giovedì, 8 Dicembre, 2022
Il Fisco e la Legge

La riforma fiscale dal sogno alla realtà

E così, ecco finalmente la riforma fiscale che tra un rinvio e l’altro si attendeva ormai da molti mesi. Come era inevitabile le aspettative dei più ottimisti “fisco-piattisti” sono andate deluse. Una prima analisi dei testi evidenzia che l’Irpef rimane in sostanza quello che è ormai diventata da molti anni: un incrocio continuo di giuste soluzioni di principio e compromessi legati a questa o quella contingenza extrafiscale. E forse è proprio giusto così. Sbagliato è ormai pensare a un’imposta sul reddito che serva solo a riscuotere gettito, mentre le politiche attive si giocano sul lato della spesa. Il contesto non è più quello da decenni, come già negli anni ’60 insegnava Stanley Surrey. L’imposta sul reddito è un formidabile strumento di incentivi, ed è questo, però, che ne rende tanto complicata l’attuazione e oscuro il funzionamento; alzi la mano il lettore che, su due piedi, sappia rispondere a questa domanda: quale è stata la sua aliquota effettiva nel 2020? La risposta non sarà mai uguale, nemmeno nel caso di due lavoratori che condividano la stessa scrivania e lo stesso inquadramento, perché dipende appunto da deduzioni, detrazioni e crediti di imposta vari. E lasciamo da parte le decine di tributi diversi che, comunque, direttamente o indirettamente incidono sul netto di fine anno.

Per giudicare la bontà di una riforma, quindi, a parte il sempre gradito sconto di qualche centinaio di euro all’anno – che la riforma riconosce più o meno a tutti i contribuenti – occorre valutare gli incentivi che prevede. A lavoro e produttività, impiego del secondo componente familiare, inclusione dei giovani, ricerca e sviluppo, contrasto all’evasione, sostenibilità demografica, tutela dell’ambiente, tutela della salute e previdenziale e tanto altro.

E qui non tutto è perfetto, si può migliorare. Bene come detto la riduzione dell’Irpef, ma pochi giorni prima il Governo ha, dalla sera alla mattina, eliminato il patent box, trasformandolo da premio per le imprese più redditizie a incentivo agli investimenti; questa scelta, criticatissima dalle imprese – beffate dai sostegni riconosciuti invece ad altri cittadini – ha per vero una sua logica. Ma l’attuazione così repentina e già valevole per il 2020, non trovo altre parole, è stata barbara e ha tradito l’affidamento degli investitori, il cui valore non si misura solo in termini numerici.

Bene anche l’intervento sull’Irap, ma anche qui le modalità non valutano forse la risposta in termini di incentivi: si elimina il tributo per i lavoratori autonomi non associati e le imprese individuali, ma questa è un’altra coccola al nanismo imprenditoriale, senza contare che le strutture organizzate, articolate, hanno più difficoltà a evadere, e sarebbe quindi più ragionevole spingere il maggior numero di partite iva in quella direzione; non nel senso contrario, come si fa con l’esenzione Irap o i regimi forfetari.

Opportuno, per quanto tardivo, l’alt a fenomeni frodatori sui bonus edilizi. Ma anche qui è criticabile l’altalena dei regimi: se finisci i lavori sulla villetta entro giugno paga lo Stato, sennò nulla; è evidente che questo provochi solo un affollamento delle richieste, progetti frettolosi e aumento dei prezzi. Cui seguirà, in assenza di rimedi, lo scoppio della bolla.

Le riforme non sono solo questione di numeri; il modo conta altrettanto, e sarà bene ricordarselo nell’ottica.

Vien da pensare che gli impareggiabili economisti che abbiamo al Governo necessiterebbero del supporto di un Ministro delle Finanze diverso da quello dell’Economia. O quantomeno che il Ministro dell’Economia avesse attorno a sé sottosegretari – a quel che un tempo era appunto il diverso Ministero delle Finanze – che riescano a farsi sentire. Fin qui non sembra ci siano riusciti.

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