venerdì, 23 Aprile, 2021
Manica Larga

Il grande salto

A fine anno, un professionista nel mio network virtuale ha scritto un post sul suo 2020. A parte le circostanze brutali che hanno messo in ginocchio le economie mondiali, si diceva piuttosto soddisfatto per essere finalmente riuscito nel suo intento di fare il grande salto: diventare freelance. 

In un momento storico in cui ci sarà tutto da ricostruire, sono proprio le persone come lui che possono aiutarci a fare la differenza. Personalmente ne conosco a sufficienza la storia per immaginare la fatica di un percorso che lo avrà portato dal pensare “Io posso, quindi sono”, piuttosto diffuso tra le ricche élite commerciali e finanziarie, a “Io sono, quindi posso”.

L’Italia non è un Paese che ama questo tipo di cultura. E lo dico un po’ per studio e un po’ perché ho visto troppi corridoi affollati di sedicenti professionisti impegnati a focalizzarsi sulla migliore scorciatoia da prendere per arrivare più in alto e nel più breve tempo possibile, più che a pensare questo è il mio talento, come posso metterlo a disposizione degli altri?

Non è tutta colpa loro. È che il salto di cui il mio contatto scriveva nel suo post richiede una certa dose di coraggio, e se vogliamo di sfrontatezza, in un contesto in cui provare a spiccare il volo di per sé è molto rischioso e poco remunerativo in termini economici. È una mentalità imprenditoriale rara, che sceglie di giocare controvento senza nessuna rete di protezione particolare. Non è roba da tutti, soprattutto se il mondo intorno va in ben altra direzione.  

È qui che sta il pericolo per il nostro eroe, che ben rappresenta un esercito di persone come  lui che nella vita, vuoi per inclinazione personale e/o per necessità, hanno deciso di stare dalla parte dei salmoni ovvero di non seguire il flusso, ma di investire su stessi, sul proprio talento e di metterlo a disposizione. Il gesto più nobile.

Tuttavia, realismo alla mano, il rischio dei lavoratori precari della GIG economy è quello di ingrossare le fila della parte più povera della società (non glielo auguro naturalmente). La storia recente, ovvero la polarizzazione sociale cominciata con la caduta del muro di Berlino, accelerata dalla crisi finanziaria del 2008  e precipitata dal Covid, è sotto i nostri occhi a ricordarcelo ogni istante. Per cui, non si dovrebbe far finta di niente perché poi il dibattito politico trova, come ha fatto, il proprio centro gravitazionale sulle nozioni di identità nazionali e di confine. La Brexit dovrebbe rinfrescare la memoria. 

Per questo, ora più che mai, le élite politiche, più che impegnarsi in ormai logori copioni che soffiano sui venti dell’instabilità, dovrebbero non avere il tempo materiale di apparire sui media, vecchi e nuovi che siano, e magari trovare più tempo da trascorrere in silenzio a capire cosa e come fare. E poi fare.  

Il futuro dei nostri figli, quello che costruiamo oggi, passa dall’azione di uomini di buona volontà come il nostro. E ha bisogno di tutto il supporto possibile. Una domanda: ci siamo chiesti come mai un terzo degli elettori non va più a votare e più della metà dei restanti due terzi vota “populista”? Personalmente una mezza idea ce l’avrei. Ma ammetto si tratti di una domanda retorica. 

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