mercoledì, 19 Gennaio, 2022
Il Cittadino

La parola alla difesa

Ho assistito, nella mattinata del 31 dicembre, alle celebrazioni per il 60º anniversario della fondazione della Camera Penale di Roma.

La manifestazione, fortemente voluta dal neo presidente della C.P. di Roma, Vincenzo Comi e dall’intero Consiglio, è stata moderata da Livia Rossi ed ha visto la partecipazione come relatori degli ex presidenti: con la piacevole sorpresa di scoprire che due di questi fossero donne: una delle quali, Cinzia Gauttieri, presente.

Ho trovato argomenti, ascoltando i vari interventi, per meglio chiarire alcune mie idee circa il processo penale. Ma, soprattutto, conferma della fondamentalità dell’azione che svolgono le Camere Penali: organismo – hanno ben precisato soprattutto gli ex presidenti Giandomenico Caiazza e Cesare Placanica – non forense, ma “politico”, a tutela del diritto di difesa del cittadino e del giusto processo.

Io non sono un avvocato penalista, ma sono orgogliosamente iscritto alla Camera Penale di Roma da svariati anni. Ho chiesto di essere ammesso, dichiarando espressamente il mio non praticare il processo penale, ma affermando la mia piena condivisione dell’azione svolta: unica associazione a fare politica, non sindacalismo, tra i tanti enti dell’Avvocatura.

Il mio non essere un tecnico del processo penale mi induce ad una certa cautela nel parlarne. Esporrò, quindi, alcune personali idee, senza alcuna presunzione di verità, unicamente con l’intento di enunciare alcuni problemi, non certo di volerli risolvere. Del resto che il “re è nudo” è più facile se ne accorga chi non fa parte della Corte.

Ovviamente mi riferirò a modifiche legislative: i giudici applicano la legge e se le misura cautelari penali consentono anche anni di carcere preventivo, non si può fare loro una colpa. Ma si può chiedere al legislatore di intervenire e correggere: specie alla luce delle decine di migliaia di condanne subite dallo Stato italiano “per ingiusta detenzione”.

Probabilmente i sistemi elettronici moderni consentirebbero misure cautelari alternative alla detenzione preventiva, addirittura più efficaci per conseguire gli obiettivi per cui sono adottate (in ispecie pericolo di fuga e alterazione delle prove). È certo che può sempre accadere che sia condannato un innocente, l’errore giudiziario. Ma è molto più probabile che l’arresto preventivo di un semplice indagato, magari poi prosciolto prima del processo, possa risolversi in un abuso.

L’azione penale per la nostra Costituzione (art. 112) è obbligatoria. In realtà, nell’applicazione concreta, una certa discrezionalità esiste: non basta difatti la notizia di reato, ma occorre che la stessa sia fondata e, nel concreto, non tutto sfocia in un processo.

Si tratta, quindi, di intendere ciò che è fondato e distinguerlo da ciò che non lo è.

L’ho scritto in questa rubrica: sono stato più utile, come avvocato, per le cause che non ho fatto che per quelle che ho vinto. Il processo civile è una malattia: se te la prendi, ti devi curare (difendere); ma andarsela cercare se non si è sicuri di guarire è da pazzi.

Se si conviene che il processo penale è di per sé già una pena (ben di più di una malattia, quindi) si deve superare l’attuale limite che vede obbligatoria l’azione se il p.m. non la ritiene archiviabile. Il concetto di fondatezza a mio modesto avviso è diverso: non basta essere convinti della colpevolezza, ma si devono avere evidenze perché la condanna sia almeno “più probabile che non”. Altrimenti si può correre (per il futuro, ovviamente) il rischio di un accusatore, convinto della reità dell’incolpato, ma consapevole della impossibilità di ottenere una condanna, che decida lui stesso di applicare la pena: facendo imporre tutte le possibili misure cautelari e trascinando l’accusa e il processo per tutto il tempo possibile.

Possibilità (astratta) che introduce all’ultima questione che vorrei enunciare: i vari registri degli indagati e l’avviso di garanzia. Si viene iscritti nei registri degli indagati senza essere avvisati di nulla. Magari, se si è noti, lo si scopre dalla stampa, sempre informata di tutto. Più spesso si riceve magari in relazione a un fatto vecchio di anni, che il p.m. ha dichiarato chiuse le indagini (di cui non si sapeva niente) o ha chiesto il rinnovo del termine. Nessun vantaggio per il cittadino indagato – che non ha nessun potere di interlocuzione col magistrato inquirente -, ma solamente la sua soggezione al discredito sociale: che la barbarie giustizialista connette non ad una condanna, ma alla semplice esistenza di un sospetto.

Sono tre problemi a mio avviso strettamente connessi. Mi piacerebbe moltissimo, da “cittadino”, che l’ordinamento garantisse la libertà personale fino a che un giudice non ne dichiari la colpevolezza (antico principio dell’habeas corpus) e che l’iscrizione nei registri penali avvenga solo al momento della richiesta di misure cautelari (e cancellata, se non accolte) o della richiesta del rinvio a giudizio: e che da quel momento vi sia una parità di posizioni tra accusa e difesa. Provvedimenti che darebbero anche una misura più temperata del grande tema dell’azione penale obbligatoria.

Perché, ricordiamolo sempre, chiunque può essere coinvolto in un processo penale e le garanzie servono per l’innocente, molto più che per il reo.

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