domenica, 25 Luglio, 2021
Attualità

La situazione del mondo dello spettacolo oggi, con Mariarosaria Omaggio

Abbiamo parlato con Mariarosaria Omaggio, attrice italiana ma anche regista e scrittrice, della grave situazione in cui si trovano i lavoratori del mondo dello spettacolo, della sua visione delle donne e di come vengono rappresentate nel cinema e del suo ruolo nell’UNICEF. 

Cos’è accaduto al mondo dello spettacolo e del teatro in questo anno di pandemia?
È accaduto che in una fase iniziale abbiamo cercato di utilizzare il tempo del lockdown per produrre, scrivere e prepararci. Sensibilizzata dai femminicidi aumentati durante il lockdown, ho realizzato lo spettacolo multimediale “Scarpe rosse”, per ricordare e raccontare le donne vittime di violenza nella storia, che ha debuttato al Napoli Teatro Festival 2020. Durante l’estate ho curato la regia di Rigoletto per il Teatro Lirico di Spoleto: anche l’orchestra in scena nel rispetto delle normative anti covid. Dato lo spazio esiguo per i cantanti ho trasformato il libretto dell’opera in una partita a scacchi. Due successi, ma ancora senza repliche. Degli spettacoli saltati ho recuperato una sola data di “Le parole di Oriana-omaggio a Fallaci in concerto”. Spesso mi chiedono: “Come si fa a fare lo stesso spettacolo così tante volte?”

Ogni rappresentazione è diversa, perché ogni volta nel rito col pubblico c’è una differente reazione ed emozione. Mentre è possibile riaprire musei e cinema, per il teatro è diverso. Sono necessarie prove e la programmazione di una tournée. Già i soli costi per andare in scena sono insostenibili con il 25% del pubblico. Dietro una messa in scena c’è una regia, i tecnici, le scene, i costumi. È assolutamente impossibile riprendere in queste condizioni. In Spagna, da giugno non hanno mai chiuso le sale, è consentita metà della capienza, si può rientrare a mezzanotte, la tenuta è più lunga e gli spettacoli possono girare. Non si è verificato un solo caso di contagio. Pandemia a parte, qui è da tempo necessaria una riforma totale dello spettacolo dal vivo.

Come possiamo aiutare il settore del teatro e dell’arte a ripartire dopo questo difficile periodo?
Ci vuole sicuramente un sostegno molto più adeguato e una rivisitazione totale della situazione, com’è accaduto in Germania e in Francia. Il teatro è un bene prezioso: è la forma di cultura più antica dell’umanità. Flaiano diceva che “solo in teatro si ritrovano i simboli delle cose perdute di vista”. È un rito collettivo. Vedendo le sedie distanziate, tutti lontani gli uni dagli altri cambia tutto, è diverso l’applauso, è tutto diverso. Un video, per quanto ben realizzato e prezioso per la diffusione, non offrirà mai le stesse emozioni.

Dopo “La rabbia e l’orgoglio”, ha appena terminato di incidere l’audiolibro “Se nascerai donna” di Oriana Fallaci. Ce ne può parlare?
Davvero un’antologia interessante. Uscirà i primi di aprile su audible.it. È una raccolta di interviste e testi che dimostrano quanto la Fallaci abbia fatto per le donne negli anni ’70, ma che ci offre anche uno spaccato reale della situazione della donna in Europa negli ultimi cinquant’anni, passando da Coco Chanel e Mary Quant a Mina, fino a Golda Meir e Indira Gandhi. In questo periodo di mancanza di teatro, leggere un libro ascoltandone l’interpretazione, può essere una piacevole esperienza. È un testo ancora attuale, e purtroppo. La donna italiana è poco raccontata. Le storie delle donne si limitano ai soliti cliché e spesso ancora rappresentiamo l’ornamento per un attore uomo. La donna “normale”, la donna magistrato, medico, impiegata, eccetera, non viene raccontata. Perché? O giovanissime o anziane o caratteriste. Eppure proprio le donne tra i cinquanta e i settanta anni, come la vicina di casa, la signora che va a teatro o a una mostra, la donna che lavora e si occupa della famiglia, costituiscono la maggior parte dell’audience. Mai visto un film francese con un attore di sessantacinque, settanta anni, come Fabrice Luchini ad esempio, con una moglie di trenta.

Non è la prima volta che veste i panni di Oriana Fallaci, avendola già interpretata nel film “Walesa, Man of Hope” del premio Oscar polacco Andrzej Wajda, quindi cosa ci può dire del suo pensiero ancora così attuale?
C’è tanto ancora da dire. Nel film “Walesa, Man of Hope” di Wajda che fu presentato a Venezia e per cui ho vinto il Premio Pasinetti, si vede quanta cura lei mettesse nelle interviste e come partecipasse attivamente alla politica internazionale. È una donna che non finisce mai di sorprendermi, di grande coraggio e non solo perché è stata la prima giornalista donna inviato di guerra. In realtà, l’unico modo per conoscerla davvero è leggerla e non leggere quello che gli altri dicono di lei.

Dal 2003 collabora con UNICEF Italia e dal 2005 è Goodwill Ambassador. In cosa consiste il suo ruolo?
È un po’ il mio modo di essere mamma, ma anche una forma attiva di partecipazione alla società civile. È inutile lamentarsi di come vanno le cose, un modo efficace e autentico di migliorare il mondo è occuparsi dei bambini, perché sono gli adulti di domani. L’ho vissuto intensamente, quando ho ideato “chiamalavita”, uno spettacolo concerto dedicato al racconto dei bambini soldato attraverso brani e canzoni tratti da opere di Italo Calvino. Ho anche progettato il Teatro per l’UNICEF e tantissimi colleghi e grandi autori hanno risposto all’appello. Essere Ambasciatrice UNICEF è un onere e un onore, di cui sono fiera e felice.

Mi auguro si ripeta presto quanto è sempre accaduto: dopo una guerra, una pandemia, un disastro naturale, l’umanità e il mondo migliorano. Così sia.

[Foto di Alessandro Canestrelli]
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