mercoledì, 28 Ottobre, 2020
Politica

Il partito dello scampato pericolo

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Il Partito democratico ha perso una Regione, le Marche, che è passata al centro destra. Eppure canta vittoria perché ha conservato le altre 3 in cui governava. Tutto è relativo. Certo, se il tuo avversario annuncia che ti farà a polpette e poi ti fa un graffio profondo ma non letale beh, puoi ben dire che il tuo avversario era uno sbruffone e che l’hai scampata bella; ma certo, stavi meglio prima. Salvini, ormai senza una bussola, aveva pronosticato di spazzar via il Pd da tutte le Regioni in cui si votava. C’è riuscito solo in una e quindi il Pd può giustamente affermare di aver retto quasi ovunque. Ma da qui a proclamarsi vincente ce ne corre.

Il Pd si sta riprendendo, è vero, dopo la terribile batosta alle politiche di due anni fa quando passò dal 25,4% del 2013 e dal 41% delle europee del 2014 ad un misero 18,7%, poco più della Lega salviniana. Alle elezioni europee del 2019 mentre la Lega raddoppiava passando al 34,3%, il Pd faceva solo un piccolo passo avanti attestandosi al 22,7%. Certo, gli umori elettorali degli italiani cambiano con notevole rapidità e ne sa qualcosa Salvini che ha perso in un anno circa il 10% di consensi, e il Movimento 5 stelle che si è quasi dimezzato. Il Pd rimane stazionario, fa bene ad esultare e a rialzare la testa all’interno della maggioranza ma deve scrollarsi di dosso la sindrome che lo fa gioire solo per lo “scampato pericolo”.

I polsi di Zingaretti si sono messi a vibrare per ben due volte in 9 mesi: a gennaio, quando il rischio di perdere l’Emilia Romagna era molto alto, e la settimana scorsa quando il pericolo di uno scivolone in Toscana e Puglia era molto concreto. Al Pd è andata bene anche per gli errori enormi commessi dal centro destra nella scelta di candidati che non avevano la caratura adeguata. E su questo punto bisogna dare un po’ di ragione a Salvini.

Ma il Pd può accontentarsi solo di averla fatta franca? Non è troppo poco per un partito di lunghe e solide tradizioni che dovrebbe rappresentare un’ampia area riformatrice del Paese che evidentemente, rappresentata non si sente?

È questo l’interrogativo che si deve porre il gruppo dirigente del partito e non se fare fuori o meno Zingaretti.

Il Pd un anno fa ha preso la decisione migliore che poteva adottare: allearsi con i 5 Stelle per evitare che l’Italia fosse governata dalla destra sovranista, populista e antieuropea. Non c’erano alternative.

E i tanti, politici e giornali, che per mesi hanno dileggiato il Pd per questa scelta e per una presunta subalternità ai Grillini, forse dovrebbero ammettere di essersi profondamente sbagliati. Come si sono sbagliati anche sul Governo al quale da mesi pronosticano fine imminente, salvo dover scrivere, il giorno dopo le Regionali e il referendum che Conte è blindato e più forte che mai. Succede che ci si possa sbagliare nelle analisi, previsioni e nel pensare col desiderio e non con la ragione (wishful thinking) ma riconoscere l’errore sarebbe un gesto di onestà intellettuale non di debolezza.

Ora però il Pd deve tornare ad essere un vero protagonista della scena politica tirando fuori idee, una visione riformatrice nuova, senza gli orpelli della vecchia e stantia sinistra degli slogan e dei blocchi mentali.

Il Pd si apra con coraggio ad un confronto con chi in Italia vuole riforme radicali alcune delle quali potrebbero sembrare appannaggio di una destra illuminata e che in realtà non hanno colore perché sono solo riforme dettate dal buon senso. Si liberi dei legami perversi con ambienti-tra cui una certa magistratura- che sono un freno alla sua libertà di azione in materia di giustizia e diritti, trovi un dialogo nuovo con le forze sociali, imprenditoriali, sindacali e professionali, riprenda ad andare nelle periferie per cogliere i messaggi di chi paga a caro prezzo le diseguaglianze ingiuste. Abbandoni i vecchi riti della sinistra tutta intenta a guardare il proprio ombelico e a litigare in casa su inezie. C’è un mondo che aspetta un partito capace di dargli voce, dopo la delusione dei 5 Stelle e le estenuanti mediazioni che in passato hanno paralizzato la capacità di elaborazione politica del Pd.

Cambiare nome, simbolo e linguaggio potrebbe essere un segnale di svolta. Senza una forte accelerazione nel rinnovamento, di immagine e interno, il Pd si dovrà accontentare di galleggiare intorno al 20-25%, troppo poco per un partito a vocazione maggioritaria che dovrebbe essere l’ancora per chi non vuole che la destra, bloccata un anno fa, si ripresenti più forte di prima fra tre anni.

Non si può fare politica pensando che anche la prossima volta forse si riuscirà a scampare il pericolo…

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