sabato, 24 Ottobre, 2020
Politica

Bicameralismo imperfetto con pari dignità sociale a 25 anni 

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Perché votare per la riduzione della rappresentanza democratica del 36,5%?

….e la “giovane casta” che avanza in un Parlamento invecchiato con un Senato destinato a scomparire?

Dalla prossima legislatura Senatori venticinquenni siederanno a fianco di parigrado ultra novantenni.

Un sodalizio unico, sicuramente una convivenza molto interessante, tra generazioni spesso distaccate per ragioni diverse e, tra non molto, insieme, anche da avversari, per lo stesso lavoro di Parlamentari della Repubblica.

Si, sarà proprio così, nella stessa palestra di vita e di confronto sociale; sarà un vero scambio culturale tra generazioni distanti anche mezzo secolo e che si troveranno insieme, a confrontarsi, a trovare soluzioni per i numerosi e complicati problemi sociali, a produrre leggi per la civile convivenza.

Ed è proprio il “legislatore” che ha attivato il procedimento giuridico necessario perché questa compresenza avvenga al presto possibile, avendo rilevato che milioni di giovani, tra i 18 ed i 25 anni, non hanno referenti coetanei in Parlamento e sono esclusi dal voto al Senato, mentre uno dei principi fondamentali, di cui all’articolo 3 della Costituzione, afferma che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge….” ed “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Tante disuguaglianze, nel tempo, sono state eliminate, ma altre ve ne sono ancora, di impatto sociale più o meno rilevanti. Occorre, quindi, che l’Organo parlamentare sia efficiente ed efficace nella sua produzione normativa, ma essenzialmente tempestivo; ed è proprio che sotto questo aspetto l’attuale sistema del bicameralismo più o meno perfetto, ha fatto emergere lacune e contrasti tali da far maturare idee tese a porvi rimedio con la soppressione del Senato, perché, addirittura, esso ostacolerebbe il percorso dei provvedimenti, rallentando l’attività politica e legislativa, non essendo, tra l’altro, più ravvisabile e neanche necessario – per alcuni persino irrilevante – il suo lavoro di filtro secondo le finalità dei nostri Padri costituenti, ai tempi in cui avevano remore sulla tenuta della democrazia, subito dopo la caduta del regime fascista. 

In effetti i 75 Padri costituenti, dopo discussioni, considerazioni e riflessioni, decisero di attribuire alla seconda Camera o Camera alta o Senato, un ruolo di “Camera di ripensamento, controllo e garanzia”, ruolo che si propone di continuare a svolgere, in un certo senso,  benché con molte avversioni, ostacoli e compromessi vari. Si insiste, comunque, che non avrebbe più ragione, il condizionale è d’obbligo, di esistere questo bicameralismo che, nel tempo, è divenuto sempre più  paritario nei compiti e nelle attività, quasi omogeneo se non fosse per il diverso numero dei componenti tra Camera e Senato, per le diversità dei rispettivi regolamenti e per l’età dell’elettorato attivo e passivo di ciascuna Camera, come accennato sopra.

Infatti l’articolo 56 afferma che “Il numero dei deputati è di 630…” e che “Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto il venticinquesimo anno di età “. “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età” (art. 48), ribassata  nel 1975 da 21 a 18 anni. 

Per il Senato, invece, l’articolo 58 dispone che “I Senatori sono eletti a suffragio universale e diretto dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età. Sono eleggibili a senatori gli elettori che hanno compiuto il quarantesimo anno di età”.  

Mentre l’articolo 64 indica  che “Ciascuna Camera adotta il proprio regolamento a maggioranza assoluta dei suoi componenti”.

Sono solamente queste le discrepanze, non di certo non importanti, ovvero le differenze, le divergenze tra Camera dei deputati e Senato della Repubblica o ve ne sono altre non a conoscenza dei comuni mortali?

Certamente c’è tanto antagonismo tra i Senatori ed i Deputati, spesso anche rivalità, gelosia, protagonismo e, a volte, pure invidia: due menti pensanti in una “casta bicefalica”. 

