giovedì, 9 Luglio, 2020
Politica

L’impossibile unità dei 5 Stelle

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Il 5 marzo di due anni fa il Movimento 5 Stelle faceva il “grande balzo in avanti” conquistando alle elezioni politiche circa il 33% dei voti. Oggi i sondaggi accreditano i 5 S intorno al 15%, meno della metà. Due anni di governo non hanno giovato alla formazione politica inventata da Grillo e Casaleggio e guidata, fino al 20 gennaio, da Luigi Di Maio.

Il disastroso crollo nei consensi è, forse, il male minore di cui soffre la galassia gestita provvisoriamente da Vito Crimi. All’orizzonte si intravvede la nuvola minacciosa di una scissione che rischia di far deflagrare definitivamente il sogno dei suoi fondatori.

I 5 Stelle erano cresciuti vorticosamente intorno a iniziative di piazza, meet up e mobilitazioni fuori dai canoni tradizionali della politica. Voler essere il “totalmente altro” rispetto alla politica tradizionale è stata sempre la bandiera di cui i grillini sono andati talmente orgogliosi che, in nome del “noi non siamo come gli altri”, hanno per lungo tempo rifiutato qualsiasi alleanza.

Nei loro programmi prevalevano i NO e diventavano un potente aggregatore di malcontenti di vario genere, non sempre infondati. A questo uso sistemico del “gran rifiuto” non seguiva un corredo adeguato di proposte costruttive credibili e praticabili. Tale, ad esempio, non era l’idea da fantasilandia di smantellare altiforni e laminatoi dell’Ilva per sostituirli con un grande parco a tema nella città dei due mari, e rioccupare così i 10 mila operai del più grande complesso siderurgico d’Europa.

La pozione magica  con cui Grillo ha portato in Parlamento un’entusiasta  squadra di 323 deputati e senatori era fatta di vari ingredienti: l’antipolitica (iconizzata nel “vaffa”), l’idea di una democrazia insieme plebiscitaria ed elitista (pilotata da un ristretto e intoccabile gruppo di puri e duri) , il disprezzo per la libera stampa (della serie “chi ci critica è contro il popolo”), il giustizialismo estremo (manette facili e niente garantismo in nome della purezza ontologica del Movimento), un anticapitalismo pauperista (il mito della decrescita felice), un ambientalismo contraddittorio e da sottosviluppo (meglio l’immondizia nelle strade che moderni termovalorizzatori), un egualitarismo delle incompetenze ( uno vale uno),  il miraggio della vittoria sulla povertà ( con sussidi generosi, generalizzati e scollegati da qualsiasi parametro di produzione di ricchezza) e, per concludere, idee confuse ed ondivaghe sull’Europa (fuori dall’Europa si/no, fuori dall’euro si/no) e sulla politica estera nessuna indicazione.

Facile è stato vincere cavalcando al galoppo questi temi agitati da abili comunicatori, ma quando conquisti il 33% e diventi il primo partito poi devi governare sapendo scegliere gli alleati e mettendo le mani in pasta sui problemi concreti. E qui il M5 Stelle si è perso per strada. L’assenza di una solida esperienza e cultura di governo ha pesato tanto ma molto più grave è stata la scarsa umiltà: trovandosi improvvisamente in mano una enorme responsabilità invece di mettersi a studiare i problemi hanno continuato con gli slogan che si sono rivelati poi un cappio al collo. Da qui la rapida perdita di consensi dovuta sia alla sudditanza verso l’alleato leghista sia alla incoerenza tra quanto detto in campagna elettorale e quanto poi concretamente attuato. Di positivo c’è stato che un limitato gruppo di validi parlamentari 5 Stelle ha fatto il salto di qualità diventando vera classe dirigente: hanno mantenuto viva l’ispirazione positiva rispetto ai loro valori ma hanno mandato alle ortiche programmi strampalati che si dimostravano lontane dalla realtà e impraticabili.

In questa crisi di crescita, purtroppo, il Movimento non è stato aiutato dai suoi padri. Grillo si è limitato a chiudere con l’epoca del vaffa e a evitare, dopo la crisi di agosto, che Di Maio cedesse al canto delle sirene leghiste che avrebbero trascinato i 5 Stelle negli abissi. Ma altro non c’è stato. Sarebbe servita una paziente opera di “ricostruzione” della classe dirigente, una svolta seriamente riformista per trasformare un partito di protesta, animato da buone intenzioni, in un partito di proposta che valorizzasse le competenze, abbandonando l’armamentario sloganistico e ed elaborando idee nuove e concrete.

Non ha giovato ai 5S la continua azione di disturbo effettuata, in tutta comodità, da Di Battista, che non si era candidato ipotizzando probabilmente una legislatura breve.  L’indebolimento di Di Maio e l’assenza di un vero padre nobile hanno aperto falle che è impossibile chiudere. Anche perché le diverse anime che, confusamente, si erano ritrovate unite sul carro vittorioso delle elezioni non si sono mai realmente amalgamate e ognuna ha cercato di riprendersi il proprio spazio. Il collante che le ha tenute insieme non c’è più. L’ultima spiaggia di questa irrefrenabile corsa alla rottura è la polemica sul MES e l’assenza di qualsiasi serio dibattito interno sull’opportunità di utilizzare le linee di credito speciali del MES per finanziare le ingenti spese per l’emergenza sanitaria senza le abituali misure draconiane di finanza pubblica. Anche stavolta solo slogan, agitazione di bandiere, rifiuti di principio e poi improvvise e inevitabili correzioni di rotta.

La rottura tra chi vuole ritornare ad un passato fatto di invettive e confusi proclami populisti e chi, misurandosi con i problemi, ha imparato ad essere più concreto e a ragionare come classe dirigente di governo è ormai insanabile. E il destino dell’ala che seguirà Di Battista è segnato: tornerà a gravitare nell’orbita della Lega e di una crescente Destra nazionalista, non più come pianeta ma come satellite.

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