domenica, 22 Settembre 2019
Politica

Il programmone di Conte il venticello della fiducia

La fiducia è “un venticello, un’auretta assai gentile che insensibile, sottile leggermente, dolcemente incomincia a sussurrar”. Potremmo applicare questa parafrasi della celebre aria del Barbiere di Siviglia alla fiducia che il governo Conte-2 ottiene dal Parlamento.

In effetti, il sostegno che deputati e senatori conferiscono alla nuova squadra di ministri è all’insegna di una prudente ed equilibrata arietta di novità resa necessaria per scampare il pericolo del devastante uragano leghista che si profilava all’orizzonte.

Conte ha chiuso con i toni e il lessico populista, ha gettato alle ortiche la toga di “avvocato del popolo” e si è presentato con un aplomb più istituzionale come ago della bilancia di una coalizione forse meno innaturale di quella precedente ma sicuramente più complessa da gestire anche per i risvolti psicologici non solo degli elettorati ma anche dei leader dei due partiti.

Accanto a Conte alla Camera sedeva un Di Maio non più vicepresidente del Consiglio, non più bi-ministro, non più onnipotente capo politico dei 5S ma ormai leader dimezzato, lame duck direbbero gli americani, con una faccia da funerale inappropriata per il battesimo del nuovo Governo. E questo la dice lunga sulla fatica che dovrà fare Conte per evitare che la depressione sia il mood dominante di questo esecutivo che invece si è presentato con un programma ambiziosissimo, per realizzare il quale servirebbero non una ma due legislature.

Conte non parla più di “popolo” ma di “cittadini”: era ora. Promette toni meno sguaiati nella comunicazione del governo (immaginiamo senza balconi festanti e flash mob sotto Palazzo Chigi pilotati da Rocco Casalino), assicura un confronto interno alla coalizione dal quale saranno bandite le contumelie, le maldicenze e le volgarità. Benissimo. Poi elenca il programmone che sarebbe difficile definire sbagliato: contiene tante idee buone e anche qualche proposta concreta di facile attuazione.

Il quadro di riferimento internazionale è quello giusto, con al centro l’Europa e un rinnovato atlantismo tutto da reinventare.

Il quadro economico appare altrettanto gradevole: nessun atteggiamento da gradasso nei confronti dei parametri europei ma impegno per cambiare queste regole nell’ottica dello sviluppo e in armonia con i partner.

Poi c’è un lungo elenco di riforme ispirate da una cultura politica da sinistra moderata con qualche piccola concessione al residuo giacobinismo dei 5S. Ci sono tanti importanti impegni per riforme istituzionali meno roboanti di quelle renziane. Insomma un bel mix di decisioni alcune urgenti, altre necessarie, altre auspicabili, altre ancora da definire meglio. Nulla di preoccupante. Forse sarebbe servito scrivere una scala di priorità e definire tappe di verifica periodica dell’attuazione del programmone. Ma abbiamo visto di peggio.

Cosa conta per Conte?

Innazitutto  partire, mantenere i nervi saldi, tenere a bada gli umori di Di Maio e di Renzi, farsi ben consigliare da Mattarella, Draghi e da chi ne sa più di lui in tante delicate materie, alzare spesso la cornetta per parlare non solo con Macron e Merkel ma anche con i leader di altri Paesi europei ”minori” di cui l’Italia dovrebbe diventare una sorta di capofila autorevole, fare squadra col Commissario europeo Gentiloni, evitare di finire nel tritacarne della confusa politica estera americana ma non  fare passi falsi che siano percepiti come ostili da  chiunque vada ad abitare alla Casa Bianca.

Conra soprattutto e subito affrontare di petto il problema dell’immigrazione e attuare una politica che aumenti i posti di lavoro e il reddito disponibile per le famiglie.

Conte può facerla se dimostra umiltà, poca voglia di protagonismo e qualità da “tessitore” dei rapporti nella coalizione e tra i ministri. In questo ruolo “cavouriano” Conte potrebbe vedere che la fiducia “prende forza poco a poco, vola già di loco in loco, sembra il tuono la tempesta che nel sen della foresta” a Salvini “fa d’orror gelar” …

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