domenica, 18 Agosto 2019
Economia

Lo spettro della recessione

L’inversione di rotta illustrata dal rapporto Svimez, secondo il quale, dopo un triennio dettato da una debole ripresa, torna a materializzarsi lo spettro della recessione sull’economia del Mezzogiorno, reso ancora più allarmante dall’emorragia di abitanti verso le regioni settentrionali che riapre una frattura territoriale nel nostro Paese, assume i connotati di una filosofia politica attuale rinunciataria e mossa da un punto di vista per nulla lungimirante.

Negli ultimi decenni, lo sviluppo del Mezzogiorno ha presentato caratteri fortemente contraddittori, nei quali la mano pubblica ha finito per alimentare se stessa agendo da freno e da fattore di scoraggiamento tale da narcotizzarne lo spirito imprenditoriale, dimenticando che lo sviluppo del Mezzogiorno e quello del Paese sono esigenze convergenti. Ma non fu sempre così.

Negli anni in cui la ancora giovane Repubblica Italiana definiva lungimiranti politiche per la prosperità futura del Paese, la questione meridionale appariva come una frontiera, un banco di prova di una strategia dello Stato che intendesse risolvere i problemi attingendo alle proprie ricchezze ed energie. In questa chiave, il Mezzogiorno avrebbe ancora oggi una ragione per rivendicare una diversa attenzione dal resto del Paese, perché le ragioni del Sud coincidono con le ragioni della intera comunità nazionale.

Certamente era un contesto profondamente diverso dall’attuale. Ciononostante, i recenti dati Svimez, confermano che ancora oggi il meridione è afflitto da antichi e nuovi ritardi in aree cruciali quali l’economia, l’occupazione, la valorizzazione delle risorse umane e le infrastrutture, resi maggiormente significativi dall’ipotesi, corretta o meno, che negli stessi meridionali esista una complicità cognitiva nei confronti delle immagini e delle rappresentazioni che fissano come immutabile l’idea del sottosviluppo.

Se è vero che la questione meridionale fa parte di quel tipo di questioni legate all’individuazione di quale filosofia ci si debba servire per governare, e quindi autogovernare, il riferimento alle politiche democristiane potrebbe presentare ancora spunti di interesse. Politiche che, connesse ad inedite visioni dei processi sociali attinenti allo sviluppo, sono inscritte in un pensiero di tipo strategico orientato alla interpretazione e al governo delle trasformazioni in atto nella società, di cui oggi si sente il bisogno per trattare i gravi problemi del Paese.

Tematizzare lo sviluppo come processo sociale non solo progettuale, guidare tali processi ed affermare la centralità del consenso come misura del rapporto tra popolazioni meridionali e governo nazionale sono alla base di una visione lungimirante per una valida soluzione.

Vale la pena ricordare le parole di Aldo Moro nel discorso di inaugurazione della Fiera del Levante del 1967. «Il moto di progresso che caratterizza l’Italia di oggi è peraltro inarrestabile, o che si tratti di elevare socialmente e politicamente ceti troppo a lungo mortificati, o che si tratti di collocare in una posizione nuova campagna e montagna, o che si tratti di rendere giustizia al Mezzogiorno, al quale deve essere consentito di utilizzare senza sprechi le sue risorse umane per una vita, non meno di altre, prospera e civile. Questi obiettivi generali e tra loro coerenti ci proponiamo dunque, facendo del loro efficace perseguimento il banco di prova della validità di un modo democratico di guidare la società e di far vivere lo Stato».

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