venerdì, 14 Giugno, 2024
Cronache marziane

La Giustizia nel bosco delle favole

Sarà il caldo di questi giorni, oppure una sopravvenuta pigrizia a spingere, in questi giorni, Kurt il Marziano più verso la mia biblioteca che a zonzo nelle strade della Capitale.

Questo Suo bagno nella cultura, risente – ovviamente – dei miei gusti e dei miei interessi, spingendolo talvolta a creare collegamenti fin troppo arditi tra argomenti che poco hanno a che vedere, almeno in apparenza, fra di loro.

L’ultimo fra questi collegamenti è forse il più singolare: quello fra il mondo della giustizia e quello delle favole, dove Kurt ha provato a leggere, in chiave di sviluppo storico, vicende che – almeno in apparenza – mi erano fino ad oggi apparse prive di ogni immaginabile punto in comune fra di loro.

Così, quando il Marziano si è presentato a tavola stringendo fra le mani due volumi – le Fiabe del Focolare dei Fratelli Jacob e Wilhelm Grimm (Torino, 1997) e il Manuale di Pandette (Milano, 1953) del romanista Contardo Ferrini – non ho potuto fare a meno di sorridere, pregustando le difficoltà cui egli si sarebbe presto cacciato nel tentativo di strapparmi una qualunque opinione su quello strano connubio.

La pandettistica infatti – da intendere come il sistema di giurisprudenza sviluppato nell’antica Roma e rielaborato, nel XIX secolo, in Germania – mi sembrava, almeno a prima vista, ben lontana dai mondi magici e fantastici delle favole dei Grimm. Tuttavia, ascoltando attentamente le elucubrazioni di Kurt, ho dovuto prendere atto dell’emergere di affascinanti parallelismi e similitudini tra questi due universi apparentemente così distanti.

La chiave attraverso cui il mio interlocutore è riuscito a farmi render conto della non irragionevolezza di quell’accostamento è consistita nella circostanza per cui i Fratelli Grimm, a tutti noti per le loro famose raccolte di fiabe, erano stati anche figure di spicco nella cultura giuridica tedesca del XIX secolo, (in particolare Jacob, che era stato docente di giurisprudenza all’Università di Gottinga) per cui ho dovuto sorprendentemente constatare come la loro formazione giuridica avesse molto influenzato anche la loro raccolta di fiabe, così come la loro comprensione delle tradizioni e della società tedesca dove i boschi carichi di lupi e megere non erano molto diversi dalle fucine istituzionali in cui si elaboravano le richiamate categorie giuridiche di derivazione romanistica.

Mi è apparso così indiscutibile che – seppur le favole sono spesso considerate alla stregua di storie semplici e per l’infanzia – nondimeno contengono spesso profonde lezioni moralistiche e di giustizia; al punto che la pedagogia spesso le richiama come strumenti di educazione dei fanciulli ad un futuro di civile convivenza e non a caso la giustizia, come concetto universale, è uno fra i temi più ricorrenti nelle trame lungo le quali si sviluppano.

Colà possiamo incontrare personaggi che commettono errori e vengono puniti, mentre coloro che agiscono virtuosamente sono ricompensati: un concetto che riecheggia i principi di equità e rettitudine nella pandettistica e che innerva di sé tutti i sistemi giuridici mitteleuropei e non solo quelli.

È dunque possibile tracciare un parallelo strutturale tra le favole e la pandettistica, perché entrambi creano mondi con regole proprie, che pur sembrando estranee o arbitrarie a un osservatore esterno, tuttavia, attraverso quelle regole vanno a garantire l’ordine e la coerenza interna: così – mentre nelle favole l’ambiente è caratterizzato da regole magiche e misteriose – nella pandettistica, quelle stesse regole si manifestano sotto forma di leggi e principi generali del diritto.

Ad avviso di Kurt, perciò, la giustizia nelle favole si manifesta in modi che spesso coincidono con i principi della pandettistica.

Per esempio, in racconti come “Hansel e Gretel” o “Il lupo e i sette capretti”, la punizione del cattivo rappresenta la giustizia retributiva: un concetto fondamentale nella teoria della pena elaborata dal diritto romano.

Inoltre, la giustizia preventiva, intesa come salvaguardia da atti illegali futuri, è tema ricorrente nelle favole, proprio come nella pandettistica che ben conosceva il tema delle misure cautelari di cui tutt’oggi anche i nostri giudici fanno uso e anche abuso.

Quella cultura non si è limitata a pervadere la Germania, ma ha esteso il suo impatto anche oltre i confini nazionali, influenzando a sua volta persino la cultura dell’Italia unita e lasciando una traccia duratura nell’attuale ordinamento italiano, ormai fondato sulla Costituzione del 1948.

Ho dovuto così convenire con il Marziano sulla tesi secondo cui echi della pandettistica e del complesso quadro morale e giuridico espresso nelle favole dei Grimm si ritrovano anche nell’odierno ordinamento giuridico italiano. Ad esempio, l’Articolo 3 della Costituzione – ove si afferma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali dinnanzi alla legge – rispecchia il tema della giustizia sociale già presente nelle favole dei Grimm. Questo principio è manifestato in storie come “Cenerentola”, in cui la protagonista, nonostante la sua umile condizione, viene alla fine riconosciuta e premiata per la sua bontà d’animo e per l’onestà del carattere, venendo alla fine elevata al rango di principessa.

