mercoledì, 21 Ottobre, 2020
Attualità

Conte e Borrelli un tandem in TV

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Si è conclusa la fase delle conferenze stampa della Protezione Civile, in cui ci si è trovati a gestire la più grande crisi dopo la seconda guerra mondiale. Il Dipartimento ha incardinato un ruolo centrale di coordinamento e comunicazione in una fase terribile, dove ogni parola, ogni respiro che in questo caso è apparso anche empiricamente pericoloso, è penetrato nelle coscienze, nella mente e nell’immaginario di tantissimi italiani, che per molti giorni si sono attaccati alle parole del capo Dipartimento o degli esperti che via via si sono susseguiti nel tempo. 

Il tandem Conte Borrelli di inizio tragedia, ha navigato su acque perigliose e infestate di incognite. In quei momenti lo scontro politico sembrava addormentato, quasi annichilito dal knock-out del Covid 19.

Uno sconosciuto alla porta… della terapia intensiva però. Un virus che ancora lascia morti sul campo, e persone che lo portano in giro inconsapevoli come un bagaglio a mano. Il 4 maggio si riapre. Nello sguardo del Presidente c’è tutta la preoccupazione di questi giorni e soprattutto di quelli che verranno. Livelli di guardia della diffusione app di tracciamento, privacy, regioni in subbuglio e randomiche ordinanze. Come affrontare la fase due, la convivenza con il virus? I morti di un mese fa dovrebbero insegnare a muoverci, anelando per loro un omaggio degno dei caduti di una guerra; i medici che ancora combattono e quelli che ci hanno rimesso la vita meritano rispetto e quindi bisogna capire come muoversi. La signora Giovanna ha dieci figli; ognuno di loro la va a trovare con moglie e un nipote. Una trentina di persone dentro casa e se magari uno gli ha portato delle paste al Covid 19 con una bella glassa di polmonite interstiziale, il gioco è fatto. 

In questi mesi, mi ha colpito l’incedere del sorriso preoccupato di Borrelli, un’ espressione di tensione e di rassicurazione. Barcamenarsi tra virologi, politici, intellettuali, non deve essere stato facile. La mascherina? Va messa, non va messa, ne metto due, certificazioni, attenzione alla gente senza scrupoli che lucra sui presidi sanitari, dati che vanno e vengono, tamponi, caschi per ventilazione, farmaci, antivirali, antiaggreganti, antibiotici. In un vortice di tensione gli italiani aspettavano le ore 18 per avere il punto della situazione. Il 4 maggio magari a quell’ora molti proveranno a riprendersi un pezzo di vita stando attenti a non finire nella coltre di un droplet di qualcuno o girandosi verso una portiera della metro sanificata spero a regola d’arte . La realtà è quasi sempre migliore di come viene descritta ma il messaggio che ci portiamo dietro è quello di una zavorra epocale, fuorviante, negativa; l’esempio positivo, quello che funziona o eccelle spesso non interessa a nessuno. Nella speranza per l’Italia che ci si scordi presto di questa situazione, resterà nella storia la comunicazione al tempo del Covid 19, dove tutti hanno cercato di mettere un’impronta, in una rappresentazione a volte distorta a volte più attendibile, ma incredibilmente inusuale.

L’effetto e il significato per un processo comunicativo che è stato semplice ma nello stesso tempo viscerale per il fruitore. Se comunicare è avvicinarsi a colui che riceve il messaggio carpendone le credenziali affettive e inconsce, forse ci si è riusciti. Le chiavi di interpretazione sono state lasciate al pubblico, consapevoli forse che giorno per giorno i messaggi sarebbero stati differenti, calibrati all’atteggiamento della stampa o di chi usava i post sui social. Abitudini culturali, capacità di apprendimento, reti relazionali senza stringerci la mano, un gesto che consideriamo parte imprescindibile per il comportamento interpersonale.

La comunicazione della Protezione Civile è stata una stretta di mano che ha ridotto la sua funzione materiale: la stretta di mano rivela la temperatura del paese, la forma, la complessità. Ogni linea di quella indefinita mano dell’Italia è stata pervasa da dati e da rassicuranti atteggiamenti.  Cosi come nella comunicazione del Presidente, tutta la naturalezza di una stretta di mano, a volte più forte a volte più delicata, forse innaturale per il tipo di messaggio di un premier alla nazione.

L’uso dei social, delle tv, definito bulimico da molti ma sempre razionale e decisamente legato all’osservazione degli eventi, come il protagonista dell’Uomo dal fiore in bocca di Pirandello che minuziosamente cercava nello spirito delle cose e delle situazioni, una distrazione dal dramma a cui sarebbe andato incontro. Il Premier sa parlare ed essere rassicurante, tanto che nell’agone politico se ne sono accorti in molti. Condividere la paura in un rito, in una connessione mediatica difficile come ad esempio i social, può conquistare la fiducia degli Italiani, ma ad esempio può scatenare un effetto rebound. L’Italiano accetta molte cose: politica, Stato, controllo, privato, pubblico, religione, laicità. Tutto viene compreso e metabolizzato secondo la sua capacità fruitiva.