Eppure la differenza economica è infima, quella dei privilegi quasi inesistente, mentre le sedi sono   diverse, Palazzo Madama per il Senato della Repubblica  e Montecitorio per la Camera dei deputati; due palazzi con le rispettive loro storie e, forse anche per queste, invano furono le reiterate proposte del Presidente del Consiglio dei Ministri, pro-tempore, Francesco CRISPI (Ribera 04 ottobre 1818, Napoli 11 agosto 1901), di unire in un unico edificio entrambi i rami del Parlamento.

È bene ricordare che al Senato siedono di diritto i Senatori a vita in qualità di Presidenti emeriti della Repubblica e quelli  di nomina presidenziale, mediamente cinque/sei, oggetto, questi ultimi, di referendum popolare nei giorni 20 e 21 settembre p.v, insieme alla riduzione del numero dei parlamentari di Camera e Senato, permanendo, comunque, non paritario tra loro, in quanto fissato in 400 alla Camera ed in  200 al Senato.

E se per un verso non se ne ravvisa più la necessità e neanche l’utilità di tenere in vita il Senato della Repubblica, dall’altro vi sono in itinere provvedimenti specifici per eliminare le differenze anagrafiche tra elettori ed eletti di Camera e Senato; così i cittadini appena maggiorenni, una volta che la norma costituzionale finirà l’iter di cui al famoso articolo 138, saranno eleggibili a Senatori della Repubblica elettori che abbiano compiuto il venticinquesimo anno dì età e non più il quarantesimo.

Rimarrebbero in vigore, nel bicameralismo imperfetto, tutte quelle differenze che imporrà la nuova  legge elettorale – forse non più ordinaria, ma di rango costituzionale – quali i confini territoriali dei seggi, i criteri di sbarramento, le percentuali per le alleanze, per le coalizioni od aggregazioni e  gli altri requisiti di candidabilità, eleggibilità, decadenza ed altro.

Le motivazioni di tale livellamento sull’età sono varie, alcune sorprendentemente filosofiche ed altre di difficile comprensione  per il comune mortale.

Si afferma, infatti, che “Il testo votato è una delle riforme che rientra nel documento di impegni siglato dalla maggioranza per controbilanciare gli effetti del taglio dei parlamentari “; che “Due Camere fotocopia l’una dell’altra non ha molta logica, con un bicameralismo perfetto (non numericamente) con regolamenti diversi “(art.64).

Si evidenzia, in particolare, che “tra i 18 ed i 25 anni  vi sarebbero sette anni nel  cui  segmento la generazione non ha rapporti di pari età in Parlamento e che fino all’approvazione della riforma rimane esclusa anche dal voto per una delle due Camere.”

Mentre da altri è definita “Riforma epocale e si supera la paradossale anacronistica esistenza in un ramo del Parlamento dotato degli stessi poteri ma eletto in modo diverso. È un segnale di giustizia, di serietà e di attenzione verso milioni di giovani tra i 18/25 anni che sono tuttora dei cittadini dimezzati.”

Si ricorda che lo Statuto Albertino, con la nascita del Senato sub-alpino di Torino (1848-1861)  prevedeva la Camera dei deputati elettiva ed il Senato di nomina Regia, a vita, scelti, senza limiti di età, tra 21 categorie elencate nello Statuto medesimo e con età minima dei 40 anni.

Ma erano richiesti altri requisiti detti impliciti, perché non menzionati dallo Statuto, quali la cittadinanza del Regno, il godimento dei diritti civili e politici, il sesso maschile (solo dopo il fascismo,  nel 1946, il diritto di voto torna  alle donne) ed il requisito generico della DIGNITÀ, oltre l’assenza di precedenti penali ed una regolare condotta civile, morale e politica.

Sarà la nuova legge elettorale ispirata al rispetto di tali requisiti con l’imposizione ai partiti ed ai Movimenti vari, di formare liste che tengano conto dei vari segmenti di età finalizzati a garantire, in diversi scaglioni, referenti coetanei in Parlamento, in armonia col consolidato criterio sulle percentuali  delle quote rosa?

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