martedì, 24 Novembre, 2020
Alessandro Di Battista
Politica

Di Battista, l’anabattista dei 5 stelle

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Quando decise di non candidarsi alle elezioni politiche del 2018, Alessandro Di Battista aveva, probabilmente, fatto un calcolo che si è dimostrato sbagliato. Nel clima preelettorale era molto diffusa la convinzione che dalle urne sarebbe emerso un Parlamento ingovernabile, senza maggioranza, che sarebbe durato poco. Starne fuori sarebbe stato saggio, visto che c’è il vincolo dei due mandati-allora non si parlava di mandato zero, oggi in vigore solo per gli Enti locali.

Le cose sono andate diversamente. I 5 Stelle, col 33%, hanno prima governato con la Lega, pagando un prezzo carissimo-il dimezzamento dei voti registrati alle europee- e ora sono a braccetto col nemico di sempre, il Pd. Questa alleanza sicuramente non è andata mai a genio a di Battista che l’ha definita una morte nera. Nessuno gli ha chiesto se l’alleanza con la Lega fosse una morte bianca, vista l’emorragia di voti che Salvini è riuscito a causare al Movimento. Ma tant’è.

Di fronte alla prospettiva che la legislatura duri fino alla fine, Di Battista non poteva starsene con le mani in mano. Per giunta, il Covid gli impedisce di girovagare per l’America Centrale, ed essendo costretto a starsene in Italia, il silenzio gli deve pesare molto.

Così è “ridisceso in campo”, e lo ha fatto in maniera piuttosto rumorosa. Ha colto al balzo l’ennesimo flop elettorale dei suoi alle regionali e comunali e ha alzato la voce. Contro chi?

Sicuramente contro l’attuale gruppo dirigente che è ancora, nonostante le apparenze, influenzato da Di Maio, che pure si è dimesso alla fine di gennaio sostituito temporaneamente da un reggente che non esercita alcun ruolo guida. Dilaniato da mille contrasti interni e senza una linea politica convinta e forte, il MS appare oggi nelle condizioni ideali per l’irruzione sulla scena di un personaggio che si sente il mancato leader e freme dalla voglia di tornare protagonista in prima linea.

Di Battista vuole “ribattezzare” i 5 Stelle, ritenendo che oggi siano finalmente maturi per ottenere un crisma di autenticità di purezza e durezza che gli “infanti” della prima ondata del Movimento avevano acquisito forse senza consapevolezza.

Insomma, per l’anti di Maio, dopo la doppia esperienza con la Lega e il Pd, è ora che i 5 Stelle ritrovino la loro fede, la loro autenticità e la loro diversità rispetto agli altri.

Sarà un ritorno alle origini ma con la consapevolezza che allearsi per i 5 Stelle significa dissanguarsi elettoralmente e che quindi è meglio starsene da soli e coltivare il proprio orticello politico evitando contaminazioni?

Ancora non è chiaro. Di Battista è solo all’inizio della sua “eresia” rispetto alla linea governativa del Movimento. È consapevole che, nell’attuale caos interno tra i 5 S, non ha alcuna possibilità di mettere definitivamente fuori gioco Di Maio e salire alla guida del Movimento.

Non credo che, nell’ipotesi di rimpasto, accetterebbe di entrare nella squadra di Conte. Quindi, non essendo parlamentare, non volendo diventare ministro e non potendo aspirare alla carica di capo politico non gli resta che costruire un suo gruppo, o corrente che dir si voglia, visto che cita l’Udeur. Per fare cosa?

Per fare da spina nel franco all’ala governista, attirare alcuni degli scontenti e predisporsi ad una eventuale scissione. Di Battista non è kamikaze e quindi dovrà aspettare di capire quale sarà la legge elettorale con cui si andrà alle urne nel 2023. Quindi, per ora si riprenderà un po’ di scena, farà il guastatore ma senza rompere fino in fondo.

Tutto questo potrebbe fare del bene al Movimento 5 Stelle perché farebbe emergere definitivamente la spaccatura tra coloro che vogliono assumersi responsabilità nella gestione dei problemi e quelli che preferiscono tornare alle origini, facendosi “ribattezzare” da Di Battista, ritrovando una verginità che si ritiene perduta o contaminata da due anni di alleanze governative opposte.

Insomma, se i 5 Stelle si spaccano chiarendosi finalmente idee e strategie questo gioverà alla vita politica del Paese e renderà l’azione di governo meno condizionata da pressioni massimalistiche ed estremiste. La crisi di crescita dei 5 Stelle, di cui abbiamo sempre parlato su La Discussione, può anche avere un costo: quello di uno scisma. E Di Battista ha tutto l’aria di chi preferisce fare l’eretico che si richiama all’ortodossia tradizionale piuttosto che l’antipapa di un Di Maio considerato troppo disponibile a compromessi, ma ancora saldo in sella.

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