mercoledì, 16 Ottobre 2019
Esteri Politica

Usa, Turchia e Siria: perché gli americani si “ritirano”

Domenica sera, l’amministrazione Trump ha rilasciato una dichiarazione tramite il responsabile dell’Ufficio Stampa della Casa Bianca che ha comunicato un importante cambiamento nella politica degli Stati Uniti verso la Siria. Washington ha espresso l’intenzione di farsi da parte mentre la Turchia si prepara a un’operazione militare nel nord della Siria, cosa che i turchi avevano già minacciato di fare lo scorso anno. La decisione è stata presa dopo una conversazione tra il Presidente Trump e il leader turco Recep Tayyip Erdogan, contro il parere di alti dirigenti del Dipartimento della Difesa e del Dipartimento di Stato. La controversa decisione è stata ampiamente criticata, anche dal senatore repubblicano, nonché fedele alleato di Trump, Lindsey Graham, che ha definito la decisione “impulsiva”, “miope” e “irresponsabile”. Graham ha anche suggerito che se Erdogan invade la Siria e attacca le forze curde, il Congresso degli Stati Uniti chiederà l’introduzione di sanzioni bipartisan contro la Turchia oltre la sospensione di Ankara dalla NATO.

A seconda di quanto si estenderà l’operazione militare, potrebbero esserci feroci scontri tra Ankara e le forze democratiche siriane (SDF), l’alleato più forte degli Stati Uniti nella lotta contro il cosiddetto Stato Islamico (ISIS). Ritirandosi dalle posizioni al confine turco, gli Stati Uniti stanno ponendo fine al “meccanismo di sicurezza” che era stato istituito, nonostante offrisse un significativo grado di stabilità in una delle regioni più instabili di tutto il mondo. Seguendo i precedenti accordi, i curdi hanno smantellato le posizioni difensive lungo il confine, e istituito delle pattuglie comuni di vigilanza e controllo insieme ad altre misure di cooperazione. Si ipotizza, inoltre, che Erdogan voglia inviare rifugiati siriani in una cosiddetta “zona sicura” nel Rojava, che estenderebbe effettivamente il territorio turco a 30 chilometri in Siria. La Turchia ha ospitato circa 2 milioni di rifugiati dalla guerra civile in Siria, la maggior parte dei quali sono arabi sunniti, in contrasto con l’area dominata dai curdi.

L’offensiva può essere limitata al territorio intorno e tra Tal Abyad e Ras al-Ain, ma ci sono una serie di conseguenze preoccupanti, sia a breve che a lungo termine, che potrebbero derivare da questa decisione. L’estensione della Turchia nel nord della Siria potrebbe avvicinare i curdi al regime del dittatore siriano Bashar al-Asad e ai suoi sostenitori iraniani. Washington, perdendo la fiducia dei curdi, farebbe intendere agli altri  potenziali alleati che tutti sono sacrificabili ed ogni relazione è strumentale e, come tale, può essere interrotta.Qualora la SDF venga spogliata delle sue funzioni  di vigilanza nei campi di prigionia nei quali sono detenuti i combattenti dello Stato Islamico ed i loro sostenitori , si determinerebbero disordini e caos che renderebbero altamente vulnerabili  luoghi come  al-Hol, oltre al deterioramento delle condizioni all’interno dei campi. Ma la dichiarazione ufficiale del Presidente Trump tenderebbe a scaricare alla Turchia la responsabilità di tutti le future azioni dei combattenti dell’ISIS catturati negli ultimi due anni a seguito della sconfitta del “califfato” operata dagli Stati Uniti. Tuttavia risulta difficile immaginare il processo che vede un passaggio regolare del controllo delle prigioni dalle milizie curde alle forze militari turche.

Mentre è ancora presto per dire cosa accadrà esattamente nel nord della Siria, ciò che è certo è che il ritiro degli Stati Uniti apre la strada a una serie di avversari americani per trarre vantaggio dalla situazione: Russia, Iran e Stato islamico, per nominare solo alcuni. In effetti, Ankara e Mosca sono diventati sempre più vicini negli ultimi due anni, cooperando in Siria e rafforzando i legami attraverso la cooperazione in materia di sicurezza e vendita di armi. Nel frattempo, la dichiarazione della Casa Bianca ha colto l’occasione per castigare alleati americani di lunga data tra cui Francia, Germania e altri paesi europei per la loro incapacità di rimpatriare i loro cittadini detenuti nei campi di detenzione in Siria. Ma l’ironia finale è che se i militanti dell’ISIS scappano da queste prigioni e aiutano lo Stato Islamico a ricostruire le sue reti, il pericolo di un futuro attacco terroristico è di gran lunga maggiore per l’Europa che per gli Stati Uniti.

Ma proviamo ad interpretare la decisione del Presidente Trump che sembrerebbe, a prima vista, avventata.

Ricordiamo solo alcuni passaggi che potrebbero aiutarci a capire meglio la situazione di oggi e forse la decisione di Trump.

L’esercito di Assad ha sempre combattuto coloro che come primo obiettivo avevano la sconfitta del regime. Grazie all’intervento della Russia, nel 2015, è riuscito a riprendersi una consistente fetta di territorio che aveva perso.

Con la campagna di bombardamenti iniziata nel settembre 2015, Putin ha di fatto salvato Assad garantendosi in cambio la concessione per un’altra cinquantina d’anni dell’uso della base navale di Tartus e di quella aerea Hmeimim, a Latakia.

Gli Stati Uniti, in questo scenario, hanno più volte tentato, senza successo, di rovesciare il regime di Assad, attraverso il sostegno militare ad alcuni gruppi di ribelli anti-regime tra cui l’Esercito Libero Siriano che sarebbe passato sotto l’influenza turca.

La Turchia, membro della NATO, che, fin dall’inizio della guerra, ha combattuto contro Assad, ad un certo punto ha iniziato a ritenere che i Curdi siriani fossero una minaccia per la propria sicurezza nazionale. Ma i curdi che controllano la parte nord della Siria sono stati fedeli alleati degli Stati Uniti fino ad oggi.

Ovviamente questa situazione insieme ad altre, non ultima l’acquisto dei missili S-400 da parte di Ankara dai Russi, hanno contribuito ad aumentare in modo esponenziale le tensioni tra Stati Uniti e Turchia.

In tutto questo scacchiere il Presidente Trump potrebbe aver visto un’opportunità:

  1. rovesciare il regime di Assad utilizzando l’aiuto di Erdogan in cambio magari di una politica meno “tesa” tra Stati Uniti e Turchia;
  2. risparmiare vite e danaro dei contribuenti americani, ritirandosi dal teatro delle operazioni;
  3. riavvicinare la Turchia e, magari, allontanarla dai Russi. Indubbiamente una scelta molto rischiosa, senza garanzie e che potrebbe minare seriamente la sicurezza e la credibilità degli USA nello scacchiere internazionale, visti i giocatori in campo. Naturalmente queste conclusioni sono solo ipotesi da parte mia, ma se fosse così, davvero le “perdite” sarebbero maggiori dei guadagni per gli Stati Uniti?

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