sabato, 17 Aprile, 2021
Politica

Conte e i governatori imitano i napoletani: hanno inventato la “democrazia sospesa”

L’esplosione repentina e imprevedibile dell’epidemia da Coronavirus ha generato oltre che migliaia di morti e di contagiati e una spaventosa crisi dell’apparato produttivo, che sono le conseguenze immediate più dolorose, una temperie di carattere legislativo-costituzionale assolutamente inedita. Stiamo scivolando in maniera strisciante verso una forma di totale anarchia, che vista in prospettiva e se non disciplinata, può rivelarsi addirittura pericolosa quanto la pandemia, non fosse altro che per i riverberi che può produrre sul nostro assetto democratico.

I punti nevralgici di questa deriva sono due e attengono il primo alla prassi instaurata dal presidente del Consiglio Conte della decretazione affidata alla sua esclusiva iniziativa (seppure a monte supportata dai vari comitati tecnico-scientifici) e il secondo alle ordinanze, vogliamo chiamarle “estemporanee”, da parte dei governatori delle Regioni, spesso in aperto contrasto, non solo con i decreti del presidente del Consiglio, ma certo con il principio della gerarchia delle fonti e con lo stesso titolo V della Costituzione. Conte e i vari governatori, in sostanza, scimmiottando la fantasia dei napoletani, si sono inventati una sorta di “democrazia sospesa”, che pone inquietanti interrogativi, già avanzati, peraltro in molte sedi, sia politiche che, soprattutto, in ambito tecnico-costituzionale.

Si tratta, a ben vedere, di una problematica esplosiva, che se non fosse oggi depotenziata dall’emergenza sanitaria, avrebbe suscitato reazioni sicuramente più veementi rispetto alle timide lamentazioni che si  sono palesate in questi giorni tremendi per tutti noi.

Sul primo punto, quello relativo alla decretazione usata a più riprese da Conte, non c’è unanimità di giudizio tra i costituzionalisti. Ma la stragrande maggioranza, a cominciare da Cassese e Baldassarre, e da ultimo proprio in queste ore da Marini, ritiene che  il ricorso ripetuto a questo strumento comporti un abuso, e quindi una violazione del dettato costituzionale. Il loro ragionamento è semplice: nel nostro ordinamento il Dpcm (decreto del presidente del Consiglio dei ministri) è un atto amministrativo ed è volto all’attuazione funzionale di norme di legge. I decreti di Conte, però, ripetuti e senza un termine di validità delle norme in esso contenute, finiscono con l’assumere nella sostanza un rilievo anomalo, di livello analogo a quello di una vera e propria legge, cioè di una fonte primaria del diritto.

Si tratterebbe pertanto di un’evidente appropriazione di competenze di natura legislativa, cosa assolutamente extra legem. Conte avrebbe concentrato nelle sue mani i famosi “pieni poteri” contestati (quanto alla sola aspirazione) a Salvini e sarebbe ricorso ad un’arma impropria, visto che la Costituzione affida al governo, se ha necessità di adottare norme aventi forza di legge, uno strumento apposito, che è il decreto legge. L’anomalia appare ancor più vistosa se solo si pensi che questi atti amministrativi sono serviti ad incidere anche su un diritto fondamentale del cittadino, quale la libertà di circolazione.

Conte con una vera e propria piroetta, del tutto estranea al nostro sistema, ha trasformato uno strumento solo attuativo di norme vigenti in una fonte primaria del diritto, creando, addirittura, nell’ipotesi di inosservanza di queste norme, veri e propri nuovi titoli di reato (chi non le osserverà sarà punito…), che difficilmente potranno trovare una sanzione in giudizio, stante la loro palese incostituzionalità.

