venerdì, 10 Luglio, 2020
Politica

Waterloo per Salvini. Conte più forte

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Insomma Salvini ha fatto male i conti. Li aveva fatti male già nell’agosto scorso quando si giocò il tutto per tutto aprendo una crisi di governo che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto segnare il passaggio verso elezioni anticipate e un trionfo che gli avrebbe dovuto consegnare il Governo e il controllo del Paese. Invece, Salvini è finito all’opposizione e, molto probabilmente, ci resterà per i prossimi 3 anni.

Si può dire che Salvini sia molto bravo a riempire piazze e ad aizzare gli animi, ma non abbia grandi capacità di strategia quando si tratta usare il consenso di cui dispone per ottenere risultati concreti.
La Lega, che a dicembre aveva celebrato in fretta a e furia un congresso lampo per incoronare Salvini, forse dovrà porsi qualche problema, quanto meno di dibattito interno e di maggiore condivisione delle strategie, visto che negli ultimi sei mesi le due delineate da Salvini sono state un fallimento.

Un problema più grave lo hanno i 5 Stelle che sia in Emilia Romagna che in Calabria hanno raccolto un pugno di voti sancendo la loro totale irrilevanza, con buona pace -anche qui- degli strateghi che avevano chiesto alla piattaforma Rousseau di presentare loro liste in elezioni in cui la contesa era ormai a due, Pd/Lega.

Per sua fortuna, Di Maio si era dimesso poco prima ma questa sonora batosta non potrà che rendere ancora più agitate le acque in un Movimento che da mesi sembra allo sbando e che non fa nulla con convinzione a partire dal tiepido sostegno al Governo di cui, sulla carta, sono gli azionisti di maggioranza…
Per il Pd una bella boccata di ossigeno, Zingaretti può mantenere l’impegno preso “vinciamo le regionali in Emilia Romagna e facciamo subito un congresso” per aprire una pagina inedita del partito che potrebbe cambiare nome, simbolo e identità. Un’identità che dovrebbe essere più ampia e non solo pescando a sinistra tra coloro che se ne erano andati prima di Renzi ma anche aprendosi a tanti che non hanno trascorsi nel Pd -anche per motivi anagrafici ma, che da posizioni moderate, rifiutano la destra nazionalista e intollerante e potrebbero trovare in questa nuova area un loro spazio.

È il caso delle Sardine, vero vincitore -e non solo morale- delle elezioni in Emilia Romagna. Si deve a loro se c’è stata una mobilitazione nell’area un po’ spenta della sinistra per controbilanciare la massiccia campagna di Salvini. Senza le piazze riempite dalle Sardine e senza il loro messaggio certo un po’ confuso, ma dichiaratamente volto a svegliare gli animi contro i rischi di assuefazione e di rassegnazione al trionfo della destra, non ci sarebbe stato il raddoppio dei votanti che consentito al Pd e a Bonaccini di vincere.
Per Forza Italia la vittoria della loro candidata in Calabria, come già successo alla Regione Basilicata, è l’ennesimo premio di consolazione, che rende meno amara costatazione dello stato comatoso del partito di Berlusconi: a livello nazionale è il fanalino di coda rispetto a Fratelli d’Italia e alla Lega, in alcune regioni è sotto la soglia di visibilità.

Renzi, stavolta, non ha sbagliato a sostenere senza se e senza ma fin dall’inizio Bonaccini, ma la ripresa del Pd è per lui una brutta notizia: gli spazi di manovra per Italia Viva si fanno sempre più stretti, anche perché il Governo oggi è più forte che mai e le baruffe renziane saranno sempre meno capaci di disturbare la navigazione di Conte che oggi ha il vento in poppa.

A questo si aggiunga la nascita del nuovo Partito del Popolo Italiano che si candida, in maniera più efficace di Renzi a riannodare le fila delle tante anime centriste che Forza Italia non è più in grado di intercettare.
In sintesi, la disfatta di Salvini rafforza il Governo, allontana le elezioni anticipate, ridà fiato al Pd, mette in gioco le Sardine come protagonista dello scenario politico, sancisce il lento il tramonto di Forza Italia, restringe il campo di azione di Renzi e costringe i 5 Stelle a ripensare tutto, identità organizzazione e strategia.

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