giovedì, 28 Ottobre, 2021
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Crescita? Riforme urgenti. Draghi al timone, una garanzia

Una ipotesi di crescita che fa ben sperare per l’economia del Paese. Un rimbalzo che si manifesterà con un salto del Pil. Uno scenario che il professore Ubaldo Livolsi, esperto di politiche finanziarie, di strategie di investimenti, con una conoscenza di mercati internazionali, vede con cautela. Per Livolsi bisogna affidarsi al prestigio e qualità del premier Draghi, concentrarsi quindi nei progetti concreti. Per creare sviluppo e ricchezza servono innovazioni e patti di sinergia delle imprese che il Governo potrà agevolare. Uno sguardo Livolsi lo rivolge anche ai tormentati scenari di guerra. “L’Italia è un Paese leader dell’Ue che porterà certamente una nuova concertazione che asseconderà la svolta di Joe Biden“…

Professor Livolsi, nel secondo trimestre del 2021 il prodotto interno lordo è aumentato del 2,7% rispetto al trimestre precedente e del 17,3% nei confronti del secondo trimestre del 2020. Il più alto, quest’ultimo dato, su base tendenziale mai registrato dall’inizio delle attuali serie storiche, ovvero dal 1995. La domanda interna sale e l’export è in aumento, siamo verso una fase di ripresa e quanto durerà?
I finanziamenti di Next Generation EU, l’autorevolezza del Governo e del presidente del Consiglio Mario Draghi, la campagna vaccinale che, no vax malgrado, sostanzialmente prosegue e persino un certo nazionalismo – mi riferisco alla vittoria degli azzurri a UEFA EURO 2020 e quelle dei nostri campioni ai Giochi Olimpici di Tokyo – stanno dando entusiasmo al nostro Paese: gli italiani tornano a spendere, come del resto lo sta facendo il mondo, che sta ricominciando ad apprezzare i nostri prodotti, le nostre eccellenze note ovunque, che danno un impulso all’export. A ben guardare però non deve sfuggire che non si tratta di una ripresa miracolosa, ma la crescita del Pil si deve a un rimbalzo tecnico dopo il crollo del 2020 determinato dalla pandemia da Covid 19, rimbalzo per giunta determinato dal deficit pubblico che per due anni ha finanziato privati e imprese. Tuttavia, il deficit non può continuare a lungo, a prescindere dal cronoprogramma concordato con Bruxelles, le riforme che il Paese aspetta – a partire da quella della Giustizia e dal Fisco – non possono attendere oltre. Altrimenti si rischia di ripetere quanto avvenne alla fine degli anni 80, quando ci fu una forte distribuzione di denaro da parte dello Stato verso i privati, ma senza riforme tutto ciò si tradusse in uno spreco. Non a caso sia il premier Mario Draghi, sia il ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco non hanno certo esultato pubblicamente per questo rimbalzo. È quindi difficile prevedere quanto durerà questa fase, proprio perché non corrisponde a una ripresa “naturale” dell’economia.

