martedì, 24 Maggio, 2022
Società

Pane e lavoro… Al Sud (forse) non bastano più

Pnrr e Mezzogiorno

A oltre settant’anni dalla Riforma agraria, l’emigrazione al Sud non solo non si è attenuata ma, per dirla con i sessantottini, è viva e lotta insieme a noi. Le migrazioni, come ci ricorda Papa Francesco, non le puoi fermare. Ma lo spopolamento si! Sono due fenomeni diversi. E chi dovrebbe contrastarlo quest’ ultimo fenomeno? Ma la Politica, è ovvio. A fine Ottocento si emigrava soprattutto per sottrarsi alla povertà e alla miseria. Nel Novecento e in particolare, dal secondo dopoguerra in poi, l’emigrazione si è diretta non più in America ma verso l’ Europa, l’Australia o l’estremo Oriente, perché hanno prevalso altre scelte, altre motivazioni.

Lo spopolamento del Sud: una tendenza che non si arresta

Da noi in Italia, con l’avvento della Tv e di Internet che hanno idealizzato nuovi stili di vita , tendono a spopolarsi non solo i paesini ma anche le piccole e medie città meridionali. Ed eccole qui le cifre che fanno spavento: Da qui al 2050 gli abitanti del Mezzogiorno diminuiranno di 3,5 milioni. Numeri alla mano, sarebbe come immaginare, tra trent’anni, un Sud senza la Puglia. Vogliamo parlare della Basilicata, di una Regione ad alto rischio spopolamento? Stando ad una proiezione dell’Istat, la popolazione lucana nel 2066 conterà 399.164 abitanti, a fronte degli attuali 570.157. In poche parole, fra 42 anni, la Basilicata potrebbe perdere 170.993 abitanti. Come a dire quasi tutta la provincia di Matera. Che attualmente ne fa 197.909. L’ultimo rapporto Svimez ci dice che negli ultimi vent’anni, 1 milione di persone ha lasciato il Sud. E di questi il 30% sono laureati. E allora cos’è che non va nel Mezzogiorno? Lo dice molto bene Andrea Di Consoli, quando mette l’accento sul “profondo malessere che, anno dopo anno, spegne sempre di più la nostra terra”. Le stesse considerazioni le fa il poeta irpino e paesologo Franco Arminio, anche lui pienamente consapevole di questo disagio esistenziale che spinge tanti giovani a emigrare nell’Italia del Nord, in Europa e ora anche in America, in Australia o in Giappone. Sappiamo bene quali sono i motivi. Una volta tanto, anziché dilungarci in tante belle analisi, cerchiamo di fare qualche timida sintesi. Potremmo fare qualche proposta ai nostri legislatori e alla nostra classe dirigente?

Le scelte coraggiose che spettano alla Politica

Ad esempio, per invogliare i giovani professionisti a rimanere al Sud, e quindi a formarsi una famiglia, andrebbero perfezionati meglio i progetti delle “Case a 1 euro” o “Io resto al Sud”. Dal Pnrr andrebbero prelevati più fondi per la rigenerazione urbana. Così come andrebbero messi in campo più strumenti e risorse per la rinascita delle campagne. Un altro aspetto da considerare riguarda la pressione fiscale. Tutti sappiamo che le aliquote sono le stesse, sia per chi vive a Bolzano o a Treviso, sia per chi vive in un piccolo centro di mille abitanti, in Aspromonte, in Irpinia o sulla Collina materana. Faccio un esempio per tutti. Un maestro di scuola elementare, un professore di scuola media o un medico ospedaliero che vivono in contesti così diversi, mi chiedo perché debbano avere, sui loro stipendi, la stessa pressione fiscale. Hanno forse le stesse infrastrutture per muoversi? O hanno le stesse opportunità economiche, sociali e culturali per dirsi cittadini di un Paese omogeneo? In Italia non è così. I contesti sociali del Nord o del profondo Sud sono molto diversi se non addirittura opposti. E così le piccole e medie aziende che nascono o si insediano al Sud. Finanziatele e fatele partire senza chiedere nulla in cambio! Se riescono ad assumere 10/20 giovani in quei territori, andrebbero solo premiate e non tartassate. Pressione fiscale, incentivi per avviare un’attività economica, una politica saggia e lungimirante per la casa.

Sono questi, tra i tanti che bollono in pentola, gli strumenti che possono essere utilizzati dalla politica, per contrastare lo spopolamento del Sud. Ci vuole coraggio, visione, lungimiranza per invertire la rotta. Dovrà essere la buona politica e soprattutto il buon governo a fermare questa pericolosa tendenza. Perché, se non contrastata a dovere, potrebbe allontanare per sempre il Mezzogiorno dalle altre più ricche e progredite Regioni italiane.

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