppo materiale di risulta dell’ex-Pdl.

DI MAIO Per lui il voto è l’ultima spiaggia per tornare in auge. Si era staccato dal protagonismo grillino per governare in serenità, ma ormai l’abisso tra l’ala movimentista e l’ala istituzionale del partito-movimento, accusata di aver tradito tutte le battaglie identitarie, è incolmabile. Se allo scontato dimezzamento dei consensi territoriali dei 5Stelle, dovesse aggiungersi pure la sconfitta referendaria, ultimo lampo del passato, per Di Maio e soci sarebbero dolori. Che nemmeno un’eventuale fusione riformista col Pd (rischio annessione), riuscirebbe a sanare. Solo l’arrivo di Conte potrebbe scrivere un nuovo capitolo. Ma in qualsiasi caso, non sarebbe più il Movimento disegnato da Grillo e Casaleggio.

ZINGARETTI Stanco di recitare la parte del pompiere, del partito del buon senso, dello stabilizzatore istituzionale, il Pd potrebbe vedere indebolita la sua compattezza, proprio a seguito delle scelte dei cittadini. Zingaretti parte già perdente: non è riuscito a presentare un’immagine unitaria della maggioranza giallorossa, per le perturbazioni interne dei grillini, e ha condiviso suo malgrado il sì al taglio dei parlamentari, per non turbare ulteriormente l’esecutivo. Ma rischia di rimetterci eccessivamente rispetto alle sue responsabilità oggettive. Una cosa è certa: se il Pd abbandona la roccaforte toscana, si aprirebbe anche la partita della segreteria dem. E, in vista, del voto laziale del 2021, non sarebbe di buon auspicio.

BERLUSCONI Dopo aver resistito decenni e decenni a processi e persecuzioni politiche, ha battuto anche il virus. Ma il suo tramonto fisico coincide comunque con la perdita di peso di Fi; partito che da tempo, si è ritagliato insieme un ruolo interessante di sparigliatore e mediatore. Con una percentuale che oscilla, stando ai sondaggi, intorno al 7-8%, è infatti, l’ago della bilancia tra un centro-destra che deve tornare, secondo il Cavaliere, a trazione liberal-moderata, e un mega-centro, tutto da edificare, con strizzate d’occhio a quella area moderata, cui hanno già posato lo sguardo in molti: da Conte a Calenda a Renzi.

RENZI Per lui è l’ultima partita. L’ultima chance. E’ vero che l’uomo ha sette vite, e l’ha dimostrato ampiamente, ma la politica non è sempre una variabile indipendente. Speculare a Berlusconi, un po’ sparigliatore, un po’ mediatore, tra un centro da disegnare e un centro-sinistra da ridiscutere, avrà dalle urne il messaggio certo del suo futuro. Innanzitutto, vedere se l’operazione Italia viva può reggere o trasformarsi nell’anticamera di un’altra strategia di ricomposizione politica. Sarebbe un terribile smacco se dovesse essere sconfitto il suo candidato toscano (Giani). Un renziano rimasto dentro il Pd. Come dire, né sparigliatore, né mediatore.

(Lo_Speciale)

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