martedì, 24 Novembre, 2020
Politica

Cause ed effetti della crisi della politica tra tante bugie e poche verità mentre una nuova casta al potere, sotto mentite idee, lievita… La credibilità della Rappresentanza della Nazione e (è) la vittoria del “SI”

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Le motivazioni, a supporto della riduzione del numero dei Parlamenti, legislativamente in atto, ha affievolito, con la contrazione numerica molto significativa, i principi cardini e le finalità della rappresentanza nazionale, come ideata dal legislatore, nell’affermare, in  Costituzione, all’articolo 67 che: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.” 

Si dice che “l’ambasciatore non porta pene” ed, infatti, il successivo articolo 68 lo afferma, disponendo che: “I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.”

Le sanzioni, per loro, sono solamente di tipo politico, applicabili nel segreto delle urne in occasione di eventuali ricandidature. 

Ora la vittoria del “SI” ha fatto nascere il desiderio nelle opposizioni di rendere immediatamente esecutiva la decisione del popolo sovrano, senza aspettare la naturale scadenza della legislatura del marzo 2023, con pressioni dirette ed indirette di ogni tipo. Si desidera sciogliere  le Camere ed affrontare nuove elezioni, con 345 parlamentari in meno, sulla base di una nuova legge elettorale in trattativa. Un tale desiderio potrebbe essere esaudito benissimo in questa legislatura, con la riduzione dei 345 esuberi mediante sorteggio, in proporzione delle forze numeriche tra le diverse formazioni politiche alla data del risultato referendario del 21 settembre 2020, fatta eccezione, magari, per i due presidenti di Camera e Senato e far proseguire, così, la legislatura fino a scadenza naturale. Sarebbe un atto di coerenza, di alto senso del dovere e di un forte segnale per riconquistare la fiducia nel popolo sovrano al quale è stato domandato di pronunciarsi su questo taglio. 

In verità è una riduzione di oltre un terzo dei suoi componenti, che porta a far riflettere, addirittura, sulla stessa organigramma del Parlamento, sostituendolo, con un Governatorato di 200 unità, da reclutare tramite le elezioni dei 20 Consigli regionali, oppure con un Organo Ausiliario, di rilevanza costituzionale, di pari numero e criterio di elezione, per i Rapporti Interregionali, con poteri d’iniziativa.

Sicuramente sarebbe una riforma interessante, da prendere in serie considerazioni per i suoi molteplici vantaggi in termini di funzionalità e, quindi, di efficienza, di efficacia, e di enormi risparmi di costi fissi e variabili ma, fondamentalmente, per riconquistare la credibilità perduta nell’elettorato che, se richiesto, avrebbe autorizzato, allo stesso modo, tagli più consistenti e di ogni tipo, indennità e privilegi compresi.

Con la sostituzione del Parlamento, con un Governatorato o con un Organo ausiliario,  cesserebbe il pretesto sull’ingombro del bicameralismo e con esso la revisione dell’età per l’elettorato attivo e passivo, mentre le altre numerose riforme costituzionali in cantiere, potrebbero essere compiutamente armonizzate e raccordate al nuovo modello parlamentare, risparmiando sin da subito, al popolo sovrano, la quasi certezza di trovarsi, una volta all’anno, a potenziali referendum popolari.

Il popolo degli elettori è stato interpellato, in effetti, a pronunciarsi con un “ SI” o con un “NO”, sulla pianta organica dei componenti dei membri che lo rappresentano, col pretesto di risparmiare costi, a vantaggio dell’efficienza e dell’efficacia.

È pur vero che le leggi di revisione della Costituzione devono seguire una certa procedura dettata dallo stesso articolo 138, ma sembra un quasi  suicidio assistito della democrazia.

Non ci si rende conto che, il taglio di poltrone per ridurre i costi, è simile al taglio delle radici di  albero che, prima o poi morirà; mentre è cosa ben diversa il suo sfoltimento per farlo rinvigorire, eliminandone i rami secchi e quelli  ingombranti.

