sabato, 15 Maggio, 2021
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Livolsi: imprese che innovano ora crescono al nord resilienti. Opzioni fintech? Vince chi interpreta le esigenze dei clienti

Non è la pandemia ad imporre cambiamenti, ma la determinazione delle imprese a cercare nuovi stimoli, strategie, progetti per crescere. Così le aziende del nord che avevano già portato come obiettivo innovazione e selezione dopo il 2008,  oggi sono più avanti rispetto al sud e riescono ad intercettare meglio la ripresa. È una riflessione del professor Ubaldo Livolsi, esperto di economia internazionale, attento conoscitore del sistema finanziario italiano sia pubblico che privato. Per il professor Livolsi, l’affermazione delle opzioni fintech cresceranno di pari passo con la chiarezza dei sistemi, delle offerte, nel sapere interpretare le richieste dei clienti. Tra le questioni su cui  si riflette vi è, inoltre, il peso delle consulenze tecniche nell’attuale Governo. “Mi ha sorpreso”, osserva, Livolsi “una certa demonizzazione ideologica delle società di consulenza. McKinsey è una delle più importanti e il suo metodo è preso a modello e utilizzato con successo da politici, manager e consulenti in tutto il mondo”.

Prof. Livolsi, la terza ondata pandemica sta “rivoluzionando” le aziende e il mercato, alcuni indicatori ci dicono che il livello di resilienza sia più alto al Nord rispetto al Centro ed al Sud. Gran parte delle imprese localizzate al Nord hanno saputo sfruttare la crisi come occasione di cambiamento e riorganizzazione favorendo l’accelerazione della transizione digitale e innovazione rispetto alle realtà industriali del centro sud Italia. Un mondo parallelo al settore bancario istituzionale e del credito, penso ai fondi privati, penso alle boutique finanziarie, penso alle società specializzate nelle operazioni di finanza straordinaria, potranno aiutare le realtà industriali del Centro-Sud Italia e guidarle nell’affrontare il cambiamento e cavalcare la trasformazione che il mercato ci impone?
Come insegnano le leggi dell’economia, ogni volta che c’è una crisi, le differenze si allargano. È successo puntualmente con la pandemia, che ha accentuato storiche disuguaglianze all’interno del nostro Paese. Non è propriamente esatto sostenere che la crisi abbia stimolato il cambiamento. Le nostre aziende del Nord e del Centro stavano tornando a crescere dopo la crisi del 2008. Sono stati effettuati importanti investimenti tecnologici, finanziari, organizzativi. Ciò anche per la vocazione delle organizzazioni centro-settentrionali all’export. È vero invece che c’è una concentrazione di strutture finanziarie e consulenziali, in particolare a Milano e nella sua area, che facilitano tale processo aiutando le aziende a rafforzare il proprio patrimonio e a disporre di liquidità per fare investimenti. In questo senso il Sud è svantaggiato.

Credo che serva un salto culturale anche da parte degli imprenditori meridionali, che devono guardare con maggiore fiducia ai cambiamenti strategici, oltre che organizzativi e gestionali, necessari alle loro aziende per essere competitive. Oggi abbiamo questo strumento straordinario che è il Recovery Fund, con oltre 190 miliardi di euro in arrivo entro l’estate, come ricordato di recente dal ministro del Mef, Daniele Franco. Non dimentichiamo come è stato ideato il Recovery.  Indica la strada da seguire in modo preciso; gli obiettivi e il monitoraggio, dalla sostenibilità alle infrastrutture fisiche e digitale. Si accolga un’ultima riflessione. Il Sud è gravato dal cancro della mafia, una palla al piede delle nostre regioni più belle, che esprimono gioielli, noti in tutto il mondo, su cui bisognerebbe investire, dal turismo all’alimentare a centri tecnologici avanzati e noti in tutto il mondo. Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, non a caso ha indicato nella lotta alla mafia uno dei punti del suo programma.

 Negli ultimi decenni la trasformazione digitale nei servizi finanziari si è concretizzata troppo spesso in un semplice passaggio dal fisico al digitale. Limitandosi a offrire prodotti tradizionali con strumenti nuovi, gli istituti rischiano di fallire completamente la transizione e di essere superati agilmente dai nuovi attori, forse più Big tech come le startup della finanza fintech. Lei cosa ne pensa e come il mondo della finanza dovrebbe gestire questo cambiamento?
Le opzioni fintech stanno facendo passi da gigante. Anche i grandi big tecnologici mondiali, da Google ad Amazon, si stanno attrezzando per offrire servizi finanziari online. Dall’altra parte ciò è normale, visti i minori costi e la facilità di avviamento dell’attività, che consente l’utilizzo dei robo-advisor. Tuttavia, l’opzione digitale è sempre più parte integrante del modello di servizio delle banche e quelle che investono in tecnologia registrano più utili. Durante la fase del lockdown è cambiato il ricorso alle tecnologie da remoto nella comunicazione con i clienti. In Italia le principali banche commerciali e banche reti di consulenti (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Fideuram, Banca Generali, Mediolanum) e le banche nativamente digitali (Fineco, IW Bank e Widiba) hanno negli ultimi anni realizzato progettualità per rafforzare la scelta tecnologica. Tuttavia, è un falso problema accentuare tale dicotomia.

La reazione interpersonale, a mio parere, è fondamentale sotto l’aspetto della fiducia, della chiarezza, della capacità di conoscere e interpretare i bisogni del cliente. La prossimità fisica consente di cogliere le sfumature e la profondità delle richieste, la relazione digitale non è in alcun modo sostitutiva né alternativa a quella di prossimità fisica, ma deve affiancarsi a essa.

Recovery Plan sottoposta a consulenza McKinsey, Lei cosa ne pensa?
Mi pare che sia una vicenda esemplare del nostro Paese, in particolare della pubblica amministrazione. Va subito chiarito che pare si sia trattato di una consulenza di carattere operativo, non certamente di strategia e di decisione su come gestire i fondi del Recovery. Del resto, abbiamo un Governo con una squadra di tecnici di altissimo profilo internazionale, dal presidente Mario Draghi ai ministri Daniele Franco, Roberto Cingolani, Vittorio Colao, Marta Cartabia, Giancarlo Giorgetti, per citarne alcuni. Tuttavia, il caso McKinsey è indicatore di una pubblica amministrazione lenta, poco al passo con le nuove tecnologie.

Per intenderci, un giovane studente uscito dalla Bocconi è in grado di preparare delle bellissime infografiche, strumento imprescindibile di comunicazione politica ed economica in tutto il mondo, magari in alcuni casi meglio di alcuni lavoratori della PA. D’altronde una delle prime decisioni del Governo è stato l’accordo coi sindacati della pubblica amministrazione – anche se dispiace che lo stimolo economico abbia prevalso su quello motivazionale, i cui effetti si fanno più sentire a lungo termine – e la promessa, come sostenuto dal ministro Renato Brunetta, di nuove assunzioni e di tecnici, di cui necessita uno Stato moderno ed efficace. Infine, mi ha sorpreso una certa demonizzazione ideologica delle società di consulenza. McKinsey è una delle più importanti e il suo metodo è preso a modello e utilizzato con successo da politici, manager e consulenti in tutto il mondo.

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