Le solide basi su cui il sistema costituzionale italiano si fonda non gli ha però impedito di entrare in crisi a causa del disequilibrio cui è andato incontro, negli ultimi trent’anni, il principio della divisione dei poteri.

È di questi giorni l’esasperarsi del conflitto fra la politica e la giustizia: un conflitto che alcune anime belle si ostinano tuttora a negare, talvolta addirittura irridendo l’importanza della riforma Nordio quale estremo tentativo di riportare equilibrio in quel principio che tutti richiamano, ma che viene letto – dai diversi protagonisti  -in prospettive fra loro diversissime, per non dire opposte.

Se allora dovessimo descrivere con il linguaggio delle favole quanto ora sta accadendo, potremmo anche dire che il punto a cui siamo arrivati somiglia a quello immediatamente precedente alla conclusione di ogni racconto fantastico: i più potrebbero tornare a vivere felici e contenti solo a condizione di far precipitare i loro aguzzini dalle mura di una fortezza – quella della irresponsabilità di chi la giustizia dovrebbe invece dispensare con finalità diverse da quelle della lotta politica – che per troppo tempo è sembrata inespugnabile.

La vicenda appena richiamata non è, d’altronde, dissimile da quanto avvenuto nella parte orientale del pianeta, dove la scrittura delle “Mille e una notte” è andata di pari passo con il consolidarsi della Sharja (la legge islamica, derivata principalmente dal Corano), ovvero con il sistema giuridico basato sugli insegnamenti dell’Islam. Essa riguarda molteplici aspetti della vita dei musulmani, tra cui il diritto penale, il diritto di famiglia e il diritto commerciale; ma anche le modalità di affermarsi della Sharja hanno comportato forme di lotta tutt’ora ben lungi dall’essersi esaurite.

D’altra parte, le fiabe de “Le Mille e una notte” rappresentano una raccolta di storie e leggende tradizionali di origine araba e persiana. Queste narrazioni sono ambientate in un contesto culturale e storico diverso, ma spesso riflettono i valori, le credenze e le norme sociali delle diverse epoche lungo le quali sono state tramandate.

Anche in questo caso, Il parallelo che si può tracciare tra la Sharja e le fiabe consiste nella riflessione per cui entrambe affrontano tematiche che riguardano l’etica, la morale e la condotta umana, perché – anche in quel  caso – tanto la Sharia che le fiabe si concentrano su questioni di giustizia, virtù, responsabilità, onestà e rispetto verso gli altri: possono allora esser visti e valutati come mezzi che offrono congiuntamente orientamenti e insegnamenti idonei a guidare le persone perché conducano una vita equilibrata e giusta.

E’ allora importante notare che esistono importanti differenze fra il modo di congiungersi delle fiabe e delle dottrine giuridiche in Occidente, rispetto all’Oriente; perché – mentre la Sharia è un sistema legale e religioso in vigore in alcuni Paesi a maggioranza musulmana -le fiabe de “Le Mille e una notte” sono opera letteraria e culturale che si è evoluta nel tempo, senza una base già consolidata come fu quella dell’uso moderno delle Pandette. Le fiabe non sono colà intese come prescrizioni giuridiche o religiose, quanto piuttosto come narrazioni che intrattengono, insegnano e ispirano riflessioni sulla natura umana, non prive di rilievo giuridico.

Quindi, mentre è possibile rilevare alcune connessioni tematiche tra la Sharia e le fiabe de “Le Mille e una notte”, è importante distinguere tra il sistema legale-religioso che alla base della Prima e il patrimonio letterario-culturale che innerva le seconde.

Tornando al nostro confronto, a tratti persino surreale, e cercando almeno di convincere il Marziano del mio apprezzamento su questo suo originale modo di mettere assieme la giustizia con le favole, sono voluto tornare all’attualità e ho così mostrato al Marziano un recente articolo del Presidente della Fondazione Einaudi, Giuseppe Benedetto, (Il Dubbio, 11 luglio, pag.11) dove Lui spiega (senza neanche avere a mente il parallelismo tra la giustizia e le favole) come la strategia del potere giudiziario – che potremmo identificare come l’assediato dalla politica, in un duello che incontriamo spesso nelle favole, tanto di matrice occidentale, che orientale – sia ormai quella “di aprire tanti fronti di guerriglia quotidiana su ogni piccolo tentativo del Governo di por mano a riforme anche parziali.

E da qui l’abuso d’ufficio diventa intoccabile, le intercettazioni a strascico essenziali, i decreti attuativi della pur timida riforma Cartabia rinviati sine die. Déja Vu direbbero i francesi. Infatti è una sceneggiatura, una manfrina cui assistiamo da trent’anni.”

Difficile però – di fronte a un simile scenario – dare torto a Kurt che, con la sensibilità tipica di un extraterrestre, ha ritenuto di poter coniugare alcuni fenomeni giuridici con le narrazioni fantastiche di cui abbiamo riferito in apertura.

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