martedì, 9 Agosto, 2022
Politica

Il governo che verrà e la politica estera

Il governo che verrà dovrà dotarsi di una politica estera autonoma e autorevole, non da Italietta o da operetta, ma all’altezza di un Paese che fa parte del G7. Possiamo lasciare a turchi e russi la gestione della Libia? Possiamo non avere un ruolo di primo piano verso quei Paesi da cui partono le ondate migratorie? Possiamo rinunciare a diventare l’hub dell’energia (oggi del gas e domani dell’idrogeno) del Mediterraneo? Possiamo continuare a farci considerare “irrilevanti” rispetto a potenze come la Francia, la Germania e il Regno Unito? Forse qualche parola in più anche su questo sarebbe opportuno sentirla in campagna elettorale.

Gli equilibri internazionali non sono mi stati così vicini alla rottura, dai tempi della caduta del muro di Berlino. L’aggressione russa all’Ucraina ha innescato un pericoloso aumento della temperatura nei rapporti tra le superpotenze nucleari cui ora si aggiunge l’acuirsi delle tensioni tra Cina e Stati Uniti. Un’onda instabilità si irradia nel Mediterraneo e nel Medio Oriente a partire dal caos in Libia e si diffonde in molti paesi dell’Africa.

E’ un contesto delicatissimo in cui basta una mossa sbagliata e il mondo potrebbe precipitare verso una catastrofe.

Negli ultimi 15 anni gli Stati Uniti hanno progressivamente abbandonato il ruolo di guardiano del mondo, si sono ritirati da molti scacchieri, limitandosi ad operazioni spot lasciando troppo spazio libero al protagonismo della Russia, del la Cina e della Turchia.

La stessa Nato era stata descritta come un organismo dall’ encefalogramma piatto, prima che Putin rendesse esplicita la sua strategia imperialista.

In questo contesto l’Italia riveste un ruolo delicato sia per la sua immersione nel Mediterraneo sia per le scelte fatte negli anni Cinquanta, adesione al Patto Atlantico e al progetto europeo.

Il nostro Paese da decenni non ha una politica estera all’altezza della sua storia e della sua potenza economica. E’ andato a ricasco di decisioni altrui e non ha mai investito per creare una vera e propria strategia per il Mediterraneo in armonia con quella euro-atlantica.

In una fase di estrema delicatezza degli equilibri internazionali uno sbandamento del nostro Paese potrebbe avere effetti devastanti. Lo hanno capito la Russia e la Cina che hanno approfittato della “distrazione” altrui per tentare di sfruttare a loro vantaggio le incertezze della politica italiana.

Nella inevitabile confusione che la campagna elettorale genera un faro deve rimanere solido sempre acceso e dovrebbe essere quello della chiara collocazione del nostro Paese. Sulla carta dovrebbe esserci una larga maggioranza solidamente ancorata all’euro-atlantismo. Le forze di centrosinistra che hanno appoggiato Draghi e le sue scelte sull’Ucraina non hanno intenzione di cambiare linea. Di notevole importanza è stata la presa di posizione molto chiara di Gorgia Meloni che ha confermato la collocazione atlantista del nostro Paese. Le sue parole sono un messaggio rivolto anche ai partner della coalizione di centrodestra che non sempre hanno brillato per coerenza su questa materia.

Tenere la barra dritta è necessario ma non sufficiente. Il governo che verrà dovrà dotarsi di una politica estera autonoma e autorevole, non da Italietta o da operetta, ma all’altezza di un Paese che fa parte del G7.Possiamo lasciare a turchi e russi la gestione della Libia? Possiamo non avere un ruolo di primo piano verso quei Paesi da cui partono le ondate migratorie? Possiamo rinunciare a diventare l’hub dell’energia (oggi del gas e domani dell’idrogeno) del Mediterraneo? Possiamo continuare a farci considerare “irrilevanti” rispetto a potenze come la Francia, la Germania e il Regno Unito? Forse qualche parola in più anche su questo sarebbe opportuno sentirla in campagna elettorale.

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