Neanche i regolamenti condominiali autorizzano interventi così demolitori con infime percentuali di consensi, un misero 37,7%, con una affluenza del 53,88 per un referendum propositivo senza quorum. Nel caso in esame, per ridurre il numero dei rappresentanti, dove sono intervenute ben quattro votazioni di maggioranze assolute dei componenti di ciascuna Camera, ha deciso appena il 37,7% degli aventi diritto al voto di mandare a casa il 36,5% dei propri rappresentanti perché in soprannumero rispetto alle esigenze del Parlamento e, quindi, troppo onerosi per le tasche della collettività. In un momento di crisi economica e psicologica come questo, per la perdurante minaccia della pandemia da covid-19, sempre in agguato, il popolo degli elettori avrebbe approvato anche l’esodo di maggiori proposte numeriche, persino quello di mandare a casa, per sempre, l’intero Parlamento, vista l’esistenza di circa 8 mila Comuni e di 20 Regioni.

Una struttura vetusta, mal funzionante, dove ha attecchito la ruggine non la si indebolisce ma, al contrario, viene rinforzata, rinvigorita. Nella nostra Repubblica i rifacimenti, le manutenzioni, le modifiche sono, per fortuna, stabilite dalla Carta costituzionale che consente qualsiasi revisione che ne migliori le comodità ed i servizi della casa comune, impedendone il rifacimento totale,  previsto  dall’articolo 139 – di chiusura – ,  nel disporre  che “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale” e rafforzando, tale principio, nella sua XII Disposizione transitoria e finale, nell’affermare che: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista”. 

Questo referendum, ha però, dentro di se l’essenza di un vero terremoto politico perché ha colpito il Parlamento della Repubblica Italiana con due scosse preannunciate: la prima è stata la proposta legislativa riguardante la riduzione di oltre un terzo del  numero dei parlamentari, esattamente di 345 unità, pari al 36,5%, conclusasi favorevolmente l’8 ottobre 2019; la seconda scossa si propaga nel referendum, dai contorni nebulosi nei tempi e nei modi, in piena pandemia, con un esito scontato sia per il quesito referendario, schietto e bieco, che per la scarsa affluenza alle urne. 

A questa revisione costituzionale ne seguiranno altre, che andranno a fortificare il principio demolitore del Parlamento, spostando l’asse centrale sul federalismo regionale, attraverso il riconoscimento di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni a statuto ordinario, come già avviato, tramite referendum, dalla Lombardia, dal Veneto e dall’Emilia Romagna, a completamento del percorso iniziato nel 2017, in virtù di quanto previsto negli articoli  116 e 117 della Costituzione.

Sono queste le premesse – insieme alla costituzionalizzazione della Conferenza Permanente Stato-Regioni, al disegno di legge sull’elezione diretta del Presidente della Repubblica ed al potenziamento degli istituti della democrazia diretta – per sminuire ulteriormente il ruolo del Parlamento, a vantaggio delle autonomie locali, in base all’articolo 5 della Costituzione nel quale è  detto che “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

È ormai di dominio comune la convinzione secondo cui la riduzione del numero dei parlamentari della Repubblica Italiana, certa nell’an e nel quantum, riduce, parimenti, la rappresentanza democratica e, quindi, il rapporto concreto tra eletto ed elettore sul territorio. Cosa comporta questa significativa contrazione in termini di reciproca assistenza, al momento è di difficile previsione, ma sono possibili ipotesi di pro e contro, puramente accademiche, mentre permangono validi solamente i motivi giustificativi evidenziati dagli addetti ai lavori, fino ad ora conosciuti, a supporto della volontà di tale riduzione, benché alquanto opinabili. Se ne menzionano i principali e, forse, anche gli unici manifestati, specie il primo, il più coinvolgente e contagioso che ha attecchito e germogliato nella memoria del popolo sovrano e cioè… ”per ridurre i costi della politica”, …”perché 945 parlamentari sono oltre la media rispetto agli altri Paesi europei”, …”perché nelle commissioni, con gruppi di lavoro più ristretti, si lavora meglio e si decide più rapidamente”. Sembrano tesi assennate e quasi convincenti, però ci si domanda perché solamente ora e non prima, nonostante da mezzo secolo questo progetto vagava nelle menti dei predecessori parlamentari,  e vi hanno sempre desistito.

