venerdì, 29 Maggio, 2020
Europa

E se Brexit significasse UKend

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Il 31 ottobre si avvicina. Per quella data, salvo imprevisti, Londra lascerà l’Europa senza un accordo. Tre anni dopo il referendum in cui i favorevoli a uscire dall’Europa furono il 51,8% contro il 48,11%, la “gioiosa macchina da guerra” messa in piedi dai populisti anti Europa si è dimostrata una sgangherata armata brancaleone incapace di produrre una seria decisione su come andar via dalla più saggia alleanza costruita in quel Vecchio continente che ha provocato due guerre mondiali…..

Il Regno Unito esce da questa vicenda, come scrive sul Financial Times Martin Wolf, con un’immagine deteriorata, non più quella di un Paese stabile, pragmatico e rispettato. La Brexit ha fagocitato già due Primi ministri David Cameron, che irresponsabilmente cavalcò l’idea del referendum finendone travolto, e la testarda Theresa May che, per due anni, ha negoziato e sottoscritto con l’Europa un accordo senza essere stata capace di farlo condividere al suo partito che l’ha sfiduciata.In questo deserto di leadership i protagonisti della fase più delicata della storia del Regno Unito sono tre figure piuttosto scialbe e incoerenti col glorioso passato di Londra. 

I Conservatori avranno quasi di sicuro Boris Johnson come leader e Primo Ministro. L’ex sindaco di Londra non ha dato in passato grandi prove di serietà diffondendo informazioni scorrette sui presunti benefici della Brexit e ostentando verso l’Europa un atteggiamento al limite della strafottenza. I laburisti sono guidati da un personaggio che con la tradizione equilibrata del Labour party ha poco a che vedere e sembra nostalgico di un sinistrismo massimalista inconcludente. Jeremy Corbin solo oggi si accorge delle disastrose conseguenze delle sue incertezze sull ‘Europa e invoca, tardivamente, un secondo referendum che molto difficilmente diventerà realtà. Infine c’è il pittoresco leader del Brexit Party, quel Nigel Farage che sembra impersonare l’aspetto tragicomico di questa fase di grande disorientamento dell’opinione pubblica  britannica. Farage è palesemnte uno che raccatta voti con un fare istrionico che di politico ha ben poco ed è l’ispiratore di quel gesto offensivo (girare le spalle durante l’inno europeo) nella cerimonia di insediamento del nuovo Parlamento Europeo .

Questi tre personaggi più che essere adeguati ad affrontare i gravi problemi che Londra si troverà di fronte dopo il no-deal, sembrano la rappresentazione del caos in cui il Regno Unito si sta cacciando.

Di questo caos pare che l’opinione pubblica britannica non si stia rendendo conto.

I dati economici dimostrano già una consistente contrazione della produzione industriale, tante aziende – non solo finanziarie ma anche manifatturiere – hanno spostato quartier generale e produzioni fuori dall’isola, ma i consumi sono cresciuti, come se le davvero la Brexit fosse quel paradiso terrestre decantato da Farage e Johnson…

Inascoltati sono i moniti del ministro delle Finanze  Philip Hammond che ha calcolato in 90 miliardi di sterline il costo annuale della Brexit per le casse britanniche. Parole nel vuoto sono anche quelle del Governatore della Banca centrale di Londra, Mark Carney, che ha previsto, come effetto della Brexit, una crescita ridotta, una sterlina indebolita e un’inflazione in aumento. 

Ma quello che dovrebbe preoccupare di più è la fine del Regno Unito così come com’è oggi con quattro stati,Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord.

Si sa già che la Scozia è intenzionata a restare in Europa e a questo fine è pronta ad abbandonare l’unione con Londra anche pagandone nel breve periodo un prezzo elevato. 

L’Irlanda del Nord  – in caso di no deal – sarà tentata di avvicinarsi sempre di più al governo di Dublino allentando i legami con Londra.  

In questo scenario il Regno sarà sempre meno unito. Rimarrà la roccaforte dell’Inghilterra con un Galles certamente poco contento di far parte di una entità dimezzata. 

Sarebbe davvero una vendetta della storia se la Brexit, nata per rivendicare l’orgoglio nazionalista britannico, avesse come effetto lo sgretolamento di questa nazione che, persa la Scozia e l’Irlanda del Nord si ridurrebbe a ben poca cosa.

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