lunedì, 27 Settembre, 2021
Editoriale

Vaccini innovazione e ricerca: qualche spunto per il Recovery Fund

La vera domanda da porsi è perché di fronte all’evidenza che lo sviluppo di certi vaccini fosse in ritardo, l’unione ha ugualmente deciso di frazionare gli ordini rallentando così le forniture a favore del vaccino francese, che probabilmente sarà disponibile solo nel 2022.

Il 2020 finalmente se ne è andato. Mai la fine di un anno era stata salutata con tanta enfatica gioia! Il 2021 si prospetta come l’anno della rinascita, almeno se si ascoltano le previsioni di quanti vedono giustamente nel vaccino la possibilità di tornare alla normalità. Solo fra qualche mese saremo in grado di valutare se veramente sarà così. Intanto la campagna dei vaccini è partita con euforia in tutta Europa ed anche in Italia. Ma subito la polemica tutta nostrana sulla distribuzione del primo lotto di dosi nei vari paesi, a mio parere, denota, ancora una volta, una certa disinformazione dei media e l’incapacità di guardare alla vera natura del problema.

Non si capisce la necessità di fare titoli eclatanti per ogni cosa, mentre altri paesi invece hanno già imboccato il cammino delle azioni concrete.

Una differenza evidente risiede forse nel fatto che in Italia, molto più che in altri paesi, il tema dei vaccini viene collegato spesso alle discussioni dei ‘no vax’ ed alla necessità di introdurre un obbligo di legge per vaccinarsi. In altri paesi, citiamo la solita Germania, pur esistendo questo tema, si pone invece l’accento sulla necessità di avere il vaccino al più presto, perché questo significa ripresa economica e vantaggi competitivi rispetto a chi arriva più tardi all’immunità di gregge.

Una differenza magari impercettibile a prima vista, ma che sottolinea una mentalità diversa. In merito a questo tema può essere utile sottolineare alcuni punti.

La prenotazione e l’acquisto di vaccini è un atto concertato a livello di Comunità Europea. Nulla vieta in ogni caso un acquisto di dosi aggiuntive da parte dei vari paesi.

Aver puntato su certi tipi di vaccino più che su altri denota purtroppo l’incapacità, soprattutto Europea, di gestire in maniera adeguata il rischio legato al portafoglio dei fornitori. Vale la pena di accennare di sfuggita anche al sospetto di voler dare un aiutino all’industria di alcuni paesi membri, vedi ad esempio la francese Sanofi.

Se poi si aggiunge che il vaccino francese o quello inglese di Astra Zeneca, tanto amati dagli Italiani, non sono ancora pronti, si può parlare di scommesse sbagliate. Si tratta di un errore grave da parte delle autorità Italiane, attribuibile forse all’ assenza di un serio piano dei vaccini e soprattutto alla mancanza di un accurato “risk management”, nel caso qualcosa fosse andato storto.

La responsabilità della Comunità Europea non è stata da meno, tanto è vero che dopo aver rifiutato inizialmente forniture di quantità maggiori offerte dalla Pfizer e da Moderna adesso la commissione è corsa ai ripari con un ulteriore ordine. La vera domanda da porsi è perché di fronte all’evidenza che lo sviluppo di certi vaccini fosse in ritardo, l’unione ha ugualmente deciso di frazionare gli ordini rallentando così le forniture a favore del vaccino francese, che probabilmente sarà disponibile solo nel 2022. È difficile non pensare in questo caso a forme di lobbysmo politico internazionali oltre che all’incompetenza di certi burocrati europei.

Per quanto concerne il nostro paese, va riconosciuto che all’impreparazione di una certa classe dirigente si aggiunge la mancanza di fondi, che costringe l’Italia, a differenza di altri, a restare ancorata al piano europeo. È malvagio imputare sempre le colpe agli altri, specialmente ai tedeschi. Se noi non abbiamo ordinato più vaccini in questa fase non è certamente per nobiltà di intenti rispetto alla causa europea, ma semplicemente perché di soldi non ce ne sono. Verrebbe a questo punto in mente qualche idea su come utilizzare il MES sanitario che Conte ed i Cinquestelle si rifiutano categoricamente di prendere in considerazione.

In Italia si continua purtroppo a gestire il Covid come una crisi esclusivamente sanitaria e non si guarda all’opportunità ed alla necessità di un composito programma logistico e di sviluppo economico. Ma va detto che chi uscirà per primo dalla pandemia rientrerà anche per primo nell’ economia e guadagnerà quote di mercato mentre le industrie degli altri saranno ancora semi-chiuse.

