domenica, 24 Gennaio, 2021
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Antimafia e prevenzione

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Si sta dibattendo in questi ultimi giorni, in quasi tutti i talkshow televisivi, del timore, reale, che le piccole e medie imprese, sfibrate dalla crisi da coronavirus, trovino l’aiuto economico – che lo Stato potrebbe dare soltanto fino a un certo punto e che il sistema bancario potrebbe lesinare o rendere difficile o negare – rivolgendosi a chi può disporre di una liquidità pressoché infinita da fare emergere: a una delle varie mafie, quindi.

Per il vero, riconosciamogli il merito, il grido d’allarme è stato lanciato dal Procuratore della Repubblica di Catanzaro, Dottor Nicola Gratteri, il quale ha avvertito del pericolo che le mafie attraverso questi finanziamenti si impossessino di importanti settori dell’economia di intere regioni: che sarebbe un errore limitare al solo meridione.

Si tratta di un allarme, però, che è meramente politico, non certamente giudiziario.

Né il Procuratore di Catanzaro, né nessun’altra autorità giurisdizionale ha la possibilità e la capacità di operare in via preventiva, per impedire il realizzarsi del  fenomeno.

Il pubblico ministero può intervenire solamente dopo che un fatto sia concretamente avvenuto; e se esso costituisce un reato, ricercare e perseguire il responsabile.

Annotiamo subito che il finanziamento di un’attività, anche con la finalità di acquisire una partecipazione in un futuro prossimo, non è di per sé un fatto illecito o un reato.

Un soggetto privato, che lecitamente possiede dei capitali liquidi può tranquillamente finanziare qualsiasi impresa. Il reato si ha allorché attraverso quel finanziamento si attua un riciclaggio di capitali provenienti da attività illecite; o in un secondo momento, quando si ricorra alla violenza, o anche solo alla intimidazione derivante dall’essere  considerato mafioso.

Si tratta di un fenomeno già esistente nella società e ben noto agli operatori del diritto e alle forze di polizia, che la crisi da coronavirus può rendere ancora più diffuso.

L’occasione dell’epidemia è eccezionale per attuare, finalmente, una reale politica antimafia.

La lotta, dichiarata con un’enfasi che l’incultura mafiosa secondo me non meritava (ricordate la scena del barbiere nel film “Johnny Stecchino” di Benigni?), è stata fin qui combattuta con leggi  speciali sempre più severe, prevedendo regimi carcerari particolari e a volte anche unicamente ed inutilmente inflittivi.

La lotta alla mafia è stata affidata al contrasto e alla punizione del mafioso, prestando strumenti di indagine eccezionali (oggi divenuti “normali”, ma che normali non sono in uno Stato di diritto, giustificabili solo come misure, per l’appunto, eccezionali), ma con lo scopo unico di favorire la raccolta delle prove della colpevolezza.

Lo Stato, nella sostanza, con siffatte leggi e con siffatto metodo, più che prevenire il fenomeno, impendendone la proliferazione, ha determinato un forte sistema punitivo, interamente delegato al potere giurisdizionale.

Il fenomeno in sé, però, nonostante decenni di indagini e processi e arresti e condanne,  non è mai stato contrastato nel suo divenire.

Ci si è illusi di poter agire contro la mafia come un chirurgo che, individuato un cancro lo estirpi con taglio preciso e netto, non accorgendosi che quel tumore è diventato una metastasi, che si diffonde in tutti gli organi, coinvolgendo loro malgrado anche cellule sane.

È un fatto, e lo dico con grande dolore, che quasi mezzo secolo di lotta condotta in tal modo, non è servita né a far cessare il fenomeno mafioso, ma neppure a mutarne i protagonisti: è sufficiente guardare la geografia mafiosa degli anni Ottanta per rendersi conto che i nomi delle famiglie e dei luoghi storici della mafia sono rimasti sempre quelli.

Ora l’allarme giustamente lanciato è un’occasione.

Lo Stato non dovrà lasciare alcun margine alla mafia.

Se l’imprenditore troverà una possibilità legittimamente percorribile di sopravvivenza dopo l’incredibile crisi connessa alla pandemia, la seguirà.

Lo Stato, quindi, dovrà essere vicino alle imprese, non soltanto con i possibili aiuti economici, ma anche semplificandone la vita, rendendo veloci le nuove intraprese e spingendo il sistema creditizio a pompare la massima liquidità possibile.

Ma se tale possibilità di ricorso al sistema legale sarà resa difficile o addirittura inibita (penso all’economia sommersa: è l’occasione di farla emergere, senza che si abbia il timore di essere poi perseguitati) significherà per l’ennesima volta cedere il passo alle organizzazioni mafiose: che forniranno, subdolamente, quell’aiuto.

Facendo crescere ancora il tumore, indifferente ai tagli chirurgici, che non ne elimineranno mai la causa.

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