giovedì, 8 Dicembre, 2022
Il Fisco e la Legge

Harvard alle prese con presunte “quote e discriminazioni”

Harvard è un’università privata, ma riceve finanziamenti federali che la rendono soggetta al Civil Rights Act del 1964, che bandisce la discriminazione razziale e comporta il diniego dei finanziamenti stessi per chi lo violi. Entrare ad Harvard può notoriamente cambiare la vita di uno studente ed è quindi inevitabile che le procedure di ammissione siano rigorose e soggette a pubblico scrutinio.

Nel caso di Harvard, e non solo, uno degli obiettivi delle procedure di ammissione è creare un ambiente diversificato, con un corpo studentesco, oltre che insegnante, variegato sotto diversi profili, inclusi quelli razziali e più in generale culturali perché, come sostiene il suo Presidente, Larry Bacow, “Considerare la razza come un fattore tra i tanti nelle decisioni di ammissione produce un corpo studentesco più diversificato che rafforza l’ambiente di apprendimento per tutti”.

Non sorprende, nel Paese più composito del mondo, che la questione sia stata più volte trattata nelle aule di giustizia. Secondo la giurisprudenza, le politiche di ammissione che tengano in considerazione il fattore razziale sono legittime, a patto che soddisfino un preminente interesse pubblico – come i benefici educativi connessi alla eterogeneità del corpo studentesco – e sia disegnato in maniera proporzionata allo stretto perseguimento di tale interesse.

Sin dalla sentenza della Corte Suprema nel caso Regents of the University of California v. Bakke, nel 1978, l’utilizzo delle quote razziali per le selezioni di ammissione all’università è stato vietato. Tuttavia, successivi interventi della Corte Suprema hanno consentito una “valutazione complessiva del candidato” che consideri, tra gli altri fattori, anche la sua razza (v. sentenza Grutter v. Bollinger del 2003), e sempre a patto di dimostrare che le politiche di ammissione attente alla razza siano l’unico modo per conseguire la “diversity”.
Nonostante i due giudizi di merito abbiano confermato la legittimità dell’operato di Harvard, la Corte Suprema ha annunciato a fine gennaio di aver disposto la discussione del caso Students for Fair Admissions, Inc. v. President and Fellows of Harvard College, che concerne appunto una accusa di discriminazione contro gli asiatici americani e il programma di “affirmative action” nel processo di ammissione degli studenti dell’Università.

Secondo l’accusa, Harvard imporrebbe di fatto una quota razziale, mantenendo il numero di asiatici americani artificialmente basso e sospettosamente simile anno dopo anno, nonostante il significativo incremento della popolazione di origine asiatica americana e dei candidati appartenenti a tale gruppo etnico. Basandosi sui fascicoli di ammissione dei candidati, interviste e testimonianze raccolte durante il processo, gli accusatori sostengono che Harvard abbia costantemente assegnato ai candidati asiatici americani punteggi inferiori rispetto a quelli assegnati ad altri gruppi etnici in riferimento a profili non misurabili come la personalità, simpatia, coraggio, gentilezza e leadership. Sempre gli accusatori, per contro, sottolineano che i candidati asiatici americani avrebbero ottenuto punteggi più alti rispetto ai candidati di qualsiasi altro gruppo razziale o etnico in riferimento ad altri criteri di ammissione, più oggettivi, come i punteggi nei test, i voti e le attività extracurriculari, ma che in definitiva le valutazioni personali degli studenti avrebbero sistematicamente ridotto le loro possibilità di ammissione.

Gli afroamericani, d’altra parte, avrebbero costantemente ottenuto il punteggio più basso nella valutazione accademica ma il più alto in quella personale. In sostanza, secondo l’accusa, gli asiatici americani avrebbero la più bassa possibilità di ammissione di tutti i gruppi razziali negli Stati Uniti nonostante conseguano punteggi più elevati in tutte le misurazioni oggettive. Secondo un economista della Duke University chiamato a testimoniare in favore dell’accusa, a parità di punteggi nei test anonimi, un candidato asiatico-americano avrebbe una probabilità statistica di ammissione del 25%, un bianco del 36%, mentre ispanici e afroamericani avrebbero rispettivamente una probabilità di ammissione del 77% e del 95%. Un rimozione del peso attribuito al fattore razziale in sede di ammissione, in definitiva, comporterebbe un significativo incremento nella percentuale di ammissione di candidati asiatici americani.

Harvard, per parte sua, nega di aver praticato discriminazioni non consentite dalla legge e dalla giurisprudenza e ricorda di ricevere più di 40.000 domande ogni anno, la gran parte delle quali presenta tutti i requisiti oggettivi per l’ammissione; di conseguenza, è inevitabile ampliare i criteri di selezione al di là dei voti e dei punteggi ottenuti nei test per arrivare a selezionare i 2.000 studenti che, provenienti da ogni parte degli Stati Uniti e del mondo, ogni anno possono iscriversi ai suoi corsi. La valutazione personale riflette quindi un’ampia gamma di informazioni contenute nella domanda, come saggi personali, risposte a domande a risposta breve, raccomandazioni di insegnanti e consulenti di orientamento, rapporti delle interviste sostenute con ex studenti, interviste al personale e ogni altro elemento utile ai fini della valutazione complessiva del candidato.

L’Università ha anche ricordato che la percentuale di studenti asiatici americani ammessi è cresciuta dal 17 al 21% in un decennio, mentre gli asiatici americani rappresentano circa il 6% della popolazione degli Stati Uniti. Harvard ha inoltre dichiarato di aver studiato molte alternative di ammissione neutrali rispetto alla razza e di aver tuttavia concluso che nessuna di queste “promuove gli obiettivi educativi relativi alla diversità di Harvard così come il programma di ammissione di Harvard, pur mantenendo gli standard di eccellenza che Harvard cerca nel suo corpo studentesco”.

Nella sentenza di primo grado emessa a ottobre 2019, come accennato, il giudice Burroughs ha respinto le accuse mosse ad Harvard. Sebbene il sistema “non sia perfetto”, Burroughs afferma che “non c’erano quote” in vigore ad Harvard, nonostante l’Università tenti di raggiungere lo stesso livello di diversità razziale ogni anno e “usi la composizione razziale degli studenti ammessi per aiutare a determinare quanti studenti essa dovrebbe ammettere nel complesso.”

La questione è evidentemente controversa, basti pensare che in secondo grado il Dipartimento di Giustizia aveva sostenuto che Harvard imporrebbe “una discriminazione razziale sfavorendo sistematicamente i richiedenti asiatici americani”, mentre lo scorso dicembre la procuratrice generale appena nominata da Biden (e laureata ad Harvard nel 2008) ha difeso l’esito dei due giudizi di merito, invitando la Corte Suprema e respingere definitivamente il ricorso. Il caso sarà deciso nei prossimi mesi da una Corte Suprema composta da due afroamericani, una ispanica e sei bianchi di varia estrazione, tra cui anche Samuel Alito, giudice conservatore di origini calabresi. Inutile dire che si tratterà di uno dei casi più delicati degli ultimi anni. Per fortuna, un buon numero dei giudici della Corte Suprema ha studiato alla facoltà di legge di Harvard e una ne è anche stata “Dean” per sei anni.

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