La lotta, senza tregua, contro la casta, contro gli eccessivi emolumenti e privilegi e contro gli stessi costi della politica, hanno trovato ampi consensi nelle piazze e nella comune convinzione, ma nel Parlamento gli emolumenti non sono stati toccati neanche di un solo euro, in diminuzione, benché per la riduzione delle indennità e dei privilegi sarebbe bastato un solo passaggio legislativo tra Camera e Senato, trattandosi di riconoscimenti elargiti con legge ordinaria, così come dispone l’articolo 69 della Costituzione, affermando che “I membri del Parlamento ricevono una indennità stabilita dalla legge.” Mentre è proprio la pluralità delle indennità che ha mandato su tutte le furie quella fascia consistente di popolazione che non riusciva ad arrivare alla fine del mese, a volte neanche alla seconda settimana ed ora, nel clima di questa pandemia nazionale,  vive completamente in serie difficoltà, colmate, in parte, dal Governo, con bonus a pioggia di cui, ironia della sorte, ne beneficiarono, inizialmente, anche alcuni parlamentari.

È utile ricordare che la  riduzione del numero dei parlamentari venne sancita nel famoso contratto di governo stipulato tra le due forze politiche che avevano dato vita al primo Governo Conte, con  la prima deliberazione al Senato della Repubblica in data 7 febbraio 2019 e l’ultima alla Camera l’8 ottobre dello stesso anno 2019, con altra compagine governativa, denominata Conte2. 

Ci si interroga tuttora se l’idea di promuovere il referendum, coinvolgendo il popolo sovrano, da parte dei 71 Senatori della Repubblica, sia stata una idea scaltra e geniale o, al contrario, un improbo disperato ed ultimo tentativo di sbarrare la strada ad una riforma che raddoppia le distanze nei rapporti democratici tra elettori ed eletti. 

L’afflusso alle urne, condizionato dalla indubbia generale situazione economica contingente, a causa del blocco totale di numerose attività lavorative, della libertà di movimento e dalla paura del rischio contagio, è stato in percentuali quasi in modo uniforme da nord a sud, con punte estreme del 59,57% nel Friuli Venezia Giulia e del 79,87 nel Molise, con almeno due chiavi di lettura diametralmente opposte.

Al nord, zona produttiva del Paese, dove predominano le attività dei grossi complessi industriali e commerciali, la presenza del rappresentante della Nazione è accolta quasi con indifferenza, a volte ingombrante, come d’intralcio, specie dall’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, ora spostatosi sul privato. Questo segnale si è rafforzato anche in virtù dell’accresciuta indipendenza e distacco dallo Stato centrale in seguito alla forte pressione autonomista in corso da parte di Regioni a statuto ordinario. Al centro ed al sud, invece, il rapporto tra i parlamentari e l’elettorato è completamente cambiato rispetto a quello di alcuni anni addietro di tipo marcatamente clientelare, spesso anche servile e di assuefazione ad un sistema di compromessi vari.

Il referendum, quindi, sulla riduzione del numero dei Parlamentari è stato l’occasione ideale per dare sfogo a sentimenti liberatori, in un momento in cui il tutto è stato servito su un piatto d’argento, nel segreto dell’urna, a specifica richiesta degli stessi Parlamentari che, in sintesi,  si   sono sempre lamentati di essere  in tanti, di  lavorare poco e di costare troppo.

Ma l’esito di questo referendum popolare sulla riduzione del numero dei parlamentari ha una   conseguenza fondamentale, cioè il forte peggioramento nella frequenza dei rapporti di dialogo sistematico – ammesso che sia mai esistito – tra i rappresentanti della Nazione ed il popolo sovrano, abbandonato a se stesso, specie nei momenti più difficili, quali la mancanza di lavoro, la carenza della sicurezza, la vulnerabilità della sanità, la superficiale assistenza educativa e l’incapacità a produrre regole certe ed a farle rispettare. 

Bisogna però ammettere, con lealtà e coerenza, che la sconfitta principale della rappresentanza democratica consiste nell’elevata percentuale degli elettori che hanno contravvenuto al dovere civico, rinunciando all’esercizio del diritto di voto. Questa percentuale è ancora più significativa se si tiene conto del contributo offerto dalle contestuali elezioni regionali, comunali e di due collegi senatoriali che hanno spinto molti elettori ad esercitare il diritto di voto. Ciò nonostante l’affluenza è stata appena del 53,88%, con il 69,96% dei “SI”, per cui si può affermare che la riduzione del numero dei parlamentari è stata approvata solamente dal  37,7% degli aventi diritto al voto.

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