martedì, 20 Ottobre, 2020
Politica

Emergenza e DPCM: il virus dei sospetti sul Governo

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Chiunque si trovi al governo di un Paese democratico e libero in momenti gravi sa che deve adottare misure difficili che incidono duramente sulla vita dei cittadini che possono anche non essere capite ma che, come alcune medicine, non possono essere evitate. La cosa peggiore che possa capitare in queste circostanze è che chi governa sia, di fatto, delegittimato nel suo operare da quanti sospettano che dietro quelle decisioni si celino ben altri obiettivi.

È quello che sta succedendo in Italia dal 31 Gennaio, con la dichiarazione dello stato di emergenza sanitaria, e dal 23 febbraio con l’adozione di una serie di provvedimenti, i DPCM, decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, che non vanno al vaglio del Parlamento, perché sono atti amministrativi, fonti normative secondarie, inferiori alle leggi.

Contro la prima dichiarazione dello stato di emergenza sanitaria non si sollevarono grandi polveroni: ci fu un’immediata comprensione che si stava diffondendo un virus sconosciuto e il consenso sulla decisione del Governo fu ampia. Ma poi quando a luglio fu decisa la proroga al 15 ottobre e, in questi giorni, quando la proroga è stata estesa fino al 31 gennaio 2021, è scoppiata un’infinita polemica alimentata anche da illustri costituzionalisti e strumentalizzata in sede politica.

Il Governo è stato accusato di imporre una misura pericolosa, grave e immotivata che eccede i suoi poteri e che crea un precedente foriero di possibili derive antidemocratiche. In pratica la decisione di ricorrere allo stato di emergenza è stata considerata un abuso e un quasi attentato al normale funzionamento delle nostre istituzioni democratiche.

Una delegittimazione peggiore di questa non ci potrebbe essere per chi Governa e ha bisogno, in momenti molto delicati, di essere considerato credibile, affidabile, serio e non arrogante, prepotente e perfino pericoloso.

Eppure lo stato di emergenza è previsto dall’art.7 del Codice della Protezione civile che alla lettera C definisce gli eventi emergenziali di protezione civile “emergenze di rilievo nazionale connesse con eventi calamitosi di origine naturale o derivanti dall’attività dell’uomo che in ragione della loro intensità o estensione debbono, con immediatezza d’intervento, essere fronteggiate con mezzi e poteri straordinari da impiegare durante limitati e predefiniti periodi di tempo”. Lo Stato d’emergenza attribuisce al Governo e alla Protezione civile dei ‘poteri straordinari’ o ‘speciali’. Per l’attuazione degli interventi si provvede in deroga a ogni disposizione vigente e nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico.

Qualcuno può serenamente pensare che una pandemia così disastrosa, che è ben lungi dall’essere sconfitta, non rientri nella definizione di caso di emergenza nazionale?

Qualcuno può in tutta onestà intellettuale e politica immaginare che Conte e i suoi ministri vogliano approfittare di un simile disastro per limitare libertà e democrazia in Italia? Siamo seri. L’Italia non è guidata da un despota come Orbán. Quelli che attaccano Conte per lo stato di emergenza sono gli stessi che gli rimproverano la mancanza di polso nell’adozione di decisioni a causa delle difficoltà della maggioranza. Quindi Conte sarebbe contemporaneamente un aspirante despota e un Re travicello?

Ma non finisce qui. La delegittimazione riguarda anche i famosi DPCM. È vero, sono atti amministrativi, non hanno il timbro del Parlamento e sono giustificati dal mutare continuo delle circostanze della pandemia che richiede aggiustamenti e modifiche di decisioni a stretto giro. Anche su questo punto il Governo è stato accusato di abusare dei suoi poteri esautorando e umiliando il Parlamento. Nel decreto-Covid è stata introdotta una importante modifica che obbliga il Governo a informare preventivamente il Parlamento sul contenuto del DPCM che intende emanare in modo da tener conto degli indirizzi espressi da Camera e Senato. Se questo non fosse possibile, per ragioni di urgenza connesse alla natura delle misure da adottare, il Governo riferisce alle Camere entro 15 giorni.

Ma neanche questo basta a chi vede ombre nere dove invece c’è solo esigenza di rapide decisioni. E allora avanziamo una proposta: il Governo non adotti più DPCM ma solo decreti legge che entro 60 giorni devono essere convertiti in legge. Poi però i critici non si lamentino di essere inondati da una serie di provvedimenti dettati da situazioni in continua evoluzione, che possono quindi cambiare di frequente e che obbligheranno i parlamentari a lavorare notte e giorno, tra l’altro in un periodo complicato come la sessione di bilancio. Da febbraio a oggi i DPCM sono stati 18. Se fossero stati sostituiti da 18 decreti legge il Parlamento non sarebbe riuscito a convertirli in legge in tempo se non con ricorsi a continui voti di fiducia che, umiliano il Parlamento peggio di atti amministrativi legittimi su cui almeno le Camere possono esprimere un indirizzo.

Insomma, il virus dei sospetti sulla presunta illegittimità e sugli oscuri motivi illiberali che ispirano le decisioni di emergenza del Governo e i suoi DPCM fa male alla credibilità complessiva delle istituzioni proprio nel momento in cui i cittadini avrebbero bisogno di percepire i propri rappresentanti e governanti come persone affidabili di cui potersi fidare mentre infuria la tempesta. Intellettuali, costituzionalisti, politici e opinion leaders ricordino che oltre all’etica della testimonianza c’è quella della responsabilità che deve ispirare comportamenti pubblici. E questa è l’ora della responsabilità.

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