La scarsità di tempo e attenzione a disposizione del cittadino, per esempio dovuta ad una situazione emergenziale come quella che viviamo, deve essere valutata attentamente. La dilatazione del tempo, connessa  al lockdown, non ha consentito alla popolazione di confrontarsi ma di ricevere informazioni forzate da parte di tutti i media possibili, rifugiandosi in un Tik Tok di dieci secondi per scrollarsi di dosso tutta la tensione di quasi due mesi di chiusura. La massima accessibilità con la minima modalità di comprensione. Intellettuali, filosofi, showgirl, inconsapevoli virologi si sono trovati al banchetto del coronavirus, come nella grande abbuffata di Ferreri, facendo la fine del povero signor Creosoto dei Monty Python, in quello che in gergo si chiama swarm data, uno sciame di dati che ha scriteriatamente minato gli stati d’animo degli Italiani.

Come regolarsi nella fase due?  Consapevoli che fortunatamente il virus si sta rendendo più visibile agli esperti e che molti inconsapevoli errori non si ripeteranno, le informazioni dovranno uniformarsi allo scioglimento del ghiaccio sociale dei giorni a venire. Che capacità avrà dopo questa fase il fruitore delle informazioni? Quante gliene sono rimaste di cognitive o mnemoniche magari più che culturali?  Le stesse informazioni ormai saranno state assimilate in forma corretta? Ci ricorderemo che la distanza è un metro? … su un sito abbiamo letto che è un metro e ottanta… La mascherina chirurgica serve solo a chi è malato ma se la portiamo tutti non si infetta nessuno? Messaggi semplici, tecnicamente validi per tutti, magari schematici con l’inclusione di riferimenti scientifici ma che coinvolgano il cittadino della fase due ad essere il portatore di notizie giuste, in una scala dimensionale, in un processo comunicativo, in una capacità di riscontro adatta a tutti. Eliminare tutti gli atteggiamenti comunicativi che ostacolano la cooperazione, individuando quelli che possono favorirla. I costi di una qualità sbagliata nell’informazione della fase due potrebbero essere devastanti; la fiducia dei cittadini ne risulterebbe perennemente danneggiata e soprattutto la politica dovrebbe intervenire, com’è giusto che sia, anche in maniera conflittuale per tenere conto di tutte le nostre necessità. Tutto questo con raziocinio, lungimiranza, anche perché la stessa politica potrebbe dare un’immagine distante e creare un ostacolo alla cooperazione. L’Italia in questa pandemia non è né vittima né salvatrice ma ha avuto una capacità in più rispetto alle altre nazioni: “La trasparenza”.

Nella fase due, nella task force di Colao mi sarebbe piaciuto un pensatore come Levinas, per il quale la comunicazione con l’altro non è ostaggio del testo. Avrebbe parlato di relazione con l’altro e il fatto di essere “….è quanto di più privato ci sia; l’esistenza la posso raccontare ma non condividere” siamo circondati da esseri umani e da cose con i quali intratteniamo relazione”.  Levinas dice: siamo con gli altri con la vista, con il tatto, con la simpatia con il lavoro in comune…tra esseri umani ci si può scambiare tutto tranne l’esistere. Si, decisamente mi sarebbe piaciuto un filosofo che collabori con virologi ed esperti, perché nell’essenza sovrumana del non toccarsi, nel distanziamento sociale, ci siamo dimenticati di comunicare psicologicamente che siamo fatti di cose da raccontare e non da condividere come avviene per i social. Dovremmo convivere con l’Europa che di comunicazione ultimamente ha latitato ed è riuscita a ballare su miliardi di euro obnubilata dalle agenzie di rating e degli outlook finanziari.

Comunicare per incanalare la rabbia, quella legata alle catastrofi è veramente una brutta bestia. Indubbiamente qualcuno penserà che nel gioco delle parti della comunicazione, ad esempio nella negoziazione, il ruolo della vittima reca sempre il suo fascino discreto e amabile, per esempio nel trattare con Bruxelles ma in questo caso è legittimo chiedere e ricevere sostegno dai nostri “amici europei”. Marshall Rosemberg ci parla di comunicazione dei propri bisogni e di quelli degli altri per una comunicazione non violenta. Chiedere in modo costruttivo senza esigere è stata l’idea del governo nei confronti dell’Europa, esprimendo una necessità generale. Sapranno l’Olanda, la Germania, la Finlandia costruire un percorso e capire gli elementi giustificativi di Spagna, Francia e Italia per esempio? Ricercare abitudini culturali forse è la chiave sia per trattare con la Merkel che per convincere qualcuno a mettersi la mascherina. 

Per la fase due consiglio due libri interessanti: Il ragazzo che amava Shakespeare di Bob Smith (di cosa parleremo quando saremo vecchi come voi? Quando sentiremo pioggia e vento battere il buio di dicembre ..Cimbelino, III, 3) affinché le parole giuste ci facciano da scudo. L’altro scritto è di Paolo Maurensig: Il guardiano dei sogni, per iniziare a leggere i sogni di chi ci è più vicino. Ricordatevi dei morti, quando magari alle 18 vi collegherete al sito della Protezione Civile, restate a casa magari solo con la testa, se potete.

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