mercoledì, 28 Ottobre, 2020
Politica

Populismo e Sovranismo. I fuochi di paglia che non scaldano il Sud

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Sapevamo tutti che il Mezzogiorno è stato per tanti secoli terra di conquista, ma non avremmo mai immaginato che in questa Terza Repubblica potesse diventare anche una terra di sorprese. Ed è proprio quello che è avvenuto in Puglia, nelle ultime elezioni regionali. La stragrande maggioranza dei sondaggisti dava per spacciato Michele Emiliano. Qualcuno lo considerava in bilico di fronte a Fitto. Qualche altro ancora, nell’accampamento dei cinque stelle, dava in vantaggio nientemeno che la candidata grillina, Antonella Laricchia.  Il centrodestra, Salvini in primis, sperava tanto, in un sol colpo, di azzannare Emiliano, tramortire Zingaretti e mandare gambe all’aria il Pd, il Governo e tutta la legislatura. I Grillini invece, nella loro crescente schizofrenia politica, pensavano di farla franca, recitando, in modo disinvolto, più parti in commedia.  A Roma, fidanzati col Pd e accampati nelle comode tende del potere; in Puglia, invece, con il coltello in bocca e il dente avvelenato, a combattere quei farabutti di piddioti, evocati nelle piazze come il male assoluto di questa povera e disgraziata Regione. 

Insomma, uno scenario come quello che si verificò tanti secoli fa, nel 1495.  Ci fu allora, in Puglia, una furiosa invasione dei francesi, per opera delle truppe di Carlo VIII. Le truppe spagnole degli Aragonesi, incalzate dai francesi e in preda allo scompiglio, si sbandarono subito e senza opporre la benché minima resistenza, batterono in ritirata. I Francesi, invece, che erano soliti gettarsi con impeto nella battaglia, fallirono nell’assalto e non riuscirono a occupare i territori della Puglia.  Ed ecco allora che il proverbio “Furia francese e Ritirata spagnola” mai come in questo caso può andar bene per queste ultime elezioni regionali. Elezioni che hanno visto la furia leghista fallire il suo obiettivo, nonostante la ritirata grillina fosse stata ampiamente pronosticata dai disastrosi risultati ottenuti alle Europee del 2019. E vediamole allora nel dettaglio le cifre del disastro gialloverde, in questa Regione che veniva rappresentata come l’Ohio italiano, lo Stato chiave passato a Trump nelle elezioni presidenziali americane del 2016.

Innanzitutto la Lega. Mentre alle europee supera il 25%, in queste regionali precipita in un deludente 9,5%. Il M5S non è da meno. Anzi, va anche peggio. Subisce, in tre anni, un vero e proprio tracollo. Alle Politiche del 2018 conquista il 45% dei voti.  Ripiega poi sul 26% alle Europee, fino al deludente 9,8% ottenuto alle Regionali del 21 settembre scorso. La disfatta dei Grillini però non arriva solo al Sud. Al centro Nord va anche peggio. In Veneto sono fuori dal consiglio regionale. In Liguria e Toscana si sono fermati al 7%. In Campania (terra di ministri e leader, come Di Maio e Fico) hanno preso solo il 9,9.  Nelle Marche la lista è al 7% e il candidato presidente fuori dal consiglio regionale. Le suppletive in Sardegna? Perse. Le amministrative? Due soli ballottaggi nei capoluoghi a Matera e Andria. E nei quattro Comuni dove si è presentato un candidato unico Pd-M5s, le percentuali della lista grillina sono spesso ininfluenti (vedi il 4% a Faenza)

Per farla breve, in soli due anni il M5S ha perso otto milioni di voti. Nelle elezioni politiche del 2018 ottenne 10.727,567 voti. Sottraetene otto e vedete quello che gli resta. Mai era successa una cosa del genere nella storia della Repubblica.  Gli italiani e i meridionali in particolare, non avevano mai preso un così mastodontico abbaglio nel dare fiducia a un partito politico che, in soli due anni di governo, ha dilapidato un enorme patrimonio di consensi.