Durante la pandemia la bilancia commerciale dell’Italia è migliorata, si scopre che in realtà c’è stata una riduzione sia delle importazioni che delle esportazioni, solo che il calo delle importazioni, del 13%, è stato più imponente di quello delle esportazioni che è stato del 10%. È per questo che il surplus è cresciuto in realtà e la bilancia commerciale è migliorata, proprio perché i consumi italiani sono diminuiti così tanto da superare nel loro calo quello delle vendite all’estero, che ha tenuto, magari proprio in quei Paesi in cui invece l’economia ha resistito di più. Come spiega questa vocazione dell’Italia all’export?
La vocazione dell’Italia all’Export è tradizionale, tutto il mondo apprezza le nostre eccellenze, la nostra creatività e capacità riconosciute, anche se da queste colonne a volte sottolineiamo che rimangono dei limiti, come la paura di approntare partnership e fusioni più coraggiose con aziende produttive e commerciali in loco all’estero. Il meccanismo che lei sottolinea nella sua domanda è corretto. Durante gli anni della pandemia – da cui, è bene ricordare, non siamo ancora usciti e per cui è bene vigilare – gli italiani sono stati in casa, non potevano uscire, hanno risparmiato, mentre dall’altra parte in quei Paesi dove il lockdown è stato meno duro, le persone hanno continuato a spendere, anzi per alcuni si è creato un effetto voglia di vivere che ha incrementato i consumi e quindi l’export di prodotti, anche italiani, visti sempre con molta positività. Da qui vorrei fare una ulteriore riflessione. Come ricordato da Federico Fubini sul Correre della Sera, nei sedici mesi dall’inizio della pandemia fino a giugno (dati Banca d’Italia) i depositi liquidi lelle aziende Italiane sono cresciuti di 90 miliardi di euro, un aumento record del 30%, ciò perché le imprese sono state “ristorate” (Governo Conte) e “sostenute” dallo Stato (Governo Draghi) in quanto è stato loro indennizzato il fatturato ai livelli pre-pandemici, mentre la cassa integrazione a carico dello Stato ha concesso di non pagare gli stipendi. Allo stesso modo, nei medesimi sedici mesi, la ricchezza liquida delle famiglie è salita del 7,7% fino a superare la quota di 1.139 miliardi. Da tutto questo patrimonio bisogna ripartire.

Lo stop dei dazi Usa salva mezzo miliardo di euro di export italiano tra formaggi, salumi, liquori, agrumi e succhi di frutta, pasta che da ottobre 2019 a febbraio 2021 hanno subito dazi aggiuntivi del 25% a causa del contenzioso sugli aiuti pubblici ai gruppi Airbus e Boeing. Anche sul versante cinese, nel frattempo, si registra un intoppo rispetto all’Accordo stipulato tra l’Unione Europea e la Repubblica Popolare Cinese sulla cooperazione e la protezione dall’imitazione e dall’uso improprio della denominazione di 200 Indicazioni geografiche europee e cinesi, in vigore dal 1 marzo scorso, diversi Consorzi italiani, infatti, hanno segnalato a Origin (l’associazione che li riunisce) ostacoli posti dalla Cina alla promozione dei prodotti Dop e Igp, se queste notizie dovessero essere confermate, le ripercussioni per l’agroalimentare e made in Italy non si farebbero attendere, quali azioni si potrebbero mettere in campo per salvaguardare il nostro made in Italy?
Nel mondo globalizzato le dinamiche politiche pesano eccome sulla nostra economia e sull’export dei prodotti. In questo senso l’improvvisa crisi e il ritiro degli Usa per volontà del presidente Joe Biden, con logiche, motivazioni e toni per certi versi oscuri per noi europei, e dei suoi alleati dall’Afghanistan, con i talebani che sembrano volersi avvicinare alla Cina – oggi le uniche rappresentanze diplomatiche rimaste Kabul sono quelle di Pechino e di Mosca – determina incertezza. Credo tuttavia che la diplomazia dei dazi potrà fare molto in proposito e il fatto che l’Italia è un Paese leader dell’Ue porterà certamente a una nuova concertazione che asseconderà la svolta di Joe Biden, che ha voluto mettere da parte l’isolazionismo del suo predecessore Donald Trump. In primo piano in termini di attenzione va posto il settore agroalimentare, che è specchio delle nostre eccellenze: abbiamo questa carta straordinaria e l’italianità è un marchio strategico unico, riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Vorrei però riallacciarmi a quanto dicevo alla fine della precedente risposta. C’è un capitale posseduto sui conti correnti dei privati e delle aziende, che se bene investiti stimoleranno la domanda anche interna, potranno essere fatti investimenti per produrre meglio e per esportare di più. Bisogna però far ripartire il Paese con le riforme urgenti, cosa che sanno bene Mario Draghi e i ministri del suo Governo. Da ambiti maggiori a minori, penso alla bozza di legge sulla concorrenza, che prevede interventi sui servizi pubblici locali, sull’energia, sui trasporti, sui rifiuti, sulle misure per semplificare l’avvio di un’impresa, per rafforzare i poteri dell’Antitrust, ma anche alla riforma del diritto fallimentare, del catasto e del fisco più in generale.

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