sabato, 25 Gennaio, 2020
Editoriale Esteri

Il Sahel è un’arena crescente di concorrenza per gruppi jihadisti

All’inizio di novembre, un autobus che trasportava diversi lavoratori della società mineraria canadese Semafo, è stato preso d’assalto in un’imboscata da uomini armati, causando 38 morti e circa 60 feriti. Il personale straniero, invece, è stato risparmiato perché era a conoscenza di molti dei rapimenti oltre altri rischi per la sicurezza posti dai jihadisti. Attacchi perpetrati da uomini armati avevano già interessato lo scorso anno altre due miniere della compagnia presenti nel Paese.

L’intensificazione della lotta jihadista che ha attraversato il Burkina Faso, prima considerata una zona
relativamente sicura nel Sahel, ha le sue radici in gran parte nell’attività dei militanti islamici nel vicino paese del Mali La maggior parte di questi attacchi sono stati attribuiti allo Stato islamico nel Grande Sahara (ISGS) e al fedele Jamaa di Nasr al-Islamwal Muslimin (JNIM) di al-Qaeda; seppur nessun gruppo li ha ancora rivendicati.

Quest’ultimo assalto arriva subito dopo un altro grande attacco in cui i militanti dello Stato islamico nel Grande Sahara hanno ucciso più di 50 soldati maliani nella regione di Menaka in Mali. Il gruppo dello Stato islamico nel Grande Sahara ha rivendicato questo attacco. Dall’inizio del 2019 lo Stato islamico ha rivendicato diverse operazioni dell’ISIS nel Grande Sahara (ISGS) a nome dell’ISWAP (Stato Islamico con sede in Nigeria nella provincia dell’Africa occidentale). Dal punto di vista dello Stato Islamico, quindi, l’ISGS è amministrativamente “incluso” in ISWAP. Come risulta dall’attacco di Menaka e dall’attacco alla miniera del Burkina Faso, così come in molti altri agguati contro i soldati maliani nelle ultime settimane, la pressione dei jihadisti sta aumentando in tutto il Sahel (fascia di territorio dell’Africa sub-sahariana che si estende tra il deserto del Sahara a nord e la savana del Sudan a sud, e tra l’oceano Atlantico a ovest e il Mar Rosso a est). Di conseguenza il Mali ha recentemente annunciato il ritiro dagli avamposti dei militari isolati verso basi fortemente sorvegliate, ugualmente alla decisione già presa dalla Nigeria all’inizio di quest’anno, al fine  di consolidare la sua posizione di forza nei cosiddetti “supercampi”.

Il leader dello Stato islamico nel Grande Sahara è Abu Adnan Walid al-Sahrawi, anche se non si è mai mostrato in nessun media dal 2016. Prima di allora era noto per aver co-rivendicato un grave attacco alle strutture minerarie a gestione francese ad Agadez e Arlit. A quel tempo Al-Sahrawi era membro del Movement for Unity nella Jihad e nell’Africa occidentale (MUJWA) sotto il comando di Belmokhtar. Ma poco dopo, Al-Sahrawi  dichiarò fedeltà all’Isis mentre Belmokhtar ribadì, invece, la sua lealtà ad al-Qaeda. Nel 2018 il Dipartimento di Stato parlava di un gruppo basato principalmente in Mali, attivo lungo il confine tra Mali e Niger e responsabile della rivendicazione di diversi attacchi sotto la guida di Al-Sahrawi, compreso quello del 4 ottobre 2017 contro una pattuglia di truppe Usa e nigeriane nella regione del Tongo Tongo, in cui rimasero uccisi quattro soldati americani e cinque nigeriani. Al-Sahrawi, che guida lo Stato islamico nel Grande Sahara, nonostante si sia separato da Belmokhtar, mantiene come caratteristica principale del suo operato il progettare attacchi contro gli interessi stranieri nella sua regione. Lo Stato islamico nel Grande Sahara non ha le capacità per attaccare i paesi occidentali all’estero, ma può farlo nel Sahel stesso. Allo stesso modo, gli attacchi alla miniera del Burkina Faso così come altri attacchi, hanno avuto lo stesso scopo di costringere economicamente,e successivamente militarmente, i paesi occidentali ad andar via dalla regione del Sahel, aprendo così la strada al dominio dello Stato islamico nel Grande Sahara.

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