giovedì, 2 Aprile, 2020
Politica

Il Governo Conte cambierà anche i partiti

La strada della formazione del governo di Giuseppe Conte sembra in discesa, dopo la tardiva ma risolutiva rinuncia di Di Maio al ruolo di vicepresidente del Consiglio.

Dopo l’uscita a sorpresa di Grillo, il Movimento 5 stelle ha subito una scossa positiva che ha dato la sveglia a molti seguaci di Di Maio che erano pieni di dubbi, incertezze e amarezze.

Il Pd finora ha giocato le sue carte con estrema duttilità puntando ad un unico risultato: non far saltare l’accordo ed evitare elezioni anticipate.

Se, come pare, giovedì avremo la squadra, Giuseppe Conte potrà iniziare una navigazione che non sarà facile ma probabilmente segnerà parecchi cambiamenti nella politica italiana.

Innanzitutto il programma: dopo 14 mesi di governo schizofrenico con un contratto scritto sommando due divergenti programmi senza alcun amalgama, dovremmo avere un progetto di lavoro per almeno 3 anni molto più coerente e concreto.

In secondo luogo, lo stile del Governo. Dovrebbe finire questa corrida populista fatta di balconi festanti, di continue rincorse a chi la spara più grossa, di polemiche continue e di schiamazzi istituzionali. Conte stavolta dovrà imporre il suo ruolo di guida e coordinamento, avendo capito dalla precedente esperienza che tacere e abbozzare significa dare spazio a chi urla di più e avallare scelte sbagliate

In terzo luogo, il rapporto con l’Europa: dopo 14 mesi di invettive, minacce, offese personali e denigrazione sistematica delle istituzioni europee, Conte dovrà dimostrare ai partner dell’Unione che l’Italia non è né una pecora nera, né un Pierino fastidioso, né un emulo delle scorribande irresponsabili di Boris Johnson né un seguace del sovranismo di Orban e del gruppo di Visegrad. L’Italia con questo governo deve riprendere il ruolo autorevole che spetta al nostro Paese, mettere ordine nei conti ma puntando alla ripresa dell’economia e imporre nell’agenda europea il tema della regolazione solidale dell’immigrazione.

Ma c’è un altro elemento rilevante del nascente governo giallorosso: la reciproca modificazione dei due partiti che lo sosterranno.
SI, nulla potrà più essere come prima sia per il M5s sia per il Pd. Questa esperienza di governo forse anche forzata dalle circostanze, non potrà non lasciare traccia nei due partiti e molto dipenderà da come Conte eserciterà il suo ruolo.

Il M5s, dopo le cavalcate trionfanti degli ultimi 5 anni, vissute con entusiasmo giovanilista, ha toccato con mano quanto sia duro governare e difficile saper “fare” politica. I 5s hanno, in pratica, dovuto cedere su molti punti della loro impostazione che erano imparticabili, si sono fatti usare da un partito alleato che prima ha imposto la sua linea estremista e poi li ha buttati nel cestino con una crisi inspiegabile.

Il movimento fondato da Grillo è chiamato ad una prova di maturità e ad una scelta di campo: non può mettere insieme confusamente  idee di sinistra e di destra solo perché accomunate dal linguaggio populistico e demagogico senza alcuna coerenza; non può andare avanti a colpi di demonizzazione degli avversari e di manicheismo, non può pensare di essere l’unico depositario della verità e della purezza politica, non può improvvisare soluzioni  usando slogan ad effetto, sciacquandosi la bocca con la parola “popolo” usata come  una droga efficace che provoca applausi ed euforia ma non risolve i problemi.

Il M5s deve ritrovare i veri motivi del suo successo e non sono né l’antipolitica né la demagogia populista, ma la giusta aspirazione ad una politica seria, pulita, orientata verso la soluzione dei problemi di fasce sociali deboli senza inseguire utopie regressive (la decrescita felice).

Governando insieme ad una forza politica a suo modo moderata e di grande esperienza, come il Pd, il M5s sarà costretto in qualche modo a modificare sé stesso in positivo e verso una maturazione come soggetto politico rinnovato e costruttivo.

Ma anche il Pd avrà di che cambiare sé stesso in questa alleanza con i 5s.

Il Pd attraversa da tempo una fase complicata di ricerca dell’identità. Renzi ha cercato di imporgliene una che, dopo brillanti primi passi, è apparsa un tentativo personalistico di appropriarsi del partitico disintegrandolo. L’identità renziana aveva fatto perdere di vista al Pd tutta una serie di problemi e di sensibilità che in parte e confusamente sono state fatte proprie dal M5s. Il Pd non potrà non ritrovare sé stesso ma lo dovrà fare maturando una impostazione più umile e più coraggiosa del suo ruolo. Il Pd dovrà rompere con riti e linguaggi ormai vetusti, puntare meno al potere e più alla soluzione dei problemi, non considerarsi immune dai mali che inquinano la vita politica e con pazienza dedicarsi a riorientare l’intera sinistra italiana verso una identità nuova, senza guardare al passato ma elaborando nuove idee e cogliendo nuove sensibilità diffuse tra i cittadini italiani che non vogliono farsi dominare da una destra estremista ed ottusa.

Lavorare a braccetto con i 5s potrà aiutare il Pd in questo sforzo di innovazione.

Insomma, una seria politica di governo che Conte dovrà guidare con concretezza potrà costituire una sorta di scuola comune in cui Pd e 5s potranno, ognuno per la sua parte, imparare ad essere migliori del passato, più maturi e più utili al Paese.

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