martedì, 7 Luglio, 2020
Economia

L’Italia può vincere la battaglia in Europa. Ma serve concretezza

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Condividere il debito futuro per lo sviluppo non quello passato per la finanza allegra.

Neanche una pandemia di proporzioni bibliche riesce a mettere la sordina alle polemiche fatue e autolesionistiche della politica italiana. Il nostro Paese deve combattere una dura battaglia in Europa contro l’egoismo sovranista di Olanda, Austria, Finlandia spalleggiate dalla Germania. Logica vorrebbe che il Governo andasse a Bruxelles forte non solo della sua maggioranza ma con il sostegno anche dell’opposizione.

Invece ci presentiamo fragili, come sempre. Il Presidente del Consiglio avrebbe dovuto chiedere al Parlamento di votare all’unanimità un forte mandato a trattare per ottenere il massimo possibile dai partner europei. Nulla di tutto questo. L’opposizione sovranista chiede a gran voce condivisione del debito e sostegno forte dell’Europa dimenticando che a dire di no a questa linea sono quelli che la pensano come loro e che ispirano i governi dei 4 Paesi ostili.

In questo clima, lontano mille miglia dalla forte solidarietà e unità nazionale che invece sarebbe necessaria, si inseriscono nuovi totem e nuovi tabù. Così dopo i tanti NO gridati dai populisti per anni e ora diventati SI (No-TAV, No-TAP, No-ILVA) si è aggiunto il No-MES, esibito come se fosse la linea del Piave rispetto alla quale non arretrare per evitare la sconfitta.

I paraocchi in politica sono dannosi. Quelli delle ideologie avevano l’alibi di richiamarsi a impianti teorici che avevano un minimo costrutto, quelli della demagogia sono invece ispirati all’ignoranza.
Veniamo ai conti.

L’Europa ha finora messo in campo 540 miliardi: 200 per investimenti della BEI, 100 per il piano SURE per gli ammortizzatori sociali e 240 del famigerato MES, crediti destinati per sostenere i soli costi sanitari diretti e indiretti, la cura era prevenzione e senza essere condizionate alle abituali drastiche misure di austerità previste dal fondo. Sull’eliminazione di queste clausole draconiane l’Italia, insieme ad altri 13 Paesi dell’Eurozona l’ha spuntata checché ne dicano Salvini e Meloni.

Per l’Italia si tratta di poter accedere a 97 miliardi di crediti, sui 540 complessivi messi a disposizione dall’Europa, così divisi: 40 miliardi dalla BEI da restituire in 30 anni, 20 miliardi da SURE, da restituire in 10 anni, e 37 dal MES da restituire senza condizioni a tassi molto più bassi (fino al 50% in meno)rispetto a quelli che paghiamo per i nostri titoli di Stato.

97 miliardi sono poco più di 6 punti di PIL, esattamente quelli che mediamente potremmo perdere da qui a fine anno.

Non si capisce perché invece di 97 miliardi l’Italia dovrebbe ottenere crediti per 60 miliardi rinunciando a i 37 del MES che ci costano la metà dei nostri BOT. I 5 Stelle fanno muro e lo stesso Conte si è spinto, con alcune dichiarazioni, ben oltre il ragionevole dicendo che non ci servono. In realtà ci servono, eccome, per la sanità ma non devono escludere altri fondi per lo sviluppo. Le tre linee di credito messe finora in campo dall’Europa hanno destinazioni precise: quelli della BEI per imprese ed enti locali, quelli del SURE per finanziare la cassa integrazione e quelli del MES per la sola emergenza sanitaria. Perché dire no ai soldi che ci servono per compensare i costi straordinari affrontati e che dovremo affrontare per i prossimi mesi per ospedali, personale sanitario, apparecchiature e quant’altro? Questo rifiuto sbandierato ai 4 venti è assurdo, autolesionista e puramente demagogico. Conte ha sbagliato a dire che non ci servono. Avrebbe dovuto dire che servono ad affrontare un problema, quello sanitario, ma che per la ricostruzione industriale europea bisogna attingere non al MES ma ad un fondo nuovo da creare ad hoc che nel testo approvato dall’Eurogruppo è esplicitamente citato come Recovery Fund per sostenere la ripresa.

Si tratta di due cose diverse. Vinta la battaglia nell’Eurogruppo ora Italia, Francia, Spagna e almeno altri 12 Paesi devono spuntarla nel Consiglio Europeo sul Fondo per lo sviluppo. Come farlo finanziare?

Impiccarsi sul termine eurobond è sbagliato. I leader politici dei Paesi contrari devono tener conto delle opinioni pubbliche dei loro Paesi ottenebrate dalla narrazione ostile agli eurobond. E allora meglio non usare questo termine e puntare al risultato. Come? Le soluzioni tecniche possono essere varie. L’importante è aver chiaro che occorre mettere in campo altri 1000 miliardi per spingere la ripresa necessaria dopo la brusca recessione che investirà tutti i 27 Paesi europei.

Per trovare 1000 miliardi non basterà aumentare il budget europeo che è strutturalmente esangue. Occorrerà attivare un meccanismo che attraverso l’emissione di titoli ipergarantiti (tripla A) trovi sul mercato ingenti risorse da destinare non a pagare i vecchi debiti ma a finanziare gli investimenti massicci che servono per ridare spinta all’economia. Ci sarà quindi, una condivisione del debito futuro che servirà a finanziare lo sviluppo, ma non ci sarà alcuna condivisione del debito passato. E questo dovrebbe mettere l’anima in pace ai timori olandesi e tedeschi. Ovviamente servirà un meccanismo che garantisca che i 1000 miliardi non vadano a tappare vecchi buchi ma servano a far crescere il PIL, per questo il Fondo andrebbe affidato alle mani esperte di un personaggio come Mario Draghi.

L’Italia può giocare nei prossimi giorni una grande partita a condizione che si lasci guidare dalla concretezza, dall’abilità diplomatica e non dalle dichiarazioni demagogiche. Prendiamoci subito i 37 miliardi del MES per rafforzare con urgenza la sanità pubblica. I fondi per lo sviluppo non arriveranno subito, ci vuole tempo per mettere in piedi tutto il meccanismo. Una cosa alla volta.

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