Perché allora il premier, che non è uno sprovveduto, essendo docente universitario di diritto (seppur nel ramo civilistico) si è incamminato ed ha proseguito in un sentiero così impervio? Semplicissimo: perché sa bene che, depurato dall’embrassons-nous dell’emergenza, il suo governo sta in piedi per scommessa, perché il suo partner principale, Zingaretti, è una sorta di ectoplasma, che in tutto questo periodo è salito alla ribalta della cronaca sol perché, sfortunatamente, s’è beccato il Coronavirus dopo essere andato a fare improvvidi aperitivi dimostrativi a Milano. E perché Renzi un giorno sì e l’altro pure gli spara addosso bordate micidiali e perché all’interno dei 5Stelle c’è tutta l’area non marginale dei “duri e puri” che non lo sopporta più e che già in qualche recente circostanza gli ha votato contro. Per non parlare delle furenti polemiche su alcuni temi qualificanti quali la prescrizione e il Mes, che hanno visto gli alleati schierarsi  su fronti completamente contrapposti.

Ergo: se si fosse imbarcato in una serie di decreti-legge avrebbe corso seri pericoli in fase di conversione.
E non era proprio il caso, considerato che, comunque, questi suoi abusi avrebbero trovato una giustificazione nella imprevedibilità di un’emergenza sanitaria improvvisa e devastante.

In definitiva nel timore di sconquassi e di un’eventuale crisi di governo Conte ha preferito ricorrere ad una prassi ai limiti della decenza giuridica e politica.

Un po’ come era accaduto ad agosto scorso, quando per paura che Salvini potesse vincere le elezioni (lo stiamo affermando con totale e laico disincanto) si è varato un governo con due forze antitetiche che se l’erano dette di tutti i colori e che ancor oggi continuano a litigare, coperte dal silenziatore del Coronavirus.

Il problema, al momento, è più che altro politico. Questa forma anomala e deviata di legiferazione potrà essere “tollerata” per il tempo strettamente necessario a mettere nell’angolo il perfido virus. Un secondo dopo non sarà più accettabile, perché potrebbe costituire un precedente pericolosissimo ed esportabile in altre e successive contingenze che qualche altro futuro presidente del consiglio potrebbe tentare di valutare, di volta in volta, come improcrastinabili.

Consentiteci però di giudicare ancor più sorprendenti, dal punto di vista del rispetto dell’impianto dello Stato di diritto, le “intemperanze” di molti governatori, che sin dalla prima ora hanno cominciato a far di testa loro, provocando duplicazione di norme, caos legislativo e incertezze nei destinatari, cioè la popolazione.

Il discorso, dal punto di vista politico, è troppo lungo, perché bisognerebbe risalire alle mire secessioniste della Lega prima edizione, e alle carnevalate di Bossi che innalzava il gonfalone di Legnano ed andava ad abbeverarsi alla foce del Po. Salvini aveva poi raddrizzato, ufficiosamente, la barra, eliminando dal logo del partito la parola “Nord”, ma insistendo, e ci stava persino riuscendo, a far votare, con la complicità giuliva e imbarazzata di quelle anime candide di Di Maio e compagni, l’autonomia differenziata, che sarebbe stato il primo tassello verso lo sgretolamento dell’unità nazionale.

Ma se inizialmente sono stati i governatori leghisti del Nord ad uscire fuori del seminato, le più recenti “innovazioni” arrivano da insospettabili, quali il Bonacini emiliano, che fregandosene dell’ultimo Dpcm, ha autorizzato le squadre di calcio di serie A della sua regione (che tra l’altro è tra le più colpite dall’epidemia) a riprendere gli allenamenti. E proprio in queste ore il suo omologo campano, l’ex sceriffo De Luca (sta facendo concessioni su concessioni)  ne ha seguito l’esempio, prontamente imitato da Zingaretti e dal governatore sardo.

Altrettanto sconcertante, se non proprio nella sostanza, considerato il contagio quasi-zero raggiunto nella sua regione, l’iniziativa della Santelli in Calabria, che senza aspettare il primo giugno, data preannunziata da Conte, ha aperto bar e ristoranti. Siamo all’anarchia totale. E si può anche chiedere, con rispetto e cautela, a Mattarella che se c’è, batta un colpo. È opportuno che su questi temi fondanti si cominci a riflettere sin da subito, senza aspettare che finisca l’epidemia. Potrebbe essere troppo tardi.

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