mercoledì, 7 Dicembre, 2022
Politica

M5s-Pd separazione non consensuale. Conte, Movimento continuo

Presentate le liste dei candidati. Partiti pronti per la campagna elettorale

Il personaggio della politica che ha cambiato linea, ruoli e maschere più di tutti in 4 anni è Giuseppe Conte.
Lo strappo improvviso e immotivato con cui ha gettato alle ortiche l’alleanza con il Partito democratico per le elezioni regionali in Sicilia è solo l’ultimo atto di una metamorfosi che a tratti potrebbe sembrare mefistofelica. L’avvocato sfugge a tutto e a tutti fuorché alla sua ambizione. Di cui rimane sempre prigioniero liberandosi di volta in volta di alleati, di maggioranze e anche di un po’ di coerenza. Un optional come la pochette…
Vediamo le tappe.

Chiamato nel giugno del 2018 da Mattarella a Palazzo Chigi per mettere pace tra Di Maio e Salvini Conte si autodefinì -generosamente- l’avvocato del popolo. In realtà, lasciato il suo studio legale aveva vestito i panni del notaio di un’alleanza squinternata tra demagoghi e populisti che non poteva reggere. E infatti non resse.

Dopo 13 mesi, Conte abbandonò Salvini alla sua sorte e da notaio si trasformò in un improvvisato Robin Hood: alleato con la sinistra per togliere ai ricchi e dare ai poveri. Il suo secondo governo provocò due scissioni nel Pd, Renzi e Calenda.

Nel 2020 Conte fu costretto a indossare un nuovo abito, non politico ma istituzionale, e provò a fare il buon padre di famiglia rassicurante durante la pandemia. Diventato un personaggio abbottonato ed equilibrato lontano dal populismo della prima ora, Conte si guadagnò grande popolarità Conte. Ma, accecato dall’alto indice di gradimento, non si accorse che l’Europa non voleva affidare nelle sue mani inesperte la realizzazione del Pnrr. Avrebbe avrebbe potuto chiamare Draghi e dargli i pieni poteri sui soldi europei. Non lo fece. Pensò di potersi trasformare in supermanager capace di manovrare la macchina complessa del Pnrr che richiedeva ben altre competenze. Isolato nel culto della sua personalità Conte e circondato da un cerchietto magico di laudatores Conte pensò di resister alla manovra condotta da un fuoriclasse come Renzi. E finì fuori da Palazzo Chigi.

Decise di vestire i panni del paladino della terza maggioranza della legislatura, cacciando dal M5s chi non era d’accordo. Nel frattempo diventava anche capo politico del Movimento. Lusingato da Letta cominciò a pensare di essere il tessitore di una grande alleanza progressista a sinistra. Ma si sentiva emarginato da Draghi, ignorato dai suoi ministri, Di Maio in testa, perfino mal tollerato da Grillo. Il suo partito perdeva consensi. Così Conte decise l’ennesima metamorfosi.

Si trasformò in congiurato per colpire alla schiena il Governo Draghi e mettere a repentaglio il patto col Pd. Per strada trovò compagni imprevisti come Salvini e Berlusconi che affondarono il coltello con maggiore efficacia. Draghi vide svanire la sua larga maggioranza e Conte decise di operare l’ennesimo cambiamento: dalla vecchia ambizione di “avvocato del popolo” diventare arruffapopolo più di Di Battista. E così sta riportando il M5s nella vecchia identità di partito dei No, delle promesse e dei proclami demagogici. Era inevitabile la rottura col Pd. Che stranamente, fino alla fine, si era illuso di poter tenere aperti i ponti con l’imprendibile Conte. Letta aveva fatto male i conti. L’avvocato sfugge a tutto e a tutti fuorché alla sua ambizione. Di cui rimane sempre prigioniero liberandosi di volta in volta di alleati, di maggioranze e anche di un po’ di coerenza. Un optional come la pochette…

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