martedì, 26 Gennaio, 2021
Politica

È irreversibile il declino del movimento 5 stelle?

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Per cercare di prevedere se il destino del movimento 5 stelle può essere raffigurato con quella curva che i matematici chiamano parabola bisogna fare un passo indietro e tornare al faffa-dey del 2007 a Bologna.

Quella manifestazione organizzata da Beppe Grillo era stata considerata come nulla più di una esibizione folcloristica. Si era sottovalutata la forza comunicativa del comico genovese e la sua importante collaborazione con Gian Roberto Casaleggio.

L’idea innovativa della democrazia diretta digitale e la capacità di conoscere in tempo reale le opinioni delle persone sono state uno strumento di fondamentale importanza per una forza di opposizione che alle politiche del 2013 si sono inaspettatamente rivelate, sia pure per uno 0,1 il primo partito. Se Bersani nel novembre 2011 fosse andato subito alle elezioni avrebbe capitalizzato la sua opposizione a Berlusconi e avrebbe facilmente vinto le elezioni. Avendo invece consentito la nascita del governo Monti perché facesse lui il lavoro sporco ha lasciato ai 5 stelle il ruolo di opposizione credibile e ci ha rimesso la Presidenza del Consiglio e la Segreteria del Partito. Vito Crimi allora disse no all’alleanza con il Pd, voleva distinguersi dagli altri partiti e cercare di arrivare da solo alla maggioranza assoluta, cosa impossibile, che non gli impedì però di ottenere una grande vittoria nel 2018, strappando al partito Democratico il 7% dell’elettorato.

Il sistema bipolare che durava dal 1994 si è quindi trasformato in un sistema tripolare nel 2013 rafforzandosi nel 2018. Come spiegare questo grande successo? Bisogna tener presente che con la scomparsa dei partiti tradizionali che si basavano sulle ideologie è svanita la fidelizzazione degli elettori e l’elettorato è diventato volatile. Mancano inoltre politici esperti di grande prestigio che sappiano indicare una linea di sviluppo proiettata nel futuro e guidare il cambiamento. Oggi il successo è determinato dall’apparire come le persone ti vogliono vedere. La posizione di opposizione caratterizzata da alcuni temi identitari, scelti tra quelli che eccitano la gente ha funzionato molto bene. Governare però è una cosa diversa, richiede assunzione di responsabilità; i risultati ottenuti non eccitano più un elettorato emotivo, la politica anti casta non funziona più se anche tu sei visto come parte della casta; bisogna inventarsi sempre qualcosa di nuovo e non è facile.

Una nuova sceneggiata dal balcone di Palazzo Chigi non funzionerebbe una seconda volta. E poi ci vuole un personale preparato e la tesi dell’uno vale uno non può essere credibile. Così mentre le cose già fatte perdevano il loro appeal quelle sempre in corso come la lotta alla immigrazione clandestina ha avuto una presa più duratura. Se si considera l’esito delle elezioni europee una quota del consenso 5 stelle è finita alla Lega, mentre in queste elezioni di gennaio a beneficiare della perdita di voti grillini è stato il Pd.

Di Maio cui viene attribuito il peso delle sconfitte mentre nessuno ricorda il merito della vittoria del 2018 lo aveva previsto. Per questa ragione voleva evitare il confronto elettorale in Emilia e Calabria. Come molti accorrono in soccorso dei vincitori, così molti abbandonano la nave che sembra affondare. Prima delle elezioni europee in un colloquio con un giovane e preparatissimo dirigente dei cinque stelle lo avevo consigliato di convincere i suoi compagni di partito a compiere una svolta coraggiosa.

Lo stesso Grillo aveva in qualche modo paragonato il movimento ad una nuova Democrazia Cristiana. Bisognava posizionarsi al centro, abbandonare le posizioni più estreme prendendo le distanze dal populismo anti europeo e dai programmi più radicali come il giustizialismo e l’avversione alle iniziative capaci di far ripartire il PIL, abbandonando il mito della decrescita felice. Sarebbe stato necessario strutturarsi in modo democratico come un partito capace di far convivere al suo interno posizioni differenziate come era stata capace di fare la Dc. Riportando al voto gli astensionisti si sarebbe potuto arrivare al 38% e anche oltre come una forza di centro che guarda a sinistra con tutta la moderazione necessaria. Operazione difficile che non si è realizzata anche per mancanza di tempo. Oggi Conte si configura come il nuovo Prodi e auspica un coinvolgimento organico dei 5 stelle nel Pd, cosa che li trasformerebbe in un piccolo ramo del nuovo ulivo destinato a perdere centralità politica- Però con lo spostamento a sinistra del Pd e a destra della coalizione a guida Salvini c’è al centro un grande spazio che Calenda, Toti e Renzi non sono per ora in grado di colmare e che lascia spazio anche ad una riedizione di una forza cattolica unitaria. Solo una posizione moderata e una azione politica qualificata aperta a collaborazioni centriste che passi attraverso una rifondazione democratica del movimento potrebbe arrestarne la caduta. Staremo a vedere.

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