Sarebbe bello poter dire: al Sud, con la pandemia, cialtroni, arruffapopolo e demagoghi sono stati spazzati  via. Sarebbe comunque riduttiva un’affermazione del genere, perché non tutto è da addebitare al virus. In Puglia, tanto per dirne una, il M5S aveva promesso che, una volta al potere, avrebbe rivoltato la Regione come un calzino. Niente più Ilva, basta con le trivelle in mare, stop al gasdotto Tap. A sentire Barbara Lezzi e Antonella Laricchia, Emiliano era peggio di Bokassa e il Pd solo una manica di corrotti e mascalzoni.  Ecco gli ingredienti di questa bomba a grappolo. Questo era il programma politico dei Grillini pugliesi. Un impasto di menzogne, demagogia e sete di vendetta. Una bomba che anziché distruggere l’accampamento avversario, per l’implacabile legge del contrappasso, gli è esplosa tra le mani. 

I meridionali si sono forse svegliati?  E’ ancora troppo presto per dirlo, ma una cosa è certa.  Anche loro, come del resto la stragrande maggioranza degli italiani, si sono accorti che il grillismo di lotta andava alla grande quando si trattava di urlare, denigrare e infangare l’avversario. Una volta al potere, ecco che il grillismo di governo si disvela in tutta la sua  inconsistenza e incompetenza. La più grande, tragicomica scena del grillismo al potere è quella di Di Maio. Lui, Capo Politico del Movimento, Vicepresidente del Consiglio, Ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico che va in autoblu e con la scorta a protestare contro la Kasta. Ecco, in una sola scena e in tutta la sua plasticità, il grande imbroglio di cui è stato vittima il popolo italiano.   

La parabola discendente dei grillini ha insegnato molte cose anche ai tantissimi meridionali che, in buona fede e con tanta speranza, li hanno votati. Non si possono affidare ministeri importanti a persone incompetenti. Non si possono mettere a capo delle Commissioni Parlamentari giovanotti con la terza media. Non si può gridare ai privilegi della Kasta e poi consentire al Presidente dell’Inps, (scelto da Di Maio), di raddoppiarsi lo stipendio, in piena pandemia e con padri di famiglia che ancora stanno lì in attesa della cassa integrazione di marzo e aprile. Per svolgere, come recita la Costituzione, con dignità e onore le funzioni pubbliche, per assolvere con serietà ed efficienza alle funzioni di parlamentare e di Ministro, ci vuole tanta disciplina, molti sacrifici, e lunghi anni di studio e professione. Altro che le stupidaggini dell’uno vale uno, della democrazia diretta o della decrescita felice.

E infine, vediamo cosa è successo al Reddito di Cittadinanza. Il simbolo, Il provvedimento- bandiera che avrebbe dovuto abolire la povertà in Italia. Proprio domenica scorsa, il Corriere ha pubblicato un’inchiesta di Goffredo Buccini e Federico Fubini  sull’Italia assistita e su tutti flop dei sussidi pubblici nelle Regioni italiane. Ebbene, sapete qual è il risultato? Che chi riceve il Reddito di cittadinanza cerca il lavoro (in nero). Che le ultime tre regioni dove più alta è la quota di popolazione residente che vive in famiglie beneficiarie del reddito di cittadinanza sono la Calabria, con il 10,11%, la Sicilia con l’11,43 % e, ultima, la Campania con il 12,19%.  Se a tutto questo aggiungiamo la pandemia con le conseguenze drammatiche che ha provocato nell’economia emersa e sommersa del nostro Mezzogiorno, ci rendiamo conto facilmente perché al Sud non tira più aria di decrescita felice,  perché non si progettano più  parchi-giochi e perché non si può barattare l’acciaio con sterminati allevamenti di cozze. Dopo la Pandemia è arrivato il tempo della serietà e della concretezza. Il piano di rinascita del Mezzogiorno deve partire da qui. I fuochi di paglia sono vampate che durano  solo un attimo. Poi, se non c’è legna da ardere, il freddo si fa più pungente.  E tutto, come e più di prima,  ripiomba nel buio e nel silenzio. 

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