Il tutto ci suggerisce un’ulteriore osservazione: in Germania la popolazione accusa il governo di non aver preso misure adeguate per compensare il rischio di shortage di vaccini. E ciò succede perché, a detta di molti, i governanti hanno voluto agire in concordia con i patti europei, anche se la salute è un tema più propriamente nazionale. Si è voluto mostrare solidarietà con paesi minori, che altrimenti, a causa delle ristrette capacità produttive, avrebbero accesso ai vaccini solo in un secondo momento. La convinzione della Germania è che in un Europa senza frontiere non serve mettere al riparo solo la propria popolazione, ma occorre un processo contemporaneo in tutti i paesi. L’impazienza del pubblico però denota una differenza di mentalità rispetto all’Italia.

La velocità con cui si accede al vaccino è un mezzo per ritornare a gestire un livello normale di business e di vita economica e si traduce quindi in un vantaggio competitivo. Per questo viene richiesto al governo a gran voce di agire subito.

Ed arriviamo ad una constatazione importante: se tutti noi in Europa stiamo per godere i benefici del vaccino, questo è dovuto ad ingenti investimenti pubblici di alcuni stati nella ricerca avviata dalle rispettive industrie farmaceutiche.

Su un totale di 750 milioni di Euro di fondi stanziati, la Germania ha investito circa 375 milioni nel programma di sviluppo dei vaccini della piccola Biontech, contribuendo anche all’acquisto di due impianti per ampliare la produzione. Il Bund poi è entrato con 300 milioni nell’azionariato di Curevac, nota ai più per l’indignazione suscitata da Trump, che voleva comprarla per avere l’esclusiva sul vaccino. È interessante aggiungere che la quota azionaria del governo tedesco in Curevac, dopo alcuni mesi, viene valutata oggi circa 1,6 Miliardi: non male come investimento.

È lecito pensare che altrettanti fondi siano stati messi a disposizione in altri paesi per i campioni farmaceutici nazionali. Non risulta che l’Italia abbia investito fin ora un centesimo da qualche parte.

La notizia delle maggiori dosi ordinate dal governo della signora Merkel è stata ripresa solo ora da certi giornali tedeschi, ma a dire il vero, il Ministro della Sanità Jens Spahn aveva già comunicato a Novembre l’intenzione di acquistare 30-40 milioni di dosi addizionali. E ciò forse dopo aver constatato con irritazione i favoritismi europei verso la francese Sanofi. Si tratta semplicemente di una pianificazione più accurata, che si è concentrata sul problema della vaccinazione dei cittadini più che su una campagna di comunicazione come quella della Primula in Italia.

Ugualmente si può pensare che la autorizzazione data dalle autorità britanniche al preparato di Astra Zeneca sia anche una mossa competitiva a favore del Regno Unito. L’EMA invece non si sa a che punto sia. Solo ora si sarebbe scoperto che la documentazione inoltrata da AZ non è completa. Comprendiamo lo stress di questi giorni ma cosa si fa all’EMA?

Alla fine arriviamo però al punto chiave di cui non parla nessuno: in Germania, in Gran Bretagna, in Francia, in Belgio esistono colossi farmaceutici multinazionali con importanti centri di ricerca e di produzione localizzati sul territorio. Aziende che garantiscono posti di lavoro ed investimenti ingenti in innovazione e ricerca. Nel nostro paese quel poco di industria farmaceutica e chimica nazionale fu debellata e svenduta negli anni 90, complice tangentopoli.

Si tratta di un aspetto non trascurabile: tra le tante mancanze degli ultimi vent’anni bisogna riconoscere la quasi totale assenza di investimenti pubblici e strutturali in ricerca di qualsiasi tipo.

L’Italia è un paese che non produce innovazione e questo ora diventa evidente con l’assenza di un’industria ad alta intensità di ricerca come quella farmaceutica.

In più gli errori del passato si stanno commettendo di nuovo. Mentre nel Regno Unito e in Germania si godono le priorità ed i benefici di avere importanti centri di ricerca ed innovazione locale, in Italia non siamo stati ancora in grado di definire un piano serio per l’educazione e la scuola del futuro. Sarà difficile in regime di scarsità pensare in modo sostanzioso ad innovazione e sviluppo. Eppure sono questi, accanto ad un piano per le infrastrutture, gli aspetti più urgenti che potrebbero riportare finalmente in vita un’economia ormai anemica.

Il genio Italico ha grandi capacità innovative oltre che imprenditoriali.

Messe a frutto, queste qualità potrebbero aiutare a recuperare in pochi anni il gap tecnologico verso altre nazioni. Ed invece si va avanti con i bonus per i monopattini o con il cash-back, che è finora costato più di 200 milioni di euro a favore delle classi più agiate.

La polemica sui vaccini è mal risposta e riflette l’ignoranza dei media che, assieme alla politica, si concentrano sugli scoop scandalistici che poco interessano i cittadini, soprattutto quando non raccontano tutta la verità.

Il vero obiettivo dei nostri pensieri dovrebbe essere invece un piano per sostenere la ricerca e l’innovazione come elementi centrali di una industria nuova, adatta a trasformare e render più moderno il paese. C’è qualche spunto per il Recovery Fund.

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