mercoledì, 5 Ottobre, 2022
Società

Ma l’Onu dov’é?…riapriamo il palazzo di vetro

Chi ha le chiavi del grattacielo di Turtle Bay, lì a Midtown Manhattan dove venne costruito subito dopo la Seconda Guerra Mondiale? Forse gli eredi dei due architetti che lo progettarono, Niemeyer e Le Courbusier, hanno ancora una mazzo di chiavi per mandare qualcuno a riaprire i pesanti portoni d’ingresso? Sono evocazioni provocatorie, certo, ma che fine ha fatto l’ONU? Quale ruolo sta giocando nel conflitto ucraino che si trascina ormai da troppe settimane? La grande, prestigiosa istituzione nata per ricomporre le crisi mondiali del Novecento ha definitivamente accettato di essere ininfluente?

L’organismo sembra scomparso da ogni tavolo. Dopa la visita a Kiev del segretario generale Antonio Guterres (accompagnata in quelle ore da un attacco missilistico russo) nessuna iniziativa concreta, nessun vertice di livello, niente di niente. Dopo la risoluzione del Consiglio di sicurezza che il 28 febbraio “deplorava” l’aggressione nessun ulteriore atto concreto.

Per le strade della capitale ucraina, nei luoghi del conflitto, non è comparso nessun casco blu, nessun intervento di peace enforcement e di peace keeping è stato organizzato. Si è detto: non possono certo intervenire forze di pace che provengono dalle forze armate dell’alleanza atlantica. Ma anche nei recenti conflitti in Africa militari e mezzi sono stati messi a disposizione da Pakistan, Bangladesh, Nepal, India e altri paesi che hanno tenuto in larga maggioranza una posizione di relativa neutralità tra l’aggressore e l’aggredito. Si è detto ancora: il veto di uno dei membri  permanenti del Consiglio di sicurezza ha bloccato ogni decisione. E questa giustificazione è semmai un ulteriore segno di impotenza di un  organismo che manifesta ampiamente tutti i suoi limiti.

Secondo alcuni analisti l’Assemblea potrebbe avocare a sé i poteri del Consiglio bloccato dal veto. Ma nessuna risoluzione viene adottata e la situazione rimane in stallo.

Eppure non è sempre stato così.

Durante la guerra di Corea fu istituita la United Nations Command (UNC), una struttura che unificò i vari comandi delle forze internazionali inviate a sostegno del Sud e si sedette al tavolo  partecipando alla firma dell’armistizio di Panmunjeom.

Nella Repubblica Democratica del Congo opera dal 2010 la Monusco, una missione dell’ONU forte di 15 mila caschi blu provenienti da 47 paesi che ha sostituito un precedente intervento del 1999, dopo le stragi tra le diverse etnie. Nel Congo ex belga risale infatti al 1960 la prima sanguinosa missione ONU. Nel 1961 un battaglione irlandese venne attaccato da soldati congolesi guidati da mercenari europei a Jadotville; solo nel 2005 verrà riconosciuto il loro ruolo  in una serie di drammatiche vicende dove perderà la vita  il segretario generale Hammarskjold. Missioni si terranno lungo tutti i decenni successivi in Somalia, Angola, Mozambico, Eritrea, Liberia, Sudan… in tante parti del mondo.

Anche nel nostro Mediterraneo, come a Cipro, dove le Nazioni Unite schierano forze di peace keeping, in Kosovo o nel Libano dove con l’UNIFIL, la forza di interposizione delle Nazioni Unite schierata nel Libano del Sud, sono attivi circa 1100 militari italiani.

E l’elenco potrebbe essere lungo, attraversando tutte le crisi più gravi degli ultimi anni senza dimenticare la lunga ombra del genocidio consumato in Bosnia ed Erzegovina nella zona demilitarizzata sotto la tutela della missione Unprofor .

Forse fu proprio con quella vicenda che inizia una fase nuova per l’organismo .

La struttura di governo plasmata alla fine del conflitto mondiale appare ormai inadeguata ad affrontare un multilateralismo dove tante medie potenze non intendono più delegare i propri destini ai cinque grandi  membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. La lentezza nell’assumere decisioni, la macchina organizzativa e le strutture bisognose di grandi risorse obbligano l’organizzazione ad un difficile equilibrio tra le potenze. Si aggiunge l’accusa di limitarsi sempre di più a forme assistenziali come se la risoluzione dei conflitti si potesse affrontare distribuendo aiuti e  risorse a regimi e strutture governative locali fameliche di sovvenzioni e spesso incapaci di gestirle al meglio per le popolazioni .

Burocrazia, lentezza nelle decisioni, dilatazione nei tempi tra analisi dei problemi e intervento fanno si che ormai molti paesi teorizzano la necessità di superare l’organismo con enti più focalizzati sulle aree del mondo in crisi. Alcuni segnali sono già evidenti. Israele, Bahrain, Arabia Saudita, Emirati, Giordania si sono incontrati per dar vita a una difesa comune in funzione anti iraniana.

Ha destato molta sorpresa, al riguardo, il successo del recente vertice dei paesi BRICS. All’incontro tra le potenze emergenti erano presenti il presidente cinese, indiano, brasiliano, sudafricano e Vladimir Putin.

Alla vigilia del summit Xi Jinping ha sottolineato che l’ordine mondiale è ormai multipolare. Certo anche i governi BRICS sono divisi su molti punti eppure si sono dimostrati uniti (Cina e India) nell’acquisto del petrolio russo dopo l’embargo europeo.

Anche da questo incontro è giunto un segnale. A New York è arrivato?

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