venerdì, 18 Giugno, 2021
Politica

Renzi-Pd: terzo trauma ultimo atto

Tra le tante conseguenze, probabilmente non ben calcolate, dello strappo di Renzi ce n’è una destinata ad avere effetti duraturi. Riguarda il futuro della sinistra e  il destino dei rapporti tra l’ala renziana e il Partito democratico. Renzi era entrato come un uragano ai vertici di un partito che nel 2014 sembrava addormentato. La sua ventata di rinnovamento all’insegna della rottamazione era apparsa da subito un’azione distruttiva di vecchi equilibri e anche di vecchi leader. Accolta con interesse anche da molti dirigenti del partito in breve tempo si dimostrò un’operazione troppo traumatica e divisiva che difficilmente sarebbe riuscita ad assicurare un ricambio anche generazionale senza gravi ripercussioni non solo sulla vecchia guardia ma anche sul dna e sul clima interno al partito del Nazareno.

Oltre alla fuoriuscita dal Pd di Bersani e dei suoi seguaci, il movimentismo di Renzi ha distrutto antichi equilibri senza costruirne di nuovi e lasciando il Pd in balìa di un terremoto interno che è continuato anche dopo la temporanea uscita di scena di Renzi, dopo la sconfitta al referendum costituzionale del 2016. Da allora il Pd ha faticato molto a trovare un segretario capace di ricucire le ferite del partito e bisogna dare atto a Zingaretti di essere riuscito faticosamente a riportare un clima di serenità e di unità nel Pd che non si vedeva da tempo. Ma a Renzi questa pacificazione interna stava stretta e così, dopo aver fatto buon viso a cattivo gioco per un anno, il senatore al suo primo mandato parlamentare ha voluto riprendersi il suo spazio. Dopo essersi vantato di aver convinto lo stato maggiore del Pd ad allearsi con i 5Stelle, Renzi ha sbattuto la porta ed è uscito dal Pd con una nutrita pattuglia di fedelissimi parlamentari.

Non tutti lo hanno seguito e molti dei suoi amici della prima ora hanno preferito restare nel Pd. La scissione di Italia viva è stato il secondo trauma creato da Renzi al suo partito, dopo la prima ondata di rottamazione.  Il terzo trauma è arrivato con la decisione di ritirare le ministre e il sottosegretario aprendo la crisi del Governo. Conte2. E questo si può considerare l’ultimo atto nei rapporti tra Renzi e il suo ex partito. Si tratta di una rottura insanabile. Zingaretti ha tutto il diritto di pensare che davvero stavolta la misura sia colma e che il Pd non possa accettare di diventare lo zimbello di Renzi e del suo estremo tatticismo. Se Renzi voleva modernizzare e allargare l’area della sinistra, in questo modo ha finito per aprire un solco invalicabile tra lui e il partito che rappresenta la sinistra in Italia. Questa rottura finale pone problemi a quanti tra i renziani si sentono ancora legati alla sinistra dalla quale non si vorrebbero definitivamente distaccare.

Pone problemi a quanti nel Pd hanno sempre cercato di tenere aperto un canale di dialogo con Renzi e i suoi con l’idea non di riportarli a casa ma almeno di averli come compagni di strada. Ma il problema principale ce l’ha Renzi che si troverà la porta del Pd chiusa sia oggi che domani in campagna elettorale e sarà costretto a decidere dove collocarsi. Con l’attuale legge elettorale voluta proprio da lui è indispensabile per Italia Viva coalizzarsi nei collegi uninominali. Difficile che il Pd accetti un patto con Renzi se non a condizioni molto umilianti per il senatore di Rignano. Se non si votasse subito e la legge elettorale fosse cambiata in senso proporzionale con una soglia di sbarramento del 5% Italia Viva scomparirebbe dal Parlamento. Mentre Zingaretti avrà tirato un sospiro di sollievo dall’uscita di Renzi dal Governo pensando a quando potrà compilare con maggiore libertà la lista dei candidati alle elezioni, Renzi forse farebbe bene a valutare l’impatto che la rottura da lui voluta avrà sul suo futuro politico e su quello di tanti che finora lo hanno seguito sicuri di aver un condottiero capace di vincere non nel breve ma nel medio e lungo periodo.

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