venerdì, 18 Ottobre 2019
Editoriale Politica

Fuga dal Pd? Divide et succumbe

Sopravviverà il Pd ai venti di scissione? Calenda se n’è andato per la sua strada, Richetti ha sbattuto cortesemente la porta senza farci capire dove andrà, i renziani minacciano sconquassi e tutti aspettano che l’ex segretario fiorentino decida se, come e quando dare la pugnalata finale al Pd.

Si, perché una scissione del Ps in questo momento difficile, con una coalizione complessa come quella con i 5s sarebbe il colpo di grazia per il partito di Zingaretti. E non solo.

La fine del Pd travolgerebbe anche coloro che se ne vanno. Insomma dividersi adesso per le varie anime del partito democratico non significa poter comandare meglio, ma soccombere definitivamente e trascinare il governo e l’Italia in un’avventura dagli esiti pericolosi.

La storia della sinistra italiana è stata spesso caratterizzata da scelte legate a dissidi interni che non hanno tenuto in alcun conto le conseguenze delle loro divisioni sulle sorti dell’Italia.

Se il Pd fosse travolto adesso dalle scissioni potrebbe saltare anche il governo e si andrebbe alle urne con una vittoria travolgente di Salvini e della destra. È questo quello che vogliono Calenda, Richetti e soprattutto Renzi?

Come abbiamo scritto ieri, Renzi non può mandare a gambe all’aria la coalizione Pd-5s fino a quando non sarà cambiata la legge elettorale in senso proporzionale: se si andasse al voto con questa legge da lui voluta e che già è stata un bagno di sangue per il Pd alle politiche del 2018, l’eventuale partito di Renzi non andrebbe oltre il 3-4%, Salvini farebbe l’en plein. Con quel che ne consegue.

Renzi deve aspettare e, se ha del buon senso, sa che deve mordere il freno. Può creare un nuovo partito, continuando a sostenere la coalizione? Certamente. Questo gli consentirebbe di sedersi al tavolo delle trattative per le nomine e per condizionare alcuni punti del programma del Governo. Ma con quali argomenti e con quale credibilità Renzi potrebbe uscirsene dal Pd in questo momento?

La sua sembrerebbe palesemente una manovrina di potere che avrebbe comunque l’effetto di rafforzare l’influenza dei 5s sul governo. Il M5s oggi forte ancora della maggioranza relativa in parlamento si troverebbe a trattare con due partiti piccoli e non con il solo Pd e avrebbe tutto lo spazio per imporre la sua linea sia a Renzi che a Zingaretti. Insomma un capolavoro per chi pensa che spaccando il Pd si possa condizionare meglio il partito di Grillo.

Renzi, Calenda e Richetti sembrano vivere in un Paese delle meraviglie dove ogni partitino ha una sua rappresentanza parlamentare, nessun partito è così forte da poter imporre il suo volere, la destra è moderata, il populismo non esiste e gli elettori non sono ondivaghi e disorientati.

L’Italia del 2019 non è così. C’è ancora una legge elettorale che ha una consistente quota maggioritaria e che spazza via partiti piccoli; se si taglia il numero dei parlamentari e non si cambia la legge elettorale  ci sarà spazio per massimo 3 partiti con rappresentanze sbilanciate  per cui un partito potrebbe farla da padrone assoluto; inoltre, la destra italiana è estremista e non moderata; domina ancora la demagogia populista che in queste condizioni non favorisce la costruzione del centro e l’elettorato è simile ad un fuscello che si piega al vento del momento.

Uccidere il Pd adesso significa provocare il suicidio collettivo di quel che resta della sinistra e l’aborto di quello che potrebbe essere domani – con una diversa legge elettorale e un contesto più rasserenato- un centro moderato di ampie dimensioni.

Weber insegna che il politico deve anteporre l’etica della responsabilità a quella della testimonianza. Renzi e seguaci vari sapranno anteporre una visione strategica che tiene conto degli effetti delle loro scelte ad una manovra di piccolo cabotaggio che dà loro nell’immediato un effimero vantaggio tattico e negoziale?

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