domenica, 5 Dicembre, 2021
Cronache marziane

La libertà e la violenza

Non avrei mai potuto immaginare che la sopraffazione, le guerre e i combattimenti fossero fenomeni esclusivamente terrestri; avevo dunque ragione di ritenere che simili fenomeni si accompagnassero inevitabilmente a qualunque insediamento di viventi, fino a che Kurt non mi ha spiegato che così non è.

L’occasione per ragionarne è venuta piuttosto casualmente ed è legata alla passione del Marziano per la letteratura di questo pianeta e, in particolare, per i racconti dei nostri contemporanei: Kurt ha però un modo tutto suo di interpretare la contemporaneità – legato ai suoi variabili concetti di spazio e di tempo – per cui le tribolazioni londinesi di Oliver Twist (1838) si svolgono, nella sua ottica, poco lontano da quelle delle donne cadute sotto il regime Talebano ai giorni nostri.

Nessuna meraviglia dunque che con l’Extraterrestre la discussione sia partita da una vicenda, narrata da Heinrich Boll, che si svolgeva nella Germania divisa dei primi anni settanta.

Il volume che Kurt teneva fra le mani era stato pescato nella seconda fila di un lontano scaffale della mia biblioteca – si intitolava “L’onore perduto di Katharina Blum o come la violenza può svilupparsi e dove può portare” – e le tracce dell’usura mostravano come quel libro fosse stato letto e riletto, per ricercarvi qualcosa che andava oltre la semplice trama.

Quel romanzo narra di una donna qualunque che, divenuta vittima della stampa scandalistica a causa della sua relazione con un ricercato, finisce con l’uccidere il giornalista che le aveva reso la vita un inferno senza uscita.

Esemplare l’avvertenza dell’Autore: “I personaggi e l’azione di questo racconto sono completamente fittizi. Nel caso in cui nella rappresentazione di certe pratiche giornalistiche dovessero essere riscontrate somiglianze, queste ultime non sono né volute né casuali, ma più semplicemente inevitabili”.

Omettendo di dire al Marziano che, a mio avviso, quel libro dovrebbe essere imparato a memoria da tutti quelli che intraprendono la carriera di giornalista, non ho potuto fare a meno di ricordargli che le cronache della carta stampata ribollono di campagne diffamatorie solo raramente represse dai giudici, alcuni dei quali amano addirittura trasformarsi in dispensatori di notizie riservate, ben protetti dalla loro medesima impunità.

Resta il fatto che Kurt abbia espresso grande interesse per il fenomeno della violenza, ma soprattutto per la molteplicità, quasi infinita, delle sue cause e per l’antichità delle sue origini.

Egli non ha però nascosto la sua meraviglia nell’apprendere che la maggior parte degli ordinamenti giuridici – assumano essi le forme di una città-Stato o di un moderno impero – è sempre e comunque nata da atti violenti delle più diverse specie.

Trovandoci a Roma poi – ed anche alla luce di recenti fatti delle cronache giudiziarie in cui si sono intersecate addirittura le due sponde del Tevere –   è stato inevitabile richiamare le violenze contro lo Stato della Chiesa, al pari di quelle consumatesi all’interno di Quest’ultimo.

E infine come dimenticare – lo diceva Giulio Andreotti – che già Lutero ricordava che “Se c’è un inferno, Roma ci sta sopra” e che quando i romani erano solo due – Romolo e Remo – l’uno uccise l’altro in una disputa che si sarebbe potuta risolvere con il lancio di una monetina? Quella morte, d’altronde, non potrebbe mai essere attribuita alla circostanza che le monete non erano ancora state inventate, ma più semplicemente al rigurgito di odio che sempre nasce dalla brama del potere.

Kurt ha dovuto così, una volta tanto, convenire con me che è la storia stessa di questo sfortunato pianeta a scrivere costantemente un elogio della violenza; quest’ultima si contrappone persino a ciò che è sacro fino, a travolgerlo, come ci insegna Renè Girard (“La violenza e il sacro”, 1972), per il quale è criminale uccidere la vittima perché essa è sacra, ma la vittima non sarebbe sacra se non la si uccidesse.

L’unico limite di questo ragionamento potrebbe trovarsi nella sua poca originalità, visto che ricorda molto da vicino la logica del “Comma 22” di Joseph Heller, romanzo scritto oltre dieci anni prima (1961): ma è pur vero che l’originalità è cosa diversa dalla correttezza del modo di affrontare i grandi problemi che destano la curiosità dell’Extraterrestre.

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