sabato, 11 Luglio, 2020
Politica

Di Maio, dimissioni preventive? Gesto di saggezza

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L’ex capo politico dei 5 Stelle ha commesso vari errori nella sua brillante e fulminante carriera politica. Ma le sue dimissioni dall’incarico sono un atto di saggezza.

Beninteso, non nel senso che era ora che se andasse, ma perché un leader politico deve capire quando è giunto il momento di farsi da parte (per tattica, strategia o opportunità lo  si capirà dopo) ed evitare invece di restare a tutti i costi al proprio posto creando a se stesso e ad altri problemi che poi diventa complicato risolvere.

Di Maio ha compiuto un passo doloroso visto che, nel giro di 5 mesi, ha rinunciato prima al ruolo di vicepresidente del Consiglio, poi ad uno dei due Ministeri che guidava (Sviluppo Economico e lavoro) e adesso allo scettro di capo del Movimento.

Ma la sua decisione è un bene per tutti perché  potrebbe squarciare il velo della verità su ciò che resta del grillismo, sulle vere dinamiche interne di un Movimento lacerato da troppe lotte intestine poco trasparenti e, in buona sostanza, sulla crisi di identità di una formazione politica che nel Parlamento ha ancora la maggioranza relativa dei seggi, anche se nel Paese sembra aver dimezzato il proprio consenso.

C’è chi sostiene che Di Maio abbia lasciato prima delle elezioni regionali in Emilia Romagna per evitare un processo per la probabile sconfitta. C’è chi sostiene che si sia dimesso per sparigliare le carte in vista degli Stati generali di marzo. C’è chi ritiene che le sue dimissioni siano una mossa contro congiure o tradimenti orditi da persone di cui si fidava. Quest’ultima ipotesi, per la verità, è quella che sembra trapelare dall’atto di accusa lasciato trapelare da Di Maio tra le righe nella dichiarazione con cui ha annunciato il suo gesto. 

In cosa consistano queste congiure o tradimenti non è dato di sapere. Si può ipotizzare che ci sia una lotta di potere per assumere il comando di un’organizzazione finora estremamente verticalizzata: quando il potere è molto concentrato in tanti ambiscono a prenderselo, magari criticando chi ce l’ha in nome della collegialità…

Le lotte interne di potere si esprimono -in genere- in varie maniere più o meno corrette: con palesi proposte politiche alternative a quelle del capo in carica, con manovre meno palesi per indebolire la leadership soffiando sul fuoco di malumori oppure con mezzi e mezzucci oscuri che  seminano zizzanie o peggio inoculano veleni. Nel Movimento 5 Stelle, per coerenza con i loro ideali, l’unica via ammissibile dovrebbe essere la contrapposizione palese e corretta di linee politiche da discutere “in streaming” nelle sedi istituzionali.

Ma da un po’ di tempo il bello della “diretta” dei dibattiti politici interni è scomparsa tra i 5 Stelle. Sembra passato un secolo da quando nel 2013 si facevano in streaming perfino gli incontri per decidere se formare o meno una maggioranza di governo…

Se le dimissioni Di Maio serviranno a trasformare un Movimento politico in casa di vetro in cui il dibattitto e lo scontro interno avviene alla luce del sole, dovremo ringraziare il giovane ex-capo.

E, in ogni caso, il suo gesto evita di trascinare il Governo nella tempesta di sabbia che il caos interno ai 5Stelle sta sollevando e che potrebbe avere sviluppi imprevedibili.

L’unico dato certo, al momento, è che la stragrande maggioranza dei parlamentari  dei 5 Stelle, inclusi quelli che ne sono usciti per entrare nel Gruppo Misto, non ha alcuna intenzione di andare ad elezioni politiche adesso per interrompere con 3 anni di anticipo un mandato che per molti di loro difficilmente sarà rinnovato e dal partito e dagli elettori. Per evitare questo scenario l’unica alternativa è confermare il sostegno al Governo Conte2. 

Chiunque prenda il posto di Di Maio sa che questa è la linea del Piave. Grillo lo ha spiegato con lucidità da agosto e in tanti hanno capito l’antifona. Per dirla in breve: chi ha costretto Di Maio a dimettersi sperando di prenderne il posto sa che non potrà proporre al Movimento di abbandonare l’alleanza con il Pd per tornare nell’abbraccio mortale con Salvini. E quindi, chiunque diventerà il nuovo capo politico non potrà che confermare il sostegno al Governo Conte. Separando il proprio ruolo politico da quello di Ministro degli Esteri, alla fine, Di Maio ha dato una mano al Governo.

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