venerdì, 10 Luglio, 2020
Politica

Riforme Istituzionali? Con quale fine?

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La recente sortita di Matteo Renzi sul “sindaco d’Italia” riapre il dibattito, da sempre inconcludente, sulle grandi riforme istituzionali. Tra commissioni bicamerali e riforme approvate ma poi non confermate nei referendum. La storia degli ultimi 40 anni è una sommatoria di fallimenti. E l’unica riforma che è venuta efficace, quella del Titolo V, ha creato più problemi di quelli che puntava a risolvere.

Renzi stesso ha pagato un caro prezzo (sul quale si è applicato uno sconto) per aver perso il referendum sulla mega riforma per la quale si era battuto personalizzandola in modo eccessivo.

Ma ora ci riprova. Propone l’elezione diretta del capo del Governo, senza specificare come si andrebbe ad incastrare nel resto dei poteri bilanciati previsti dalla nostra “ Costituzione”.

Un conto è che Camera e Senato diano la fiducia solo al Primo Ministro che poi ha larga autonomia nel nominare e sostituire i ministri, ben altro conto è sottrarre al Presidente della Repubblica il potere di nomina del capo del Governo per darlo al popolo.

In un’era di populismo e nazionalismo dilagante, con l’opinione pubblica in balìa di manipolazioni via internet, fake news, troll e bot, concedere al popolo questo potere apre la porta ad avventure molto pericolose. Detto in breve, si spiana la strada a personaggi assetati di potere non a statisti, si favorisce chi manipola e strumentalizza il popolo, per rafforzare il proprio potere personale, non chi sa proporre visioni equilibrate e disinteressate.

Se passasse l’elezione diretta del premier, esse andrebbe a sommarsi alla riduzione del numero dei parlamentari che, di fatto, ridurrà la capacità di rappresentanza del Parlamento. Avremmo così un effetto amplificato: fine della centralità del Parlamento strapotere al Primo ministro che in qualunque momento potrebbe appellarsi al suo “popolo” per imporre qualsiasi voglia forzatura istituzionale. In questo campo la storia insegna che si sa come si comincia e non si sa come si finisce.

E che fine farebbe il Presidente della Repubblica? Potrebbe continuare ad essere il garante dell’unità nazionale di fronte ad un primo ministro che essendo stato eletto dal popolo potrebbe rivendicare a sé il diritto di parlare a nome della nazione? Bel pasticcio. Paradossalmente, l’elezione diretta del capo dello Stato ha almeno il pregio di evitare possibili conflitti istituzionali devastanti. 

Ma la domanda che bisognerebbe porre a Renzi o a chi per lui è un’altra: qual è il problema che si vuole risolvere con queste proposte mirabolanti? Se il problema è trasformare il presidente del consiglio da primus inter Paris in vero capo del governo, basta fargli avere il voto di fiducia prima che egli scelga i ministri. Se il problema è assicurare governi stabili basta inserire in Costituzione l’istituto della sfiducia costruttiva: la maggioranza che fa cadere un Governo si assume l’omertà  di formare il nuovo governo, altrimenti si vota. In Germania è così e non è un caso che i governi tedeschi siano stati più stabili di quelli britannici e che i Cancellieri tedeschi abbiano governato più allungo degli inquilini di Downing Street.

Come si vede, ci sono soluzioni molto semplici che non stravolgono l’impianto costituzionale e non mettono a repentaglio l’equilibrio dei posteri e la tenuità della democrazia. Perché correre avventure? Se si vuole modificare l’intero impianto costituzionale bisogna eleggere un’Assemblea Costituente. Ma prima di eleggerla ci vuole uno “spirito” costituente tra tutte le forze politiche che oggi non si vede neanche come i telescopi spaziali. Se, invece, si vogliono fare ritocchi, si proceda ad identificare meglio i problemi da risolvere e si cerchino non soluzioni ad effetto ma rimedi che hanno dimostrato di funzionare bene.

Un’ultima considerazione: in vista di un 2020 con la recessione alle porte non saprebbe meglio profondere energie per studiare come rilanciare lo sviluppo e fare quelle 3-4 grandi riforme in cui l’Italia ha bisogno come il pane, invece di imbarcarsi in altri due anni di mega riforme costituzionali divisive che paralizzano il Parlamento? A meno che l’obiettivo non sia tanto quello di riformare la Costituzione quanto quello di creare un’aggregazione politica nuova, che potremmo che definire oggi come “asse per la nazione” in cui far confluire Salvini, Meloni, quel che resta di Forza Italia e Renzi che aspirerebbe ad esserne il centro di gravità. Tutto è legittimo, ma non usare le riforme costituzionale per creare nuovi scenari politici.

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