domenica, 7 Agosto, 2022
Il Cittadino

La “conversione” di Di Maio: meglio la casta?

Scagli la prima pietra chi non si è mai fatto cogliere da un moto di repulsione contro i politici, inutili, incapaci e costosi; chi non ha desiderato almeno per un secondo che Montecitorio sprofondasse; o che, nel cuor suo ed in fondo in fondo, non abbia tratto un certo “divertimento” dai vaffaday dell’esordio grillino.

Si trattava, in fondo, di un movimento che cavalcava in qualche modo quanto rilevato nel lontano 2007 da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, col loro saggio “La casta” (sottotitolo: “Così i politici italiani sono diventati intoccabili”- Rizzoli Editore). Un libro-denuncia su tutti gli sprechi del potere e le esagerazioni (effettivamente esagerate) dei politici: in un clima a questi sfavorevolissimo, anche grazie alle inchieste sulla corruzione.

Eppure un segnale della forza della politica poteva e doveva cogliersi anche in quella clamorosa denuncia: se non altro per la circostanza che quel titolo (e forse lo stesso saggio) tradizionalmente si dice che prenda spunto da una frase di un politico di razza, Walter Veltroni. Pare che questi in un periodo in cui  era impegnato nel suo secondo mandato di sindaco di Roma (2006-2008), che si accavallava parzialmente con l’incarico di segretario del PD (2007-2009) e con il tempo di candidarsi alle elezioni politiche (2008) abbia affermato che «Quando i partiti si fanno caste di professionisti, la principale campagna antipartiti viene dai partiti stessi».

Notazione che non è anti-veltroniana (personalmente, anzi, sono un suo ammiratore e ritengo Veltroni l’ultimo sindaco degno di tale nome che abbia avuto Roma, non governata dal febbraio 2008), ma che mi serviva a dimostrare come stessi riferendomi ad un politico “di mestiere”.

Il segnale della necessità della politica, finanche per ipotizzare una nomenclatura della casta non venne colto e il libro alimentò, probabilmente contro le stesse intenzioni degli autori, il populismo ed il sovranismo, che, inevitabilmente, hanno ridotto la politica (già di per sé stessa prona di fronte al potere giudiziario) ad un simulacro di sé stessa, dando il via all’attuale potere tecnocratico, della necessità sempre più frequente di fare gestire il potere da “non eletti”.

Inutile l’allarme contro il populismo, lanciato praticamente alla vigilia dell’incredibile exploit dei Cinque Stelle, da Gianfranco Rotondi, il quale col suo libro “Meglio la casta” (sottotitolo: “L’imbroglio dell’antipolitica”, 2016, Koinè Edizioni) avvertiva da politico navigato che «i barbari sono alle porte e dopo sarà inutile voltarsi indietro per concludere che era meglio la casta».

Saggio che è stato considerato più per gli aneddoti, a volte veramente divertenti com’è nello stile dell’Autore, più che per la vera e propria rivendicazione del primato della politica.

Ma nel 2016 si denunciava il pericolo. Bisognava quindi vivere l’incubo ed il dramma del trionfo dell’anticasta, dell’«uno vale uno», perché ci fosse l’implosione del fenomeno Grillino.

Scontata nel suo verificarsi, meno scontata nel modo.

Perché nessuno poteva attendersi che l’implosione venisse sancita da una conversione come quella di Di Maio, forse l’esponente più rappresentativo del Movimento, certamente il più noto.

Luigi Di Maio ha cambiato idea, dimostrando con ciò stesso una grande intelligenza: perché solo gli  stolti rimangono radicati nelle loro convinzioni, senza porre in dubbio che possono essere in errore.

Egli aveva già manifestato doti positive. Si vedeva che aveva studiato. Che aveva imparato l’inglese «e persino l’italiano», secondo la maligna constatazione di Gramellini. Ma, francamente, non ci potevamo aspettare che ripudiasse capisaldi del populismo pentastellato.

Lo ha fatto, mostrando di non volere rinunciare a rivedere la sua opinione, di cercare una diversa  comprensioni delle cose, di avere un proprio carattere, capace di affermarsi in proprio.

Di Maio ha compiuto una mossa da autentico politico. Riuscendo per di più in una impresa che a nessuno era finora riuscita: creare una scissione nel partito di maggioranza relativa, senza far cadere il Governo.

L’appoggio di Di Maio a Draghi, al governo in carica, è scontata, ma – consentitemi – è di facciata.

Di Maio ha fatto, senza la fatale enfasi renziana, ciò che a Renzi non era riuscito: la rottamazione del Movimento Cinque Stelle, scrostandosi di dosso proprio quella parte di partito di cieca obbedienza a concetti populisti, ritenuti dai Grillini ortodossi dogmi intangibili.

Un gesto di valenza politica eccezionale che, proprio per la sua natura, avrà la forza di determinare la fine della tecnocrazia: quindi anche la fine e la non riproponibilità del Governo Draghi.

Ma che, soprattutto, ha trasformato il pessimo ministro dello sviluppo economico – che come dice Calenda ha fatto danni enormi all’economia – ed il populista ignaro che proclamava la sconfitta della povertà, in un politico pragmatico ed avviato alla professionalità parlamentare.

Insomma un’affermazione pubblica che è meglio la casta (magari senza quelle esagerazioni del primo decennio del secolo) che segna, abbiate fede, un’inversione di tendenza a favore della politica.

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