mercoledì, 16 Ottobre 2019
Ambiente Editoriale

Ecomafie, per i clan business inarrestabile

È tutto un parlare “green” e “bio”, dalle manifestazioni dei ragazzi pro ambiente, alle sfilate di moda che propongono costosissimi abiti ecologici, ai programmi “eco” del Governo Conte bis, alle etichette dei prodotti alimentari, agli incentivi antinquinamento per le auto elettriche. Nel frattempo nel mondo reale di tutti i giorni cosa accade?

È giusto chiederselo perché per molte cose c’è da rimanere stupefatti e spiazzati: come ad esempio, il costante aumento del giro d’affari del business delle ecomafie che oggi ammonterebbe a 16,6 miliardi di euro. Nel dettaglio, inoltre, si ha la percezione chiara di quanto sia distante la realtà degli inquinatori che spargono veleni (guadagnando cifre colossali) dai desiderata annunciati negli slogan di piazza e da quanti hanno a cuore l’ambiente.

Le ecomafie – Legambiente calcola 368 clan attivi – hanno incassato nell’ultimo anno 16.6 miliardi, che secondo le denunce dei reati e le indagini fatte sono divisi in questi settori: 3,2 miliardi per commercio illegale di animali e piante protette, 2,8 miliardi nell’ambito dei rifiuti speciali, 2,3 miliardi derivanti da operazioni di abuso edilizio, 1,4 miliardi dal comparto agroalimentare e 1,1 miliardi di euro per l’inquinamento ambientale. In misura minore ci sono l’archeomafia con furti di opere d’arte 600 milioni di euro di indotto e la corruzione ambientale 500 milioni di euro.

L’area commerciale che ha visto la maggior numero delle infrazioni e degli arresti è quello agroalimentare. Solo nel 2018 ci sono state 44.795 infrazioni e 158 arresti. Numeri sei volte più grandi di quelli del secondo comparto più vessato dall’ecomafia: quello dei rifiuti, con 7.984 infrazioni e 93 arresti. Ci sono state poi 7.291 infrazioni e 23 arresti che riguardano il commercio illegale di animali, corse e combattimenti clandestini, 6.578 infrazioni e 35 arresti nel settore del cemento, 2.034 e 9 arresti per incendi dolosi e 634 furti di oltre 60 mila opere d’arte recuperate nel 2018, che hanno prodotto 36 arresti. Insomma un business inarrestabile che quando si tireranno le prossime somme del 2019 si avrà pure la brutta sorpresa di vederlo in crescita. Ma c’è anche di più e in modo che sfugge anche alla nostra quotidiana comprensione di ciò che ci circonda e quali rischi corriamo.

Sfogliando il rapporto Coop 2019 ci si imbatte in una constatazione a dir poco preoccupante sugli italiani e la plastica. In pratica nel recentissimo report 2019 si fa presente che ingeriamo costantemente plastica in quantità enorme per l’organismo, dato davvero preoccupante per la salute se si pensa che ogni settimana ingeriamo involontariamente con gli alimenti 5 grammi di microplastiche, ovvero il peso di una credit card. 1 bottiglia d’acqua arriva a contenere fino a 240 microplastiche a litro”.

Così dalle ecomafie alle micro plastiche ingerite si passa alle preoccupazioni per le variazioni del clima, tanto che siamo diventati un popolo di “Ecologisti convinti anche nel cibo dove il 68% ritiene favorevole far pagare un supplemento per i prodotti in plastica monouso così da disincentivarne l’acquisto”. “Un atteggiamento”, si legge nel rapporto a proposito del nuovo corso degli italiani, “che ci fa onore. Infatti, nel mondo reale, gli studi sul clima dicono che la temperatura, se non saranno presi provvedimenti subito quindi tagli a tutto ciò che inquina, aumenterà ancora e arriveremo ad un salto in più di tre gradi. In Italia si scateneranno tempeste tropicali con un crollo del Pil pro capite da far triplicare il numero dei poveri e poverissimi, mentre se oggi contiamo da inizio anno l’arrivo di 800 migranti, in un prossimo futuro ci saranno ondate di migrazioni della portata di milioni di persone definire “migranti ambientali” per fuggire da siccità e carestie.

Da questo scenario di preoccupazioni, – per alcuni anche di esagerazioni senza prove scientifiche – emerge prepotentemente nella società italiana un nuovo stile di vita. Almeno così appare dai sondaggi che si moltiplicano sul nuovo “sentimento” dei cittadini che seguono con attenzione le iniziative dei giovani ecologisti e e le notizie internazionali sulle variazioni climatiche.

È il caso del sondaggio dell’istituto Piepoli, realizzato in occasione dello sciopero globale per il clima Global strike tenuto venerdì scorso. Le risposte spiegano bene i desideri e le contraddizioni del cittadino comune: che vuole l’ambiente pulito ma non  può rinunciare all’auto.

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