martedì, 30 Novembre, 2021
Cultura

Lo spirito giovane del passato

Se bisogna essere un mare per accogliere in sé un fiume inquinato e mantenere intatta la propria purezza, come scriveva Nietzsche nella sua opera Così parlò Zarathustra – è necessario far sì che lo spirito si conservi giovane ed altrettanto autentico, che ci si ricordi di quella scintilla di entusiasmo che abita ogni gioventù – così come fa ogni giorno una donna che con i ragazzi ci lavora e che nelle potenzialità dei giovani ci crede sul serio: una come Alessandra Bisegna, capo autore Rai del programma Passato e Presente condotto da Paolo Mieli e tutti i giorni in onda su Rai3 e Rai Storia.

Cosa vuol dire per te fare una tv con i giovani?
Per me si traduce in un grandissimo arricchimento. E continuo a crederci moltissimo: sono stata una giovane piena di entusiasmo e non mi sento lontana da quella me, da quello spirito. Il rapporto con loro è quello che conservo con la me stessa di quegli anni ed è molto intenso. Forse perché la curiosità che avevo allora non si è mai esaurita, né la capacità di sorprendermi: non l’ho mai persa. Cerco di continuare a vedere tutto attraverso una luce capace di rinnovarsi e questo probabilmente fa sì che tra i ragazzi mi senta sempre una di loro e mai una sessantenne. Sono orgogliosa dell’idea di coinvolgerli attivamente nel programma, senza ruoli marginali o suggerimenti di sorta: preparano in totale autonomia e con grande passione i loro interventi ed io mi rivedo nel loro impegno.

Qual è il riscontro nell’interazione con le nuove generazioni ed il paragone – se ce n’è uno – con le precedenti?
La nostra generazione aveva una diversa consapevolezza delle proprie attitudini – ma questa non è certo una colpa o una mancanza dei giovani d’oggi; prima c’era la possibilità di discutere, di confrontarsi e pertanto di far parte molto più consapevolmente ed attivamente del mondo del lavoro. Tutto ciò che siamo diventati lo dobbiamo al confronto continuo che abbiamo vissuto tra di noi, alla possibilità di parlare e di comprenderci – che non sarà mai la stessa che avviene attraverso lo schermo di un computer: non c’è più quella vita collettiva che rendeva così interessante lo sviluppo di ciascuna personalità, la nascita di un carattere. Ora c’è una sorta di barriera, una solitudine generale e diffusa e che l’isolamento da Covid ha peggiorato ulteriormente. La passione degli animi però per fortuna non ha subito mutamenti: c’è sempre, e sarebbe bello tornare ad esprimersi come una volta; il fuoco spirituale c’è ma la società – lockdown a parte – non incentiva, non consente ai ragazzi di esprimerlo.

Se e come è cambiato l’interesse per la cifra documentaristica durante la pandemia?
Gli ascolti del programma durante la pandemia sono aumentati; le persone vogliono imparare se gliene si dà l’occasione. Siamo molto seguiti da tutti i range di età e aver coinvolto giovani ci ha dato la possibilità di rivolgerci a loro che guardano la trasmissione soprattutto su Raiplay e al contempo di aumentare l’interesse dei più anziani: entusiasti, quasi commossi nel cogliere la preparazione e la passione di ragazzi tanto giovani che parlano di storia avendone facoltà.

La tv di Bernabei è stata la prima a fornire un’alfabetizzazione al paese ma la televisione viene accusata ormai da 40 anni di aver subito invece una sorta di regressione…
Dagli anni 80 la tv commerciale e poi anche la Rai si è assoggettata alle regole imposte dagli ascolti: a quelle della pubblicità che acquista il suo valore tradotto in ascolti. Io ho avuto la grande fortuna di cominciare a lavorare nella Rai3 di Guglielmi nell’86 ed anche nell’unica rete allora priva di pubblicità: una televisione sperimentale e per me la vera rai, il servizio pubblico reale. Quello stesso servizio pubblico di cui ha preso il testimone oggi Rai Cultura; non a caso diretta da una donna e dotata di una visione d’insieme non comune.

A proposito di ruoli al femminile, com’è cambiata dal tuo punto di vista e nel tuo ambito lavorativo l’interazione femminile sul lavoro?
Purtroppo è cambiata molto poco ed io ho potuto riscontrare una reale differenza in questo senso soltanto nell’ambito di Rai Cultura. Nel resto del panorama non posso dire di aver constatato un cambiamento effettivo per le donne. Soprattutto sulle reti generaliste c’è una netta predominanza maschile; per una donna i ruoli si restringono molto spesso a produttrici, organizzatrici e redattrici. Le autrici si contano sulle dita di una mano e per me lavorare lì in passato non è stato sempre facile; difficoltà che, ribadisco, non sussiste nell’ambiente lavorativo di Rai Cultura.

Sei d’accordo con la provocazione che un insegnamento didascalico che inciti più che altro ad esercizio di memoria, non conduca ad un’effettiva crescita, ad un reale apprendimento e mortifichi un po’ il talento di chi invece con l’aiuto del passato dice anche cose nuove?
C’è bisogno di uno sguardo critico e non certo di imparare a memoria: senza interazione, senza punti di vista o sfaccettature non c’è apprendimento. Anche per questo il programma è concepito come un dialogo, uno scambio.

Ti sei mai ritrovata ad essere oggetto di un pregiudizio di genere e come sono cambiati sul lavoro nel corso degli anni?
Quando sei donna c’è sempre una sorta di pregiudizio ma occorre avere quella dose di serenità e sicurezza tale da non farsi mettere in crisi, insieme con l’equilibrio conseguente alla certezza della propria competenza. A testa alta, senza timori. La mia serietà sul lavoro è stato il cardine che mi ha guidato ma degli arrivisti non ne ho mai sofferto: ho guardato con distacco e magari anche giudicato ma non mi sono fatta mai scombussolare. L’etica del lavoro è importantissima e non accetta compromessi.

Quali sono stati gli incontri più significativi?
Gli incontri migliori della vita sono stati con donne: con la Carrà che è una lavoratrice pazzesca c’è stato un rapporto professionale di grande rispetto ed affetto. Carramba è stato un programma molto diverso da quello di cui mi occupo adesso ma ugualmente di grande serietà per il suo valore umano. Facevamo le nottate a lavorare. E l’etica del lavoro di entrambe ci ha unite. Un altro incontro caratterizzato da questa rassomiglianza è stato quello con Federica Sciarelli, grande lavoratrice.
La mia formazione invece porta il nome di Mino D’Amato: l’incontro in assoluto più importante e la persona più colta che abbia mai conosciuto; la sua preparazione era tale da consentirgli di trattare con profondità e consapevolezza qualsiasi tema. Gli devo tutto perché ha creduto in me prima ancora che ci credessi io, mettendo un programma nelle mani di una ventisettenne; e grazie a lui che l’ha fatto con me, io cerco di fare lo stesso con i giovani d’oggi, cogliendone il talento.

A proposito di cultura: non trovi che una volta fosse molto più completa e spaziasse anche giornalisticamente tra gli ambiti più diversi, mentre adesso appaia molto più limitata ed esclusivamente settoriale, quasi scolastica anche fuori dalla scuola e per questo assai ridotta?
Indubbiamente la preparazione vera e valida è quella che ti consente di parlare di tutto e non di un unico settore di competenza.

Altrimenti non si chiamerebbe cultura…

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