domenica, 7 Marzo, 2021
Attualità

Più della legge conta il buon senso

La Fase2 è iniziata e si spera presto che cominci anche la Fase 3 con un ritorno alla “normalità possibile”, data la convivenza obbligata col virus che ci porteremo dietro fino alla vaccinazione di massa e all’immunità di gregge.

Come gestire, nel frattempo, i comportamenti concreti in queste circostanze?

Sono state criticate, in parte giustamente, le continue ondate di regole decise dal Governo, attraverso gli strumenti più diversi (decreti legge, dpcm, decreti ministeriali, direttive, protocolli, circolari). Se a questi atti di rilevanza nazionale aggiungiamo quelli di portata locale emanati da Regioni e Sindaci possiamo ben comprendere quanto alta possa essere la confusione nella testa dei cittadini.

Poteva andare diversamente? Forse, ma solo in parte. Di fronte ad un’emergenza sanitaria di questa portata, di cui non si conosceva quasi nulla due mesi fa e di cui si continua a sapere poco anche adesso, era necessario adattare di volta in volta le varie decisioni a seconda delle conoscenze del fenomeno e della sua portata: un’occasione d’oro per coloro che scrivono le norme con una mentalità morbosamente burocratica. Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi sarà necessario adottare altre decisioni, in relazione agli sviluppi delle conoscenze scientifiche e all’andamento sia dell’economia che della pandemia.

Ma bisogna cambiare registro.

Pretendere di regolare per legge o con atti di portata imperativa qualsiasi dettaglio è una malattia cronica della nostra produzione normativa. Essa porta ogni volta ad approvare leggi che, per entrare in mille dettagli, richiedono svariati decreti delegati. E ognuno di questi testi è talmente intriso di rimandi ad altre norme che, alla fine, per voler regolare tutto minuziosamente, si crea uno zibaldone di regole, spesso in contrasto tra loro, sostanzialmente inapplicabili, un’ottima base per legittimare qualsiasi arbitrio.

Troppe leggi, nessuna legge, si dice per bollare questa ipertrofia normativa che non giova allo Stato di Diritto.

Ma torniamo ai nostri giorni e alle domande che tutti ci facciamo: posso fare questo? posso fare quello? Aspettarsi una risposta dalle norme è sbagliato.

Dopo due mesi di bombardamento continuo di virologi, epidemiologi, pneumologi, tuttologi, giornalisti scientifici e non, politici oracolari, qualcosa del funzionamento di questa pandemia l’abbiamo pure capita. Non ci serve essere inondati di precetti dettagliatissimi.

Sappiamo che dobbiamo evitare il più possibile i contatti fisici ravvicinati, gli ambienti affollati, che dobbiamo stare almeno ad un metro da un’altra persona soprattutto negli ambienti chiusi e sempre con le mascherine che proteggano naso e bocca, che le mani vanno lavate spessissimo e protette da guanti quando siamo alle prese con oggetti che altri possono aver toccato. Tanta igiene e disinfezione. Finisce qui? Certo che no, ma una volta capiti i principi si deve usare il buon senso nelle scelte che facciamo momento per momento. Già, il buon senso, una virtù così semplice e pure così poco praticata.

Da noi al buon senso spesso preferiamo la furbizia. E questo è un circolo vizioso legato anche al tipo di norme: più esse vogliono dettagliare tutto più noi siamo tentati di trovare delle scappatoie per evitare quello che ci sembra un giogo ossessionante.

Per la verità, di buon senso ce n’è poco anche nelle leggi e in certe decisioni pubbliche. Un esempio: per evitare gli affollamenti nei supermercati invece di allungare gli orari di apertura per diluire nel tempo gli afflussi, li hanno compressi sicché le file sono aumentate e alla fine inevitabilmente si è ottenuto l’effetto opposto.

Il buon senso può più delle leggi perché ci consiglia di comportarci in un certo modo non perché qualcuno ci obbliga a farlo ma perché ci fa capire che conviene a noi stessi e agli altri. E questo vale più di ogni minaccia di sanzioni.

Certo bisogna abituare la gente ad usare il buon senso e l’esempio deve venire dalle classi dirigenti, quella politica innanzitutto. La politica deve diventare un modello e una scuola non di furbizie e di “mandrakate” ma di saggezza e di buon uso del cervello. Solo così si diffonderà anche tra i cittadini l’idea che l’importante non è cercare scappatoie per “fregare” lo Stato ma rispettare alcuni principi e comportarsi bene per non far male né a sé stessi né agli altri.

Vedremo.

Scrivi all’autore dell’articolo
Sponsor

Articoli correlati

Ricognizione di Confcommercio per testare la ripartenza: al lavoro 800 mila imprese. Ecco i settori produttivi che riaprono

Angelica Bianco

La Cina è lontana

Giuseppe Mazzei

La crisi italiana è sociale ed economica. Serve una grande riforma del welfare

Giampiero Catone

